08 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Maggio 2021 alle 07:01:43

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Il nuovo paradigma dell’economia circolare

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Il nuovo paradigma dell’economia circolare

Il progetto del Consorzio Smart City Group – unico richiamato dall’Amministrazione Straordinaria della soc. Blutec a chiusura della “procedura a evidenza pubblica” – è stato presentato il 28 maggio 2020 all’attenzione delle istituzioni competenti per realizzare un eco-distretto industriale denominato S.U.D. – Smart Utility District, nell’ambito dell’ex-area Fiat nella zona industriale di Termini Imerese.

Esso è finalizzato a creare un polo di economia circolare in particolare in Sicilia, oggi del tutto priva o quasi di attività di riciclo dei materiali, oltre ad attività innovative nel settore dei nuovi materiali e a un centro di ricerca gestito da un importante consorzio universitario. Esprimendo per altro una sperimentazione modellistica adattabile anche in altri contesti. La seguente Nota costituisce cornice informativa circa l’approccio che ispira quella progettazione con particolare attenzione all’apporto in questa particolare fase per gli interessi del Mezzogiorno e del Paese a fronte delle scadenze a coordinamento europeo destinate a qualificare le strategie anti-crisi con coinvolgimento competitivo delle migliori risorse produttive nazionali. Si sta valutando inoltre la possibilità di portare questa esperienza anche nei processi di transizione ecologica che stanno riguardando la città e il polo industriale di Taranto.

In principio fu economia lineare
È il modello degli ultimi 150 anni di storia. Basato sulla successione dell’estrazione di materie prime, sulla loro trasformazione in beni di investimento e di consumo di massa, per finire alla eliminazione degli scarti, con qualche eccezione di recupero dei medesimi specie nei paesi poveri di materie prime come l’Italia che ha sempre seguito la prassi del riciclo fin dalle origini. Una scelta, questa, naturalmente utilitaristica, ancorché validissima, ma senza una vera visione ecologista o di tutela dell’ambiente, se non per via indiretta. È con gli anni sessanta che l’idea di un circuito circolare dei materiali prende piede. Nel 1966 l’economista Kenneth E. Boulding scrive un articolo nel quale comincia a delineare una prima circolarità delle risorse, parlando di economia evolutiva.

Nel 1976, in una rapporto presentato alla Commissione europea, Walter Stahel e Genevieve Reday delineano la visione di un’economia circolare e il suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti. In realtà già nel 1972 con il ben noto rapporto su: “I limiti dello sviluppo” Donella e Denis Meadows, avevao messo in guardia sulla crescente scarsità delle risorse e sulle conseguenze dell’inquinamento crescente. Già allora quindi, sia pure indirettamente, era posto l’accento sulla scarsità delle risorse e sulla necessità di utilizzare gli scarti di lavorazione. Il risultato di tutti questi anni di ricerche e sperimentazioni per un mondo più sostenibile e confluito nel concetto di economia circolare, ovvero un modello di economia che riduce e elimina lo scarto, differenzia le fonti di approvvigionamento di materia e fa durare i beni più a lungo, massimizzando il valore d’uso dei prodotti di consumo. “Un’economia pensata per potersi rigenerare da sola”.

L’economia circolare
In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera; e quelli tecnici, destinati a essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera». La definizione proviene dal lavoro della Ellen MacArthur Foundation, una istituzione no-profit finanziata dalla exvelista Ellen MacArthur, sostenuta da enti e imprese del mondo industriale, anche se, a ben vedere, la promozione dell’economia circolare venne identificata come la politica nazionale nell’11° piano quinquennale della Cina a partire dal 2006. Secondo tale definizione, l’economia circolare dovrebbe funzionare come gli organismi viventi, in cui le sostanze nutrienti sono elaborate e utilizzate, per poi essere reimmesse nel ciclo sia biologico che tecnico. Da ciò nascono approcci progettuali e applicativi, tra cui Cradle to Cradle (dalla culla alla culla o anche C2C), bioeconomia, biomimetica, ecologia industriale, economia blu. Il concetto di economia circolare rappresenta dunque una risposta nuova e che dovrebbe rispondere alle grandi esigenze connesse con problemi attuali e non solo economici. Certamente la crescente scarsità dei materiali, ma anche e soprattutto le emergenze climatiche e il connesso effetto serra portano a identificarlo come uno dei “driver” dello sviluppo sostenibile. La Ellen MacArthur Foundation ha recentemente delineato le opportunità economiche e di sviluppo di questo modello.

I tre principi fondamentali dell’economia circolare
1. Riscoprire i giacimenti di materia scartata (le “miniere urbane”) come fonte di materia prima.
Come in natura, ove nulla va sprecato e ogni scarto diventa elemento nutriente di un altro organismo, lo stesso deve accadere nella produzione, dall’agricoltura all’industria attraverso riciclo, riuso, gestione degli output produttivi, rigenerazione.

  1. Fine dello spreco d’uso del prodotto. L’economia circolare tende a trasformare il prodotto in servizio come il Car-sharing, il leasing a breve tempo, o altre forma di “prodotto-come servizio”.
  2. Interrompere la fine prematura della materia. Occorre aggiungere a riciclo e riuso, strategie fondamentali di recupero della materia, una diversa obsolescenza programmata della materia con una maggior durata o un reimpiego dei beni. L’esempio recente più interessante è certamente quello della proposta di riutilizzo delle batterie dismesse delle auto elettriche, che hanno durata superiore al mezzo meccanico, in chiave di stoccaggio di energia per il riequilibrio della rete.

Volendo riassumere: Riutilizzo: che permette di conservare al meglio il valore dei prodotti.

  • Riciclo a circuito chiuso: che comporta l’uso dei rifiuti per realizzare nuovi prodotti senza cambiare le proprietà intrinseche del materiale riciclato (ad esempio carta, vetro, metalli e parzialmente plastica).
  • Riciclo a circuito aperto: o downcycling, che utilizza materiali recuperati per creare prodotti diversi rispetto a quelle prodotte in un circuito chiuso (es. plastica per usi tessili).
  • Bio-raffinazione: che significa estrarre materiali pregiati – come le proteine o i prodotti chimici di specialità – per convertirli in energia. L’attività interessa in particolare le industrie che creano rifiuti biologici quali biomasse o la frazione umida della RD.
  • Riparazione e rigenerazione dei prodotti: riguarda particolari tipi di beni ed ha un’impronta maggiore del riciclo. Naturalmente ove ciò sia possibile.

Un passaggio intermedio: la bioeconomia Nasce come disciplina legata al risanamento dei territori e alla riconversione delle aree agricole degradate. Il tentativo messo in atto con successo da più parti (l’esempio italiano di Novamont in Sardegna è probabilmente fra quelli più riusciti) è quello di utilizzare i terreni marginali per realizzare nuove culture specialistiche da utilizzare successivamente nella chimica verde e nell’agro-industria.

  • La bioeconomia è definita dalla Commissione Europea come un’economia che usa le risorse biologiche rinnovabili di origine terrestre e/o marina per la produzione e la trasformazione in energia, prodotti alimentari, industriali (e in particolare nella cosiddetta chimica verde) e della mangimistica. Oggi tale evoluzione della componente rinnovabile dell’economia circolare e considerata come un’economia in cui tutto è risorsa, compresi gli scarti. E quindi un’opportunità per rispondere anche alle sfide ambientali.
  • Nella sua applicazione originaria è ritenuta particolarmente indicata nella lotta contro la desertificazione e la degradazione dei suoli, essendo in grado di creare sviluppo economico e nuovi posti di lavoro anche in settori nuovi come appunto quelli della chimica verde. Un esempio sono i sacchetti e i contenitori di bioplastica. Ma anche molti intermedi chimici, con applicazioni in campo farmaceutico, cosmetico o alimentare oggi derivano da materie prime rinnovabili.
  • La bioeconomia cresce di valore e peso complessivo: in Europa ha fatturato 2.300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nell’anno 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1,9 milioni di persone impiegate.

I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bioeconomia sono le industrie alimentare, delle bevande, del tabacco e quella della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Ma rientrano nel settore anche altre industrie di “lungo corso” come quelle dei metalli e/o della carta, da sempre orientate al riciclo degli scarti e dei sottoprodotti, che ha tratto dall’affermarsi delle nuove tendenze occasioni di rilancio. In realtà, come spesso accade, la scoperta di nuove definizioni “green appeal” genera delle trasmigrazioni a volte solo di valore comunicativo (green washing). Al di là delle questioni tassonomiche, che lasciamo agli aruspici della classificazione statistica, ciò che conta e che in realtà cresce l’attenzione alle esigenze di carattere ambientale. E quindi un ri-orientamento delle progettazioni e della fabbricazione dei prodotti in un’ottica di sostenibilità. La Bioeconomia contribuisce all’attuazione di alcuni dei 17 Sustainable Development Goals, il programma d’azione delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, clima e ambiente.

