19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44


Un medico

Già in precedenti scritti, aventi ad oggetto alcune riflessioni sull’esigenza di pervenire ad un patto Federativo tra le Regioni del Sud Italia, ebbi a sostenere che il Mezzogiorno Federato, per svolgere con efficacia la sua missione strategica di area di raccordo tra Europa, Alta Italia, Africa e Medioriente, debba dotarsi di un efficiente servizio sanitario per i propri cittadini e per gli abitanti del contesto territoriale mediterraneo.

A mio modesto avviso, la crisi della sanità meridionale, evidenziata dalla pandemia da coronavirus, ma latente da molti anni per come certificato dalla emigrazione sanitaria di migliaia di cittadini del sud Italia verso le regioni del nord, va affrontata investendo, prioritariamente, nella sanità pubblica ed, in particolare, nella medicina sul territorio. Il covid ha fatto esplodere le carenze della sanità sul territorio anche in Regioni come la Lombardia, ritenuta all’avanguardia per la organizzazione Ospedaliera. È emerso che, nei momenti di emergenza (nel mezzogiorno anche prima dell’arrivo del covid), se non si è dotati di una organizzazione sanitaria all’altezza sul territorio, in grado di fare da filtro alla domanda di assistenza sanitaria, questa si concentra inevitabilmente sugli Ospedali; questi rischiano di scoppiare, presentando, peraltro, un servizio di pronto soccorso dove si registrano situazioni ed episodi che offendono la dignità umana, calpestata nei momenti di maggiore necessità ed urgenza proprio in un luogo dove la persona dovrebbe essere rispettata con spirito solidale ed amorevole.

I servizi televisivi giornalmente ci presentano il pronto soccorso di molti ospedali come veri e propri gironi infernali. Dunque, i fondi nazionali, regionali ed europei, compresi quelli rinvenienti dal Recovery Fund, dovranno essere utilizzati per realizzare con intelligenza quelle strutture che consentono di aggredire tutte le patologie che si possono curare sul territorio. Mi riferisco al potenziamento dei distretti sanitari di base e dei poliambulatori ed alla costruzione di nuovi poliambulatori e di case della salute. Queste ultime vanno organizzate con strumentazioni diagnostiche di avanguardia, con studi specialistici per tutte le discipline, con la presenza dei medici di base ed anche con posti letto per patologie di lunga degenza. L’Unione Europea in passato ha sempre negato il sostegno finanziario al settore della sanità, temendo che i fondi venissero utilizzati per abbattere il debito. L’Unione, invece, si è dimostrata sensibile alla realizzazione delle case della salute (ad esempio in Calabria ne ha finanziato 10 con un investimento di 120 ml di € con il POR 2007/2014, purtroppo mai realizzate). A maggior ragione questo indirizzo dovrà essere ripreso nell’attuale scenario di esigenze sanitarie e di disponibilità finanziarie.

E’ del tutto evidente che una medicina sul territorio, degna di questo nome, non può prescindere dalla organizzazione di un efficiente servizio di assistenza domiciliare che va, quindi, potenziato anche con l’impegno dei medici di base che debbono essere motivati e responsabilizzati. Assistenza domiciliare ed azione capillare della medicina generale debbono rappresentare il primo filtro per evitare un afflusso ingestibile di pazienti verso gli ospedali. Del resto, l’urgenza di avere una medicina sul territorio efficiente è confermata dalle difficoltà che sta incontrando la campagna di vaccinazione. Naturalmente, per tutte quelle patologie che non possono essere curate sul territorio, ma che non richiedono alta e particolare specializzazione, sarà necessario completare e meglio distribuire la rete degli ospedali spoke.

Parimenti, all’apice della filiera, bisogna intervenire con la realizzazione di nuovi ospedali Hub e per l’ammodernamento di quelli esistenti ma molto vetusti e non più adeguati per offrire un servizio dignitoso all’utente. Ciò comporta di avere un ospedale Hub all’altezza almeno ogni 7/800.000 abitanti. Per completezza di pensiero bisogna affermare, con lucidità e determinazione, l’esigenza di assicurare al sistema universitario nazionale, in particolare a quello meridionale, le risorse per potenziare le facoltà di medicina esistenti, istituendone nuove là dove questo è possibile, in modo da offrire alla sanità pubblica il numero di medici e di infermieri necessari, medici ed infermieri di cui in Italia oggi si registra una pericolosa carenza. Peraltro, un moderno ed efficiente sistema universitario favorirà l’imprescindibile potenziamento del settore della ricerca, a cui vanno destinate risorse sensibilmente maggiori. Questo tempo di pandemia ha evidenziato la strategicità della ricerca, grazie alla quale il mondo in meno di un anno è riuscito a dotarsi di vaccini anti covid. Infine, non può non segnalarsi che le regioni meridionali debbono assolutamente dotarsi di un moderno servizio di telemedicina, reso necessario dalla prevalente conformazione collinare e montana del territorio, costellato da migliaia di piccoli centri, spesso privi di basilari servizi.

Sandro PRINCIPE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche