09 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 08:03:03

L'ex Ilva ora Arcelor Mittal
L'ex Ilva ora Arcelor Mittal

Taranto ha riacceso i fari sulla siderurgia italiana mettendone in luce le carenze strutturali. Serve un vero progetto 4.0 per il settore che ci consenta di uscire dalla assoluta sudditanza nei confronti della Cina che da anni rappresenta un temibile concorrente e ormai da sola produce oltre la metà dell’acciaio mondiale. Un impianto a ciclo integrale come quello di Taranto non può marciare senza l’area “a caldo”. Verrebbe a mancare il prelavorato di bramme di acciaio da cui produrre i laminati piani. Anche le pressioni provenienti dall’opinione pubblica, dalle autorità locali devono essere ben tenute in considerazione e va quindi definito un assetto compatibile e soprattutto condiviso.

Ne va sottovalutato che assicurare un futuro allo stabilimento, è fondamentale valutate attentamente le possibili alternative più sostenibili e realizzare nuovi assetti impiantistici data la strategicità della produzione di acciaio nell’interesse nazionale. Con l’accordo firmato tra Invitalia e Arcelor Mittal Italy il 10/12/2020, il colosso siderurgico ritorna in mano pubblica. Con il via libera dell’Antitrust della commissione Europea, risolti tutti gli aspetti societari, occorre assicurare la sopravvivenza della siderurgia a Taranto conseguentemente all’Italia avviando la realizzazione degli investimenti necessari, secondo un piano di medio termine, volto ad un cambiamento necessario per la decarbonizzazione e la sostenibilità ambientale e sanitaria.

Dagli eventi delle ultime settimane sembra che si stiano realizzando i presupposti per arrivare ad una vera e propria svolta. Il nuovo «Rinascimento dell’acciaio», lo immaginiamo prendere forma a partire da un «acciaio umano», che non può che essere sostenibile e in armonia con il pianeta. La sostenibilità è un obiettivo e, insieme, la strada che porta al traguardo. Tecnologia e riduzione dell’impatto ambientale, che vuol dire abbattimento significativo delle emissioni diventano paradigmi di un racconto sul campo. La grande sfida sarà quella della razionalizzazione produttiva, in linea con il nuovo scenario. che dovrà affrontare il Governo, dimostrando di saper impiegare e gestire le risorse della next generation Ue.

L’utilizzo del Just Transition Fund insieme alle risorse del Recovery Fund rappresenta per il mezzogiorno e per Taranto una occasione irripetibile. L’unica via d’uscita per lo stabilimento siderurgico di Taranto e per la siderurgia italiana. Serve una fase di transizione per una riconversione che tenga conto delle tecnologie più all’avanguardia e del reale fabbisogno di capacità produttiva che dovrà essere definita dall’indirizzo di una mirata “politica industriale” e da una “pianificazione della siderurgia” dei quali il Governo dovrà farsi interprete attraverso scelte e programmi d’investimento, professionalità e competenze dello spirito originario dell’Iri.

La partecipazione dello Stato nell’azienda siderurgica consente di riprendere il cammino per ridare prospettiva al siderurgico più importante d’Europa e rilanciare in modo ecosostenibile la siderurgia di Taranto. Con “il nuovo polo industriale e logistico ionico: un progetto urgente di transizione ecologica”, Mezzogiorno Federato, che si pone governando anche le condizioni più difficili con argomentazioni tecniche ed economiche fondate sulla conoscenza e la competenza, si propone di avviare confronto di merito con i segmenti siderurgici del nord per costruire una alleanza strategica che possa interloquire propositivamente con il Governo

L’industria siderurgia è una colonna portante della manifattura italiana, che ne fa il secondo player europeo. È alla base di molte altre industrie, automotive, oil&gas, delle infrastrutture. L’Italia manifatturiera, che consuma 11 milioni di tonnellate di acciai piani l’anno, subirebbe danni pesanti dalla scomparsa del suo grande fornitore a ciclo integrale. L’industria meccanica ha bisogno di qualità, flessibilità, tempi, certezze logistiche e condizioni di fornitura, che le importazioni da sole, senza un’alternativa domestica, non possono sempre garantire. La dimensione produttiva, unica vera tutela per i posti di lavoro, non può dipendere dalla congiuntura della domanda siderurgica, che si affronta con gli ammortizzatori sociali, ma dal posizionamento prospettico dell’impresa. La nostra proposta prevede di installare gradualmente due forni elettrici con capacità produttive di circa 2,5 – 2,8 milioni di tonnellate/anno per forno elettrico e la chiusura programmata di cokerie agglomerazione e impianti ausiliari principali fonti di inquinamento.

La seconda acciaieria elettrica, non renderebbe necessaria la ricostruzione di AFO/5 portando a fine vita tecnica AFO1- AFO2- AFO4, ma la chiave di volta sta nell’alimentazione di questi impianti. È chiaro che, se i due altiforni continuassero a usare soltanto il carbone cokerizzato per fondere il minerale, l’impatto ambientale non migliorerebbe in modo strutturale e se poi i forni elettrici fossero alimentati a rottame, si creerebbero sull’approvvigionamento e sui prezzi del rottame gravi ripercussioni sulla siderurgia del nord. La soluzione sta nell’utilizzo del minerale di ferro preridotto con il gas grazie alla tecnologia detenuta da Danieli e Techint. Il preridotto dovrebbe essere usato per alimentare totalmente o quasi i forni elettrici, adeguatamente preparati. Il preridotto potrebbe essere importato per i 2-3 anni necessari a costruire i moduli per produrre il preridotto per cedere caldo all’adiacente acciaieria dell’Ilva e freddo alla siderurgia del nord, dove Acciaieria Arvedi e Ferriere Nord Gruppo Pittini già ne fanno un uso importante.

Taranto, grazie anche al porto, diventerebbe l’hub del preridotto per l’Italia, magari affidandolo a una società consortile fatta da Invitalia-AMI con i siderurgici privati interessati ad avere un calmiere del rottame. La fornitura del gas potrebbe avvenire con l’assicurazione di costi ben al di sotto di quelli attualmente sul mercato con il coinvolgimento di Enel, Snam ed Eni e Taranto si legherebbe non solo, come tutti gli altri europei, al ciclo della ghisa, ma anche a quello del gas. La conversione della fabbrica potrebbe impiegare molti anni e nel frattempo potranno avanzare ricerche e sperimentazioni per l’utilizzo dell’idrogeno per completare il processo di decarbonizzazione della fabbrica inclusa totalmente la necessaria energia elettrica. L’idrogeno verde, anche se oggi è economicamente svantaggiosa è comunque un’opzione nella produzione di acciaio. Lo stesso Timmermans ha evidenziato che sebbene gran parte della transizione energetica si concentrerà sull’elettrificazione diretta, possiamo perseguirlo “in tempi relativamente brevi”.

Infatti l’idrogeno si fa spazio nelle strategie politiche e istituzionali internazionali, già oggi si lavora su progetti che vedranno la luce già nel 2022 e che pongono rinnovabili e idrogeno al centro. Tornare al metodo di produzione da rottame di origine acciaiosa in cui il rapporto t CO2 / t acciaio in questo caso è di 0,25/1. La Danieli Group, società del settore che realizza il 96% del proprio fatturato all’estero, quotata in Borsa e controllata dall’omonima famiglia friulana, ha siglato la scorsa settimana un accordo tecnologico quadro che si propone di riconvertire in maniera sostenibile impianti primari ad alta intensità di energia nel comparto siderurgico in Italia, in particolare al Sud, ma anche all’estero. Uno degli obiettivi del piano del Consorzio Danieli, Saipem e Leonardo è proprio la riconversione nei confini di casa nostra. Ovvero il risanamento dell’ex Ilva, un target raggiungibile in sei anni (procedendo per step, in molto meno tempo se i partner lavoreranno in parallelo) salvando la fabbrica, le maestranze e sostituendo nel processo produttivo i famigerati altiforni inquinanti, con forni digitali ad alimentazione elettrica ibrida integrati a impianti di riduzione diretta del minerale di ferro per mezzo di una miscela di metano e idrogeno.

