19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

Buonasera Sud

Verso la medicina digitale per un reale egualitarismo sanitario

foto di Medicina digitale
Medicina digitale

Intervista a Sebastiano Andò Professore ordinario di Patologia Gemerale – Direttore del Centro Sanitario dell’Universita’della Calabria.

Cosa rappresenta per l’UNICAL l’istituzione del corso di laurea in Medicina e tecnologie digitali:
L’istituzione del corso di laurea interateneo in Medicina e Tecnologie digitali proposta dall’Università della Calabria e dall’Università Magna Grecia costitusce una iniziativa realmente innivativa che ha visto il contributo congiunto e determinante dei due rettori: Nicola Leone e Givambattista Desarro. Una svolta da tempo attesa quella che l’Unical e la sua governance da parte sua si è saputa intestare capitalizzando un progetto da tempo portato avanti al suo interno e che oggi da un cambio di passo epocale all’offerta formativa del nostro Ateneo avviandone l’inizio di una seconda fase di crescita.

L’attivazione del corso di laurea in Medicina e Tecnologie Digitali segna l’incontro tra due aree di eccellenza presenti nell’Ateneo: quella biomedica e quella ingeneristico-informaticatecnologica. Si tratta di un corso di laurea che implementa nella formazione curriculare del medico competenze tecnologie proprie dell’intelligenza artificiale applicabili oggi sia all’ambito diagnostico-terapeutico che a quello socio-assistenziale anche nelle sue declinazioni tecnicoorganizzative. Su tali basi tale corso di laurea vuole recepire sul piano formativo proprio i profondi cambiamenti che investono la moderna domanda di salute da parte della società. La trasformazione digitale che sta investendo il settore salute è inarrestabile se pensiamo alle dimensioni economiche e agli investimenti che si stanno verificando su le start-up del settore salute dal 2016 al 2018 ammontanti ad 9,2 miliardi di dollari, e che attualmente sta segnando un ulteriore incremento pari a circa 12-14 miliardi l’anno. Non è vero che ci avviamo ad una disumanizzazione della Medicina, marginalizzando il rapporto medico-paziente.

Il medico, invece, potrà trovare più tempo da dedicare alla fase meta-prescrittiva e metaterapeutica di cui spesso non ci occupiamo ma da cui dipende l’efficacia frequente dei risultati in termini di salute o guarigione. L’atto medico nella sua completezza presenta una componente tecnico-terapeutica ed una socio-assistenziale. Quest’ultima purtroppo non viene adeguatamente tenuta in conto dalla formazione medica che interagisce pochissimo con il piano dell’organizzazione sanitaria. Le due componenti infatti non si vivono in modo integrato, ma come avvenuto per il sottoscritto, si vivono con una sofferta dissonanza cognitiva, esitata da un percorso formativo che non ci aiuta a collegare l’abilità curativa e i suoi risultati alla sfera sociosanitaria che spesso li determina nel breve-medio termine. Laureiamo persone che non sanno in che tipo di organizzazione andranno a lavorare. Il percorso curriculare della formazione medica costruisce una identità professionale immaginaria orientata verso un medico tecnico che opera in circostanze controllate e che attraverso il sapere scientifico riesce a dare guarigione e salute.

La lettura bioriduzionista della salute tralascia però tante cose, e tralascia il fatto che la salute si produce nei contesti di vita e nel modo in cui la società si organizza. Un sistema sanitario nazionale deve saper dialogare con il sistema della formazione…. Si possono fare tutte le riforme di questo mondo ma la filiera produttiva professionale è sempre la stessa e certamente i non ancora preparata ad un cambiamento di scenario che oggi investe l’intero ecosistema sanitario.

E che tipo di cambiamenti puo’ apportare a medio-lungo termine tale percorso formativo nella nostra realtà regionale?
L’importanza di avviare un percorso formativo come quello proposto si basa sull’evidenza di come la salute digitale possa dare maggiore trasparenza agli esiti di ogni processo che coinvolge la nostra realtà sanitaria facendo meglio rilevare le carenze di tipo professionale e socioassistenziale legate anche a scelte discriminatorie, a pratiche abusive protette, a dinamiche professionali sospette, nonché a gravi diseconomie gestionali. Gli interessi a monitorare in modo quanto più accurato il nostro stato di salute, con tecnologie digitali, si desume dall’enorme espansione del mercato dei devices indossabili.

Il nuovo medico deve essere educato alla nuova medicina mentre il percorso universitario e quello post-universitario non dà ancora una formazione aperta ed orientata alla salute digitale. Questo dà grande attualità all’iniziativa formativa che stiamo intraprendendo. Per governare la trasformazione digitale la formazione è basilare. Oggi nell’ambito dei sei anni di studio accademico, non è prevista una formazione culturale tecnica digitale. Non un testo, non un esame, e ciò non avviene neanche negli anni successivi di specializzazione in cui non vi è a riguardo nessun approccio, nessuna sperimentazione pratica. Vi è qualche volontario, magari motivato da una passione per le tematiche digitali e che in qualche modo si tiene al passo ma manca una visione di insieme e la necessaria sistematicità di approccio. Per il medico di domani sarà necessaria una formazione non solo legata alla salute digitale, ma anche ai profondi cambiamenti ed evoluzioni che la stessa imporrà al suo ruolo professionale.

Quali sono le carenze che il sistema sanitario ha mostrato nell’attuale emergenza pandemica soprattutto nei nostri territori?
Il nostro servizio sanitario di fatto è sempre stato un servizio ospedalocentrico mentre negli anni passati poche risorse sono state distribuite al territorio, pochissime dedicate alla prevenzione e alla educazione per il mantenimento della salute. Il sistema dei tagli lineari di fatto ha chiuso posti letto, decurtato drammaticamente il personale ed una delle argomentazioni che in alcuni casi era condivisibile era la seguente: dobbiamo muoverci dall’ospedale al territorio, in realtà gli ospedali sono rimasti chiusi ma nulla è stato fatto per il territorio. In questo scenario è arrivata la pandemia che ha rivelato la fragilità dell’organizzazione dell’intervento sul territorio cruciale nella prima fase dell’ondata pandemica. La questione della medicina territoriale non solo richiede personale ma anche molto coordinamento. Il fatto che i medici di base siano stati abbandonati a gestire le cose con il loro buon senso è una manifestazione visibile della frattura esistente tra il servizio sanitario nazionale e i medici di medicina generale. Occorre a riguardo dare compiuta realizzazione alle unità complesse di medicina primaria alle quali dal 2011 sono stati assegnati fondi ministeriali, ma che di fatto sono rimaste incompiute.

Le unità complesse di cure primarie costituiscono siti di integrazione professionale tra le guardie mediche, i medici di base e gli specialisti ambulatoriali, figure essenziali in una rete di rapporti virtuosi con i medici ospedalieri tali da consentire al meglio i percorsi cosiddetti diagnostico-terapeutici. Obiettivo non meno importante è lo sviluppo di reti funzionali e assistenziali per patologie che integrano l’attività ospedaliera per acuti e subacuti con l’attività territoriale (casi di infarto, ictus, traumatologie) – di cui fruiscono particolarmente i soggetti anziani – rappresentati soprattutto nelle strutture sanitarie intermedie. Le case della salute per esempio in base alla domanda non sono omologabili ad uno standard assistenziale e possono essere classificate ad alta, media e bassa intensità di cura, ma oggi ancora tutto questo non esiste.

Il cambiamento di scenario è dovuto essenzialmente proprio all’incidenza delle patologie cronico-degenerative che dalle due ultime decadi del secolo scorso ha determinato una “transizione epidemiologica” significativa nell’occidente post-industriale. Oggi non solo avremo bisogno di un nuovo e moderno ospedale Hub la cui collocazione territoriale ne dovrebbe facilitare la piena integrazione con le attività di formazione e eccellenza scientifica già presenti in ateneo, ma avremo bisogno di strutture intermedie, quali sono ad esempio le case della salute. Un servizio sanitario che vuole andare in questa direzione deve fare anche un’altra trasformazione, non solo costruire case della salute ma fare cultura della salute, forma strutturale e riforma culturale devono andare di pari passo e soprattutto devono saper dialogare con il sistema della formazione dei medici.