L’organizzazione in distretti dell’economia italiana
Il termine “distretto industriale” è stato utilizzato per la prima volta da Alfred Marshall, per descrivere la realtà delle industrie tessili di Lancashire e Sheffield. Egli diede la seguente definizione: «Con il termine distretto industriale si fa riferimento ad un’entità socioeconomica costituita da un insieme di imprese, facenti generalmente parte di uno stesso settore produttivo, localizzato in un’area circoscritta, tra le quali vi è collaborazione ma anche concorrenza». Con questa definizione, che risale all’economia classica, Marshall ha proposto uno dei principali fattori che stanno alla base del nuovo paradigma industriale: non più soltanto “competere o cooperare” ma anche “competere e cooperare”.

L’organizzazione di fette dell’economia e dei servizi organizzate in “consorzi” e stata – e continua ad essere – una modalità di particolare successo. Secondo la legge italiana, si definiscono distretti industriali, «aree territoriali locali caratterizzate da elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese e la popolazione residente nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle imprese». Definizione che, riprendendo quella storica, sottolinea la stretta relazione tra realtà industriale e sociale. Il passaggio da una condizione tecnica di lavoro subordinato al salto verso il lavoro autonomo, ha dato origine nel tempo ad un fenomeno di “gemmazione” di nuove realtà produttive, caratterizzate, nella fase di sviluppo, da una concentrazione produttiva omogena all’interno di aree definite. Il successo del modello produttivo dei distretti industriali si può riportare a due principali fattori.

  • Il primo è il forte ancoraggio socioculturale ad un territorio, che favorisce, una rapida circolazione del know-how e la nascita di una identità comune.
  • Il secondo fattore è legato alla natura di rete delle strutture organizzative, alla diffusione del know-how e alla specializzazione delle singole aree/ distretti.

Un passaggio importante, non solo dal punto di vista metodologico, fu quello compiuto dalla Regione Lombardia nell’identificare alcune modifiche sostanziali del modello, con il passaggio ai “metadistretti”, nuove ripartizioni territoriali finalizzate ad “individuare sul territorio delle filiere produttive con un elevato potenziale tecnologico, ove operare politiche di cooperazione tra le imprese specializzate e comprese nelle filiere e i centri di ricerca”. Con il “metadistretto” si e cercato di superare l’originaria organizzazione, basata sulla concentrazione territoriale di imprese specializzate in particolari settori produttivi, dando una scala dimensionale più estesa (provinciale, regionale o anche nazionale) e introducendo due nuovi elementi distintivi: quello della filiera produttiva (quindi collegamenti verticali e orizzontali nel sistema produttivo) e quello connesso a un rapporto diretto con la ricerca come elemento di crescita qualitativa.

Il passaggio dalla singola specializzazione produttiva alla filiera, modifica la “catena del valore”, creando nuove sinergie fra imprese e territorio, dando vita a una sana contaminazione sia tra i settori appartenenti alla medesima filiera, sia tra filiere diverse. Un esempio citato è dato dall’influenza che una particolare lavorazione delle materie plastiche ha avuto sul sistema moda con know how imprenditoriale, che ha dato origine alla produzione di occhiali in plastica. Tutto quanto precede, che storicamente ha determinato il successo di un modello tipicamente italiano, sembra tuttavia aver segnato il passo nella attuale fase, nella globalizzazione dell’economia, specie dopo l’ingresso di nuovi player nello scenario internazionale.

Il distretto, nonostante le successive evoluzioni e integrazioni, rimane un sistema orientato al proprio interno, quindi con difficoltà oggettive nel dare risposte rapide in un contesto economico internazionale in forte e rapida evoluzione. Le riposte, al di là dai tentativi di nuovi assetti e anche di importanti integrazioni, non hanno inciso sulle carenze tipiche del modello. Gli interventi sulle strutture di sistema hanno riguardato essenzialmente alcune criticità operative marginalizzate, con lo spostamento di intere fasi di fabbricazione in paesi a più bassi costi dei fattori produttivi, relativi al lavoro o ai minori vincoli ambientali, che hanno finito per snaturare o addirittura far scomparire interi settori industriali. Accanto a questi fenomeni, più propriamente connessi con lo sviluppo recente, stanno aumentando i casi di investitori esteri che, anche profittando del passaggio generazionale all’interno delle aziende familiari, acquisiscono realtà industriali italiane di grandi tradizioni, ben consolidate nel territorio.

Ciò avviene certamente per valorizzare al meglio le condizioni legate alla cultura, alla specializzazione e alla storia aziendale. Comporta però una ridefinizione del sistema di filiera, modificando profondamente le condizioni originarie, accentuando le logiche di concentrazione e di spostamenti competitivi – fenomeni questi che sono tipici delle imprese multinazionali, come anche dimostrano casi recenti di aziende industriali chiuse in Italia e delocalizzate – a scapito delle comunità locali e dei legami storici e culturali.

Dal distretto industriale all’eco-distretto
La definizione di eco-distretto si ritrova in un rapporto redatto da Ambiente Italia per le regioni appartenenti alla rete Cartesio, il cui scopo è di «verificare l’applicazione di un approccio di cluster alle politiche di sostenibilità da parte dei distretti produttivi italiani». Si tratta, quindi, nella maggior parte dei casi, di innovazioni di processo verso la sostenibilità – molto diffuse – e solo in qualche raro caso di innovazione di prodotto di cui soffrono, come si è annotato nel punto precedente, i distretti industriali negli ultimi anni. I numeri presentati sono comunque confortanti e mostrano un passaggio significativo dal punto di vista dei servizi comuni (un’altra delle carenze organizzative dei distretti). Il 21,3% dei distretti è dotato di tutte le infrastrutture per la gestione idrica sostenibile, il 41% utilizza impianti per la produzione d’energia da fonti rinnovabili, il 62% possiede agenzie per l’innovazione, il 25% mette in campo le Bat (Best tecnology available), nel 46% dei casi ci sono aziende che utilizzano marchi per la qualità ambientale, mentre sul fronte dell’innovazione ecologica le progettualità dei distretti sul fronte ambientale riguardano i “cambiamenti climatici” per il 49%. Il trend è sicuramente positivo, ma occorre inserire i dati nel contesto, valutandolo rispetto ai driver industriali. Si tratta, come è stato correttamente notato, di pratiche aziendali rivolte ad aumentare la marginalità delle aziende attraverso il risparmio su energia, materie prime e anche rifiuti.

Tutti comportamenti che hanno importanti risvolti ambientali, peraltro dettati da una sana gestione aziendale, per cui gli eccellenti risultati espressi non possono essere considerati un punto d’arrivo, bensì una base di partenza per un nuovo modello di ecodistretto concepito seguendo driver davvero ecosostenibili e in grado di auto promuovere innovazione.

Un’altra fase evolutiva degli eco-distretti, sarà quella di un rapporto più stretto e funzionale tra imprese e cittadinanza, che vada oltre l’aspetto occupazionale, coinvolgendo altre problematiche. La produzione energetica distribuita anche ai cittadini, attraverso le comunità dell’energia, così come l’utilizzo di materia prima-seconda proveniente dai rifiuti raccolti e selezionati con l’ausilio dei cittadini stessi, saranno fattori di sviluppo di una nuova catena del valore circolare.

L’eco-distretto industriale: un nuovo modello organizzativo
Nessuno o quasi oggi pensa che la rivoluzione 4.0 possa avvenire senza tenere conto anche della sostenibilità. Anzi, i più avveduti iniziano a parlare di modello 5.0, cioè di una nuova articolazione di rapporti e interrelazioni fra uomo, macchine, ambiente e territorio. I nuovi paradigmi sono concentrati sul dare corpo a un insieme di legami fra: nuove infrastrutture industriali, Smart Cities, energie rinnovabili, best practice, nuove tecnologie produttive e nuovi prodotti, innovazione e ricerca, Academy formative, smart mobility, sviluppo sostenibile, economia circolare, gestione del territorio. Sono queste le variabili strategiche della nuova fase di sviluppo, quelle su cui concentrare le scelte e le risorse per il sostenere il cambiamento imposto dalla società in evoluzione. Trovare un legame e una simbiosi fra tutte queste tipologie (o almeno con alcune), diviene dunque fondamentale per realizzare interventi che seguano logiche di sviluppo innovative e rispondenti alle nuove tendenze. Ancora più rilevante e determinante ai fini del rilancio economico in questa fase di cambiamento epocale, e agire sul cosiddetto “brownfield redevelopment”, trasformando i