Un progetto “chiavi in mano” da incorniciare all’interno del Recovery Plan (da finanziare, dunque, con i miliardari fondi comunitari), il cui costo, spiega ad Affaritaliani. it Antonello Mordeglia, ingegnere e consigliere di amministrazione della Danieli, “si aggira intorno ai 6 miliardi di euro per rendere Taranto tutta green, approvvigionamento energetico compreso e in grado di consentire una produzione annuale fra le 6 e le 7 milioni di tonnellate di acciaio”. Nella partnership, Danieli, che già serve come grandi clienti gli Emirati, gli Stati Uniti, la Russia, l’Egitto e il Giappone, curerà la tecnologia della riduzione diretta e dei forni elettrici digitali. Saipem e Leonardo, invece, si occuperanno della parte di generazione di energia rinnovabile e di idrogeno e della gestione eventuale di altri gas per alimentare l’impianto. In sostanza, dell’approvvigionamento energetico ed eventualmente anche del recupero della CO2 a Taranto durante le fasi di sviluppo del progetto. In particolare, poi, il gruppo guidato da Alessandro Profumo gestirà la parte del controllo e dell’automazione degli impianti upstream costruiti invece da Saipem. Un pacchetto molto più ampio del semplice rifacimento dell’altoforno 5 e della costruzione del forno elettrico previsti dal piano Invitalia- ArcelorMittalItalia.

Su questa base è possibile avviare un processo di pacificazione cittadina e sviluppo del territorio che per rasserenare le legittime preoccupazioni dei tarantini non può prescindere dalla valutazione preventiva d’impatto sanitario. Il definitivo piano industriale ed ambientale deve essere vincolato al superamento della valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario (VIIAS/ISPRA e VIS/ ISTISAN 19.9) dello stabilimento in tutti gli assetti impiantistici stabiliti. Da essa dovrà risultare un danno sanitario residuo accettabile secondo gli standard internazionali. Gli strumenti già applicati a grandi centrali elettriche, raffinerie, impianti petroliferi, non può continuare ad essere negata al Siderurgico di Taranto: il Governo deve garantirlo, in considerazione della eccezionalità del caso. I porti sono il tassello fondamentale attorno al quale si gioca in Italia la partita fra Cina e Stati Uniti. Se consideriamo la vicinanza al terminale del gasdotto Tap/ Tanap in arrivo da Azerbajian via Turchia, Grecia e Albania, si capisce perché Taranto assuma un rilievo particolare. Possedere una piattaforma siderurgica nel Mediterraneo è un grande vantaggio per un mercato che considera l’Africa un appetibile mercato in via di sviluppo.

L’Ilva è una grande piattaforma nel Mediterraneo. Lo scalo portuale tarantino è uno dei più importanti in Italia, situato nel cuore del Mediterraneo, a cavallo delle rotte commerciali euromediterranee. Situato a 172 miglia nautiche dalla rotta Suez-Gibilterra, il grande serpentone mercantile del Mare Nostrum, per chi è interessato ad espandere le reti commerciali nei “mari caldi”. Nuove prospettive si sono manifestate nel corso del recente visita del presidente Draghi in Libia in cui il presidente del Consiglio italiano ha assicurato “la nostra cooperazione in campo progettuale, con precisi riferimenti alle infrastrutture civili, in campo energetico, in campo sanitario, in campo culturale”.

Alfredo VENTURINI

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