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Breve storia della caccia alle balene

Dal Neolitico, circa 6000 anni fa, al celebre romanzo di Melville, “Moby Dick”, ai giorni nostr

Nello scorso appuntamento abbiamo parlato dell’aumento numerico di diverse specie di balene sull’orlo dell’estinzione a causa della caccia eccessiva bloccata poi da una moratoria approvata nel 1986 dalla Commissione Internazionale sulle Balene.

Ma quando è iniziata la caccia alle balene? Pare addirittura nel Neolitico, circa 6000 anni fa, da parte delle popolazioni nordiche, le cui abitudini alimentari erano legate esclusivamente al mare, come documentato dalla scoperta di un dente di capodoglio nel villaggio preistorico di Bédeilhac-et-Aynat (in Francia). Ciò nondimeno, a causa dell’impossibilità pratica di realizzare strumenti adatti alla caccia anche in acque basse, probabilmente quei popoli si limitavano a recuperare le balene arenatesi sulla spiaggia. L’attività di caccia ai cetacei era praticata nel Mediterraneo anche dai Fenici e dai Romani. Questi ultimi, la cui industria ittica prevedeva la caccia di grandi pesci come il tonno, probabilmente conoscevano anche la caccia alle balene, che forse avvicinavano con piccole barche a remi e arpioni a mano non avendo la tecnologia necessaria per catturare le specie di grandi dimensioni.

Tuttavia, la balena franca e quella grigia (oggi assenti in Mediterraneo) si avvicinavano molto alla spiaggia e dovevano costituire obiettivi facili per i pescatori locali, spiega Ana Rodrigues, ecologa del Functional and Evolutionary Ecology Centre (CEFE) di Montpellier in Francia. La ricercatrice, infatti, ha esaminato una decina di ossa provenienti da cinque siti collegati all’industria ittica dell’antica Roma, quattro attorno a Gibilterra e uno nel nord ovest della Spagna. L’analisi del DNA estratto dalle ossa ha rivelato che tutte erano di epoca romana o pre-romana, e che tre erano di balena grigia e due di balena franca. Intorno all’anno 1000, Islandesi e Norvegesi, usavano intrappolare i cetacei spingendoli nei fiordi, che chiudevano con le reti; poi finivano la preda con le frecce. L’operazione veniva eseguita piazzando parecchie barche di piccole dimensioni tra la balena e il mare aperto, cercando di spaventarla con rumori e forse con lance. Solitamente, questo metodo era usato per piccole specie, come il globicefalo, il beluga, il narvalo. Nel VII secolo, nella Francia del Nord, la caccia alle balene ebbe un notevole impulso anche in seguito all’invasione normanna e alla costruzione di molti monasteri.

La balena franca rappresentava per i monaci un’importante fonte di cibo, di olio per le lampade e di grasso per lubrificare. Ma solo nel IX secolo, presso i Baschi, la caccia alla balena diventò un’attività commerciale rilevante, praticamente il centro della loro economia, poiché continuativa e non circoscritta al consumo locale e di sussistenza. Nel golfo di Biscaglia, infatti, per sei mesi l’anno le femmine di balena franca si recavano per partorire, approfittando delle acque calde. Nel periodo autunnale, vedette appostate in punti elevati sul mare, ne segnalavano la presenza con tamburi, campane o falò. Delle imbarcazioni leggere andavano, allora, all’inseguimento delle prede e, una volta raggiuntele, le uccidevano con un tridente; quindi, le trascinavano a riva dove le squartavano. Tuttavia, verso il XV secolo la caccia indiscriminata condotta lungo le coste della Biscaglia determinò la diminuzione delle prede; così i Baschi si spinsero nel nord Atlantico, fino alle isole Fær Øer. Ai Baschi seguirono gli Olandesi che estesero le aree di caccia sino alle isole Svalbard in Norvegia, dove sorsero stazioni di caccia fornite di magazzini e centri di lavo razione e commercializzazione dei prodotti ottenuti dalla balena. Erano veri e propri villaggi che nella stagione della caccia accoglievano diverse migliaia di persone, restando pressoché deserti nel resto dell’anno. Una di queste stazioni, nel 1730, arrivò a ospitare in una stagione circa 300 baleniere e circa 18000 persone.

La tecnica di caccia messa a punto dagli Olandesi era estremamente pericolosa. Con un arpione collegato, da una lunga sagola, alla chiglia di una piccola scialuppa con a bordo sei uomini, si colpiva la balena che, ferita, trascinava con se’ l’imbarcazione; l’animale esausto veniva poi finito. Se il cetaceo si immergeva e la cima non veniva mollata, la scialuppa affondava. Ancora una volta, si osservò la diminuzione e l’allontanamento delle balene franche dalle acque del nord Atlantico. In poco più di un secolo, gli Olandesi ne avevano sacrificato circa 65.000; ciò determinò il declino dell’industria baleniera olandese, con il conseguente abbandono delle stazioni di caccia. Nel 1800, la caccia alle balene iniziò a svilupparsi nel Massachusetts, soprattutto a New Bedford e nella vicina isola di Nantucket. Per circa un secolo, New Bedford fu un importante porto per la caccia alle balene contando su una flotta di circa 400 baleniere e producendo centinaia di migliaia di barili di grasso di balena, destinati ad alimentare le lampade di tutto il paese. Da questo porto, nel 1841, si imbarcò su una baleniera anche lo scrittore Herman Melville, autore del famoso romanzo “Moby Dick”, ambientato proprio a New Bedford. A Nantucket e a New Bedford si continuò l’attività della caccia anche nei primi anni del Novecento, ma furono sempre meno i marinai disposti a rischiare la vita in un mestiere tanto pericoloso. New Bedford ospita il “Whaling Museum”, il più completo del mondo dedicato alla storia globale della caccia alle balene. Il museo raccoglie 750.000 oggetti, tra cui cinque scheletri di balene, il più grande modello di nave baleniera al mondo (la baleniera “Lagoda”) e la più grande collezione di ossi di balena intagliati e decorati. Nelle colonie inglesi d’America, all’inizio del 1700, la caccia alla balena divenne una vera e propria industria, anche perché essa fu estesa pure al capodoglio.

Nel 1712, infatti, il capitano Christopher Hassey ebbe il coraggio di affrontare uno di questi cetacei, da sempre temuti per i loro forti denti e la loro natura di predatori. I capodogli divennero ben presto prede di un certo interesse perché se ne ricavava dell’olio molto più pregiato di quello di balena. Fornivano inoltre lo spermaceti, una sostanza grassa, liquida e biancastra, che si trova nella fronte e che solidifica a contatto con l’aria trasformandosi in un materiale ceroso utilizzato per fabbricare candele. L’ambra grigia, che si trova nel loro intestino, è un altro speciale prodotto ricavato dai capodogli. Essa è una sostanza solida e grigiastra che deriva presumibilmente dalle ghiandole cutanee dei cefalopodi ingeriti e che viene impiegata nella preparazione dei profumi. Verso la fine del 1800, l’industria della caccia alla balena si avvalse dello sviluppo di navi a vapore, che facilitavano l’inseguimento delle veloci balenottere azzurre e balenottere comuni. Vennero usati anche arpioni esplosivi sparati da un cannone fino a 50 metri di distanza (inventati dal norvegese Svend Foyn) che toglieva ai cetacei ogni possibilità di scampo. La nuova tecnologia, abbinata alla diminuzione delle balene nel resto del mondo, portò allo sviluppo della caccia in Antartide. La progressiva diminuzione del numero di balene nell’Atlantico settentrionale comportò anche, sul finire del 1800, l’abbandono delle stazioni baleniere.

Pertanto, si vararono navi officina, che non necessitavano della costruzione di costosi impianti a terra destinati a essere operativi per periodi troppo brevi per risultare economici. Risultò preferibile lavorare i cetacei a bordo. Ai primi del ‘900, i norvegesi furono i primi a varare simili navi, perfezionando altresì le tecniche e gli strumenti di caccia. Il primato tecnologico spetta però ai giapponesi, che giunsero a impiegare per primi il sonar sulle baleniere, al fine di rilevare la distanza e gli spostamenti dei cetacei. Ma perché le balene erano tanto ambite? Da un esemplare di balena si ricavava l’equivalente della carne di 30 buoi e del grasso di 300 maiali, che una volta fuso dava 9.000 litri d’olio. La lingua rappresentava altri 1.500 chili di carne tenera. I 250 kg di fanoni, (“denti” filtranti di cheratina, si veda l’articolo del 10 settembre u.s.), resistenti e flessibili, erano variamente utilizzati: dalle intelaiature di canoe agli ammortizzatori per le carrozze, dalle stecche per i corsetti a quelle degli ombrelli. Nemmeno le ossa venivano buttate, da costole e mandibole si ricavavano architravi e dalle vertebre sgabelli. Pertanto, prima dell’industria petrolchimica, le balene erano una risorsa preziosa. Ciò spiega perché, fin dalla preistoria, esse furono oggetto di una caccia feroce e senza regole. La vita dei balenieri era durissima e pericolosissima e molti sono gli uomini che morirono in tragiche battute di caccia. Le loro disavventure hanno suggestionato molti scrittori, solleticando la loro fantasia. Celeberrimo è il romanzo di Herman Melville, “Moby Dick”, ambientato proprio a New Bedford.

L’autore, avendo navigato su una nave baleniera, l’Acushnet, che lasciò New Bedford nel gennaio 1841, aveva avuto modo di ascoltare i racconti dei vari membri dell’equipaggio. Il suo capolavoro, tuttavia, fu ispirato a una tragedia realmente accaduta, nel 1820, alla baleniera Essex, comandata dal capitano Pollard e dal primo ufficiale Owen Chase. L’equipaggio, dopo aver ucciso un branco di balene, avvistò un grosso capodoglio, che fu arpionato, ma che, dopo essersi liberato, attaccò più volte la nave affondandola. Si salvarono solo pochissimi uomini che furono costretti ad atti di cannibalismo per sopravvivere. Questa orribile tragedia ispirò anche il romanzo di Edgar Allan Poe, “Le avventure di Gordon Pym”, soprattutto per quanto riguarda la dolorosa decisione di nutrirsi dei loro compagni. Anche nella pittura le scene di caccia alla balena sono frequenti e trasmettono con grande realismo la drammaticità di quei momenti. Pensiamo a pittori come William Turner, Esaias van de Velde, Adam Willaerts, Abraham Storck, Ambroise Louis Garneray, Katsushika Hokusai e molti altri. In alcune pagine poco note del “Moby Dick”, Melville riporta alla luce alcuni dipinti in cui i soggetti sono i giganteschi cetacei. In particolare, egli elogiò i dipinti di Ambroise-Louis Garneray, marinaio a tredici anni, soldato, mercante, negriero.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Taranto