Nei prossimi anni la domanda di salute sarà sempre supe riore a mezzi necessari pe soddisfarla e sarà quindi sempre meno sostenibile perché espresso da una popolazione di assistiti che incrementa e invecchia sempre Tutto questo in uno scenario in cui il 30% della popolazione calabrese supera i 65 anni, con un indice di vecchiaia (indice di vecchiaia derivato dal rapporto percentuale tra il numero dei ultra sessantacinquenni e il numero dei giovani fino a 14 anni), passando dal 2002 da 102,6 a 163,3. Solo l’1,4% pari a 10,500 abitanti è la popolazione anziana con un’assistenza domiciliare. In Veneto 181,763 pari al 7,2%, è questo il dato che mette in luce la criticità più importante della medicina territoriale calabrese. In Italia abbiamo 24 milioni di malati cronici, 12,5 di malati multicronici, 2,8 di malati non autosufficienti e in un sottoinsieme la Calabria ha un primato rappresenta la più alta percentuale con almeno 2 patologie croniche associate: il 23%. Oggi ci dobbiamo porre il problema in sede nazionale di come affrontare in tempo le patologie croniche degenerative della popolazione anziana, bersaglio prevalente dell’attuale pandemia per le condizioni di comorbilità che questa comporta.

Perché tutto quello che lei descrive può richiamare lo sviluppo di una medicina digitale?
Perché la medicina digitale continua ad avere un profondo impatto sulle nuove frontiere della ricerca biomedica che indirizzano sempre di più ad una medicina di precisione e personalizzata, consentendo la stratificazione individuale dei trattamenti terapeutici attraverso l’identificazione di nuovi target molecolari o biomarcatori. Cruciale in questo contesto è il ruolo di mediazione culturale e scientifico svolto dal bioinformatico che attraverso metodologie e strumenti propri delle scienze computazionali fornisce i modelli per intepretare eventuali correlati tra l’evento biologco e la sua rilevazione clinica. Altri ambiti a cui la medicina digitale darà un apporto fondamentale sono quelli della diagnostica per immagini, della robotica dell’interventistica non iinvasiva, Tutto questo porterà progressivamente per il medico: – ad un cambiamento del proprio paradigma professionale; – ad una maggiore trasparenza dei percorsi di cura; – ad un maggiore trasparenza della rete dei servizi. 1) – Per quanto riguarda l’impatto con i cambiamenti del ruolo professionale del medico, siamo convinti che nel giro di qualche anno i medici disporranno di un enorme quantità di dati del proprio assistito a cui chiedere un consenso per accedere all’elaborazione degli stessi. Dati che possono essere fornite da operatori con competenze diverse per ogni singolo caso.

Ecco quindi che il rapporto medico-paziente non sarà più one-to-one ma transiterà verso il rapporto con un care-team. Sarà cioè multidisciplinare e multiplo interagendo con più medici nella gestione di ogni caso, sarà una medicina non più anamnestica, retrospettiva legata al sintomo ricordato e raccontato, non più una medicina in fase acuta ma una medicina anticipatoria, non più riparativa di un evento patologico intercorrente ma sempre più anticipatorio dell’eventuale patologia e delle sue possibili complicanze. Ciò darà al medico stesso maggiore tempo da dedicare all’approfondimento e all’ottimizzazione della fase metaprescrittiva nelle sue diverse e molteplici interazioni sociosanitarie che spesso condizionano l’efficacia della cura prescritta. 2) – Per quanto riguarda l’impatto dell’evento delle nuove tecnologie sulla trasparenza ed efficacia dei percorsi di cura, sappiamo già come la salute di una persona sia influenzata da una serie di fattori. I determinanti della salute non sono legati solo agli aspetti biologici, la prognosi è spesso influenzata dal reddito, dalla condizione socio-culturale e socio-economica.

Quando una persona ha un problema di salute generalmente attiva una rete sociale fatta di familiari, amici, conoscenze che consultiamo fino ad arrivare al consulto medico giusto per il problema in atto, magari saltando alcune code perché qualcuno della nostra rete sociale ce lo presenta e ci introduce nel suo studio. In questo caso le aspettative di guarigione sono piuttosto alte. Vi sono casi però in cui persone meno abbienti, che in seguito alla comparsa di un problema di salute attendono qualche settimana perché non sono sicuri dei propri sintomi, per poi consultare il proprio medico di base che lo indirizza verso l’esecuzione di altri esami fino ad arrivare ad uno specialista…. rendendosi poi conto di non trovare la disponibilità del farmaco o l’accessibilità all’acquisto del farmaco, dopo un periodo di attesa che va dai 6 ai 12 mesi brancolando nel buio e comunque lontano dalla soluzione dei problemi che per alcune patologie può essere nefasto. Le tecnologie digitali dovrebbero consentire di tracciare i nostri dati passivamente e già alla presenza di alcuni sintomi possono spingerci a fare corrispondenti esami, magari autonomamente, e dagli esami avremo l’individuazione, attraverso il supporto clinico del problema, e nello stesso istante saremo messi in contatto col medico giusto che prescriverà una terapia realizzabile all’istante grazie agli opportuni devices che consentiranno anche la monitorizzazione a distanza. .

Nei prossimi anni il bisogno di salute sarà sempre più grande di quello che possiamo erogare per tutelarla allo stesso modo, e ciò sarà sempre meno sostenibile. E’ l’assillo condiviso dai pochi servizi sanitari ad impianto universalistico rimasti ancora operanti come il nostro. .Una condizione di difficoltàche sarà fortemente attenuata quando più “sensori” collegati in rete monitoreranno l’efficacia di un percorsi di cura per tutti allo stesso modo. Grazie all’avvento delle tecnologie digitali, come dicevo prima, a breve e medio termine vi sarà una ristrutturazione funzionale, di alcuni servizi, e si recupererà da parte degli stessi servizi, a detta degli esperti, un rapporto di empatia con l’assistito il cui percorso di cura possa essere di maggior trasparenza nel quadro di una rigenerazione della medicina territoriale marginalizzata e destrutturata da tempo in alcune aree geografiche del Paese come dicevamo prima.

In tal senso, come può intervenire la medicina digitale?
Voglio fare un esempio, basterebbe che ogni macchinario o risonanza magnetica o piattaforma strumentale ma l’esempio vale per altre risorse, che vanno da una sala operatoria ad una macchina per dialisi, fosse collocata alla rete (in realtà noi sentiamo ogni giorno parlare di internet of things, o internet delle cose) per dare una trasparente dimensione dell’efficienza di un servizio, della possibilità di consultarlo simultaneamente con altri, soprattutto per la sua disponibilità nell’emergenza. Ciò potrebbe evitare attese inumane, questo faciliterebbe anche il confronto tra piattaforme strumentali dello stesso tipo,tra i relativi costi, contribuendo a far nascere anche un confronto “reputazionale” tra i vari centri, tutto a vantaggio dell’utente dei servizi. Ecco quindi che la salute digitale ci può venire incontro dando efficienza e trasparenza ai diversi processi interferendo grazie ad una serie di soluzioni innovative con gli aspetti di processo, con le diseconomie gestionali, portando alla luce comportamenti e connivenze abusive consolidate dal nostro sistema. Tutto questo porta auspicabilmente a quell’egualitarismo sanitario che la stessa aspirazione universalistica del nostro sistema sanitario non è riuscita a realizzare dopo oltre quarant’anni. Per egualitarismo intendo una posizione politica e sociale tendente a realizzare una eguaglianza di fatto fondata sull’equa e solidale ripartizione della tutela del bene salute. Le disuguaglianze derivano da certi sistemi organizzativi complessi, definiti servizi, e riguardano le disparità esistenti.

I servizi dal punto di vista ontologico sono complessità espressive di risorse, capacità professionali, strumentazioni funzionanti, ecc., la cui tracciabilità digitale in assenza di prevaricazioni che ne impediscono l’utilizzo può far risalire ad una ricostruzione “tassonomica” delle responsabilità negligenti, dell’incuria o dell’inefficienza organizzativa di alcuni ambiti assistenziali. La stessa tracciabilità ci indicherà i correttivi da apportare. Per redimere la disparità che come Mezzogiorno ancora patiamo nel sistema Paese, non basta la forza del principio costituzionale. Per onorare tale principio occorre ricorrere a ben altri rimedi operativi. Le disuguaglianze in sanità riguardano da sempre le complessità rispetto alle quali i principi da soli si rivelano impotenti. Ritengo che l’uguaglianza vera, e quindi un nuovo tipo di universalismo sanitario non si ottenga con l’imposizione di standard specifici ma attraverso la concezione di giustizia distributiva su una logica discretiva, che è l’unica che distingue la specificita delle disparità nell’offerta sanitaria.

L’universalismo non vuol dire uniformità, questa è la vecchia idea che da quarant’anni si era data la riforma nel ’78, ed oggi sappiamo che fine ha fatto . Ciò che è nato come uniforme si è affermato nelle realtà per tante ragioni come difforme. Coniugare in un modo nuovo i bisogni di tutti con i bisogni di ciascuno non è semplice. Ritengo che la trasparenza dei processi in sanità, affidata proprio alla nuova concezione di salute digitale possa contribuire a delineare gli spazi di una democrazia sanitaria che ancora sconosciamo e che nel segno dell’innovazione potrà essere a garanzia di una nuova tutela paritaria del diritto alla salute.

Sulla base dell’esperienza delle sue molteplici iniziative ultradecennali a sostegno della apertura di una scuola medica all’Unical cosa rappresenta oggi per il nostro territorio il corso di laurea in “Medicina e tecnolgie digitali”.
Da tempo dalla nostra postazione abbiamo lamentato come una buona percentuale della migrazione universitaria calabrese era dovuta alla volontà di tanti nostri giovani di poter accedere agli studi medici e ai percorsi delle professioni sanitarie. Certamente un secondo polo formativo quale quello rappresentato oggi dal corso di laurea inter-ateneo in Medicina e tecnologie digitali, incardinato nel nostro dipartimento di Farmacia e SSN amplierà il numero di giovani conterranei che potrà accedere agli studi medici e formarsi in modo innovativo e funzionale alla rigenerazione del nostro sistema sanitario regionale ed in linea con i suoi fabbisogni. Già 10 ann fa avevamo previsto ciò che oggi si registra in forma drammatica nel corso dell’emergenza pandemica:la carenza di ben oltre 1500 medici e di un numero ancora piu’ elevato di personale sanitario. Un ordine del giorno dell’assemblea provinciale di CS del 9-3-2011 approvato all’unanimita e che nei verbali della seduta addirittura anticipa la carenza numerica summenzionata(!!), dava luogo ad “un atto di impulaso per l’istituzione di un a facoltà di Medicina alll’UNICAL lungo il percorso formativo Medicina 2020”.

Una inziativa formativa reclamata successivamente da ben 143 atti deliberativi provenienti da143 comuni del nostro territorio provinciale,un esempio di cittadinanza attiva senza precedenti sostenuta da un associazionismo laico quale quello espresso COMUNICALMED che ha raccolto piu’ di 5000 firme di adesione al progetto di una scuola medica.. presso l’Unical.. mobilitando intorno ad esso le risorse migliori della societa’ civile. In questo lasso di tempo abbiamo avuto una forte interazione con il personale apicale dei presidi sanitari del territorio attraverso le molteplici inziative della nostra scuola di specializzazione in Patologia clinica e biochimica clinica, abbiamo ottenuto il riconoscimento di eccellenza nazionale conferito all’area biomedica del dipartimento, esteso il network scientifico internazionale del nostro dottorato in “medicina traslazionale”, abbiamo soprattutto avviato l’auspicata rete formativa con l’ateneo della Magna Gracia attraverso la realizzazione del corso di laurea inter ateneo in ”assistenza sanitaria”.

Ecco quindi che l’istituzione del corso di laurea interateneo in ”Medicina e tecnologie digitali” trova oggi un suo naturale terreno preparatorio vitalizzzato da una rete formativa capace di dare coesione e contributi innovativi all’intero sistema universitario regionale, ma soprattutto ispirato da aspettative territoriali solidali e da tempo sedimentate che per tutti noi rappresentano oggi un grande valore ritrovato a sostegno del nuovo corso di laurea e delle grandi prospettive di crescita che esso potrà assegnare al nostro ateneo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche