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Quando dal mare arrivano buone notizie

Le informazioni che ci giungono da tutto il mondo
Un crostaceo del krill

Il ritorno delle balene! No, non è il titolo di un film di animazione della Walt Disney, ma una bella notizia! Le informazioni che ci giungono da tutto il mondo, riguardanti soprattutto la biodiversità, sono drammatiche e avvilenti. A causa dell’inquinamento sensu lato e della conseguente perdita di habitat, molte specie si sono estinte o sono in procinto di esserlo.

Pertanto, accogliamo con gioia e con sollievo la notizia del ritorno, dopo quasi mezzo secolo, delle balenottere comuni e di altre specie di balene nelle acque dell’oceano Antartico dove, prima che la caccia commerciale le portasse sull’orlo dell’estinzione, si recavano per nutrirsi. Ricordiamo che dal 1910 al 1970, gli esseri umani hanno ucciso circa 1,5 milioni di balenottere nelle acque che circondano l’Antartide! Una ricerca appena pubblicata, condotta da un gruppo di biologi marini guidato da Helena Herr dell’Università di Amburgo, ha documentato la presenza di oltre un centinaio di questi cetacei al largo dell’isola Elephant, a circa 500 chilometri a sud di Ushuaia, nella Terra del Fuoco (Cile). Gli avvistamenti sono stati effettuati nel corso di due spedizioni della nave rompighiaccio tedesca Polarstern, nel 2018 e 2019. La scoperta è di estrema importanza poiché era dal 1986 che non si vedevano balenottere a queste latitudini, quando la IWC (International Whale Commission), Commissione Internazionale per le Balene, fu costretta ad azzerare la quota di catture assegnata a ogni nazione per la loro cattura. All’inizio del secolo scorso, nell’emisfero australe c’erano più di 325.000 esemplari.

Questi mammiferi marini (ricordiamo che i cetacei sono animali che si sono adattati alla vita in mare 60 milioni di anni fa e allattano i loro cuccioli sott’acqua) prosperavano in particolare in una zona dell’oceano in cui le correnti calde dell’Atlantico meridionale incontrano quelle fredde dell’Antartico. E’ proprio il rimescolamento delle loro acque, che determina la risalita di sostanze nutritive da grandi profondità, a rendere queste zone particolarmente ricche di plancton di cui le balene si nutrono. Una balena può ingerire fino a 4 tonnellate al giorno di “krill”, costituto da minuscoli crostacei planctonici della specie Euphausia superba, grazie ai fanoni. Questi sono presenti nella bocca delle balene al posto dei denti, sono disposti in modo da formare delle lamine e sono usati come filtro per espellere l’acqua dalla bocca trattenendo il “krill”. Nel 1904, il capitano norvegese Carl Anton Larsen inaugurò nella Georgia del Sud (situata nell’Oceano Atlantico meridionale a circa 300 km a est-sudest dalle isole Falkland) la prima stazione baleniera del continente. Fino ad allora, infatti, erano state Norvegia e Scozia il centro dell’industria per la lavorazione delle balene ma, poiché esse cominciavano a scarseggiare nel Nord Atlantico, la caccia si spostò nell’Antartico.

Ma perché le balene venivano cacciate? Per secoli questi cetacei hanno fornito all’umanità, ma soprattutto alle popolazioni rivierasche, materie prime importanti: la carne, prima di tutto, ma anche l’olio di balena, che si otteneva dalle abbondanti riserve di grasso degli individui e veniva usato sia come alimento che come combustibile per le lampade prima che si cominciassero a usare il petrolio e i suoi derivati, per la produzione di candele e sapone. I fanoni venivano usati per la costruzione di fruste per cavalli, di aste per gli ombrelli e, col nome di “stecche di balena”, per irrigidire alcune parti di abiti femminili e maschili, come i corsetti e i colletti. Attualmente l’uso di questo materiale è stato sostituito dalla plastica. Il grasso di balena era una merce ricercata anche per la produzione della nitroglicerina. Ecco perché allo scoppio della prima guerra mondiale, come racconta lo storico inglese Richard Hamblyn nel suo “Il mare. Tra natura e cultura” (Odoya, 2022), la richiesta di olio di balena ebbe un’impennata e la presenza di cetacei diminuì velocemente anche alle latitudini australi, come era già successo nell’Artico. Un declino che non cessò neanche quando, intorno alla metà del Novecento, il grasso di balena venne sostituito dagli oli vegetali poiché, nel frattempo, era subentrato il consumo della carne di balena in nazioni come il Giappone, la Russia e la Norvegia. Le campagne internazionali di sensibilizzazione hanno sicuramente contribuito nei decenni a rallentare questo sovrasfruttamento.

Ma i ricercatori concordano, e i confronti con i censimenti precedenti lo confermerebbero, nel ritenere che sia stata la generale moratoria sulla caccia commerciale, approvata, come già detto, nel 1986 dalla Commissione Internazionale sulle Balene, a determinare i risultati raggiunti. Tuttavia, nel 2006 la moratoria fu abolita sulla base della considerazione che il numero delle balene non fosse più tale da provocare una rapida scomparsa della specie. La caccia alla balena viene praticata ancora oggi in Norvegia e Giappone, in quest’ultimo paese ufficialmente per scopi scientifici, che sono i maggiori produttori che alimentano il mercato mondiale (tuttavia sempre più esiguo) della carne di balena. In Alaska e in alcune aree della Danimarca, invece, le balene si cacciano ancora ma la loro carne è destinata esclusivamente al mercato interno. All’inizio del 2022 anche l’Islanda ne ha vietato la caccia a partire dal 2024, sebbene essa sia un’attività tradizionale. La carne di balena, infatti, non è più apprezzata dalla popolazione locale e anche all’estero essa è sempre meno richiesta.

Pertanto, la pesca non è più redditizia ma c’è un’altra attività legata alle balene che genera sempre più profitto: il “whale watching”. Si tratta di un altro tipo di “caccia”, che non fa del male ai cetacei. I turisti, muniti di binocolo e macchina fotografica, vanno infatti alla ricerca di questi meravigliosi esemplari su imbarcazioni fornite da gente del posto. Un business sicuramente più green e rispettoso della vita di questi straordinari e affascinanti mammiferi! Si potrebbe supporre che il declino numerico delle balene si sia tradotto in un vantaggio per il krill ma uno studio recente pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature” da un team internazionale di ricercatori guidato dal Goldbogen Lab della Stanford University rivela il contrario: «il declino delle balene nell’Oceano Antartico ha portato a un declino del krill». I ricercatori sono giunti a questa preoccupante e paradossale conclusione dopo essersi posti una domanda fondamentale a cui è complicato rispondere: «Quanto mangiano le balene?».

Il problema è che i grandi cetacei sono difficili da studiare perché non si può farlo in cattività; quindi, le stime precedenti di quanto consumano le balene erano state desunte da studi fatti su balene morte e su estrapolazioni metaboliche basate su animali molto più piccoli. In questo studio, i ricercatori hanno esaminato balenottere azzurre (Balaenoptera musculus), balenottere comuni (Balaenoptera physalus), megattere (Megaptera novaeangliae) e balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata), che si nutrono ingurgitando una grande quantità di acqua che filtrano attraverso i fanoni. Per farlo hanno impiegato diversi dispositivi ad alta tecnologia che si “attaccano” alle balene, in genere per circa 5-20 ore, i quali ne registrano i movimenti, l’accelerazione, i suoni e, se la luce lo consente, video. I droni, gestiti dal Duke Marine Robotics and Remote Sensing Laboratory, hanno misurato la lunghezza delle singole balene taggate, il che ha aiutato gli studiosi a stimare quanta acqua ingurgitano. In collaborazione con l’Environmental Research Division della National Oceanic and Atmospheric Administration Usa (NOAA) e l’università della California, Santa Cruz, i ricercatori hanno anche utilizzato un ecoscandaglio che utilizza onde sonore a diverse frequenze per misurare la quantità delle prede delle balene in mare. Dopo tale studio, essi hanno concluso che la chiave del mistero della diminuzione contemporanea delle balene, i predatori, e del krill, le prede, è nel fatto che le balene facilitano anche la crescita del fitoplancton: mangiando il krill e poi defecando, le balene rilasciano nell’acqua il ferro stoccato all’interno del krill, rendendo quel ferro disponibile per il fitoplancton, che ne ha bisogno per sopravvivere». Praticamente, le balene “concimano” il mare con le loro deiezioni!

Prima dell’inizio dell’epoca della caccia alle balene in Antartide, balenottere comuni e minor, megattere e balenottere azzurre messe insieme avrebbero concimato l’ambiente marino con circa 1.500 tonnellate di ferro all’anno, gran parte del quale altrimenti sarebbe andato perso sprofondando nel fondo dell’oceano alla morte del krill. Secondo gli scienziati, la fertilizzazione del ferro avrebbe portato a fioriture di plancton pari all’11% dell’odierna produzione di fitoplancton nell’Oceano Meridionale. Questo a sua volta, avrebbe sostenuto un numero maggiore di krill, che si nutre di plancton. Ricordiamo che il fitoplancton produce l’ossigeno che respiriamo e abbatte il 40% dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera. Nicholas Pyenson del Department of Paleobiology del National Museum of Natural History dello Smithsonian Institute, riassume: «I nostri risultati dicono che se riportiamo le popolazioni di balene ai livelli pre-caccia dell’inizio del XX secolo, ripristineremo un’enorme quantità di funzioni perdute negli ecosistemi oceanici. Potrebbero volerci alcuni decenni per vedere i benefici, ma è la lettura più chiara mai vista sull’enorme ruolo svolto dalle balene sul nostro pianeta». E un ricercatore del Goldbogen Lab conclude: «Solo l’idea che se rimuovi le grandi balene, in realtà c’è meno produttività e potenzialmente meno krill e pesci è incredibile. Ci ricorda che questi ecosistemi sono molto complessi e che dobbiamo fare di più per comprenderli appieno».

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Taranto