19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

Buonasera Sud

Il Piano di Ripresa per università e imprese

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Studenti

Il momento che stiamo attraversando rimarrà indelebile nella storia delle Nazioni per i drammatici effetti che avrà prodotto in tutti i campi; e mentre si sta ancora lottando contro la pandemia si studiano le soluzioni che dovranno permettere sia la ripresa economica che quella sociale. Le eccezionali risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono, in tal senso, essenziali ed un utilizzo che non permetta di ottimizzare gli obiettivi potrebbe determinare un generale arretramento del sistema Paese. È evidente che il Mezzogiorno sia, al momento, il più esposto atteso che ha affrontato gli effetti della pandemia da una condizione di profonda debolezza.

Tra le 6 “missioni” previste nel PNRR la n. 4 è destinata alla “Istruzione e ricerca” e su di essa si confida per gli effetti che potrebbe produrre per la crescita e la innovazione del settore produttivo. Complessivamente la missione n. 4 vale 28,4 miliardi di euro ed è uno dei capitoli che nelle versioni che si sono succedute nel tempo, ha subito maggiori modifiche in termini di risorse che sono divise in due cluster. Il primo per 16,7 miliardi è destinato al “potenziamento delle competenze e diritto alla studio”, mentre i rimanenti 11,7 miliardi sono destinati al cluster “dalla ricerca all’impresa”. Rafforzare i partenariati tra imprese e università, creare 7 nuovi centri sulle tecnologie emergenti, potenziare gli accordi per l’innovazione e finanziare i giovani ricercatori, sono le principali azioni che sono inseriti nel Piano.

Il tutto al fine di permettere il reale passaggio di conoscenze dai laboratori di ricerca all’ industria, processo meglio noto come trasferimento tecnologico, che per molti aspetti ha sempre presentato forti carenze in Italia. Il PNRR prova a ridisegnare una nuova strategia per il rafforzamento del partenariato tra impresa e università. Ai 7 nuovi centri sulle tecnologie emergenti, di cui la metà dovrebbe sorgere nelle regioni del Sud, è destinata una dotazione finanziaria di 1,6 miliardi che dovrebbero garantire la operatività al: • Centro Nazionale per l’intelligenza artificiale (l’Istituto avrà sede a Torino);
• Centro Nazionale di Alta Tecnologia ambiente ed energia;
• Centro Nazionale di Alta Tecnologia quantum computing;
• Centro Nazionale di Alta Tecnologia per l’Idrogeno; Centro Nazionale di Alta Tecnologia per il Biofarma;
• Centro Nazionale Agri-Tech (il Polo Agri-Tech avrà sede a Napoli);
• Centro Nazionale Fintech, (il Polo avrà sede a Milano).

A questi Centri di eccellenza dovrebbero aggiungersi la realizzazione di 20 “ecosistemi dell’innovazione”, uno per regione, finanziati con 800 milioni, che dovrebbero mettere a sistema le competenze sulla base di vocazioni produttive e di ricerca di un territorio. Prevista anche la riorganizzazione e la razionalizzazione dei centri di trasferimento tecnologico per segmenti di industria (Competence Center, Punti di Innovazione Digitale), insieme alla definizione, insieme alle aziende, di dottorati innovativi per potenziare le competenze di alto profilo. Uno schema che sembra ideato per “non scontentare” nessuno e che finisce per aggiungere altri soggetti che vanno ad aggiungersi agli oltre 600 che sono stati attualmente censiti dal Mise. Rimane da domandarsi se una offerta così ampia, che già in passato ha determinato scarsi risultati, non finisca con il creare una ulteriore parcellizzazione di risorse incapace di garantire quegli obiettivi che sono assolutamente strategici per il futuro delle nostre imprese. Molte delle iniziative appaiono, poi, incapaci di essere strutturali in quella azione di ripresa auspicata dal piano avendo necessità di periodi medio lunghi per la loro attuazione, come per i 7 centri di eccellenza che necessitano di importanti infrastrutturazioni e di reperimento di capitale umano di alta specializzazione non facilmente reperibile.

Forse sarebbe stato meglio partire dalle realtà esistenti a cominciare da quelle universitarie che negli ultimi anni le riforme sulla verifica della “qualità della ricerca” ha messo in competizione tra loro invece che, come in tutti i Paesi più tecnologicamente avanzati, favorire sistemi di aggregazione delle competenze. Una politica “suicida” per il sistema universitario italiano che ha continuato a premiare economicamente le università più forti, quelle con più relazioni con il mondo del lavoro, quelle con maggiori capacità di attrattive, ottenendo come effetto la “desertificazioni” delle Università del Sud ed il loro progressivo depauperamento. Ancora una volta il Mezzogiorno è stato oggetto di una importante migrazione, questa volta non di braccia ma di cervelli, che ha portato le Università del Nord ad essere giudicate le uniche capaci di dare una adeguata formazione ed ad essere di riferimento per il sistema produttivo e per il mondo del lavoro.

Più di una volta si è tentati di evidenziare come i parametri posti alla base delle classifiche sulle università fossero costruite con il solo scopo di esaltarne alcune rispetto ad altre, senza ricevere alcuna risposta, continuando a preferire un Paese diviso in due ed i cui risultati sono ormai evidenti a tutti. Purtroppo, quanto prospettato nel PNRR non modifica gli indirizzi, continuando a parlare di “vocazioni produttive di un territorio” che ha forti aree di grande depressione nel mezzogiorno anche grazie agli effetti della pandemia. Manca qualsiasi indirizzo volto a mettere a sistema, cosa mai fatta prima, un importante patrimonio di conoscenze ed infrastrutture delle nostre Università, continuando a favorire logiche di separazione e contrapposizione premiale. Sarebbe sufficiente indirizzare le nuove ed ingenti risorse verso politiche di finanziamento premiali nei confronti dell’aggregazione dei centri di ricerca e delle Università sia del Nord che del Sud, prevedendo specifiche azioni di sinergia con il mondo del lavoro e dell’industria, per assicurare le necessarie forme di riequilibrio tra sistemi a capacità trainante diversa. L’idea di continuare a finanziare il “migliore”, perchè più inserito in un sistema economico “forte”, non può che garantire un Paese a due velocità nel PIL, nel tasso di occupazione nella crescita del sistema produttivo e continuando l’opera di desertificazione del Sud di questo ultimo secolo.

Il pericolo che si sta correndo è molto grave atteso che gli effetti della pandemia hanno accelerato ed, in molti casi reso drammatico, le condizioni di molte regioni. La speranza è che queste argomentazioni possano trovare una giusta attenzione e determinare una nuova visione per il nostro Paese che abbia nell’aggregazione la parole chiave per superare le differenze, garantendo quel necessario riequilibrio per la crescita e la ripresa.

 

Giovanni TESORIERE
Preside della Facoltà di Ingegneria e Architettura Università di Enna “Kore”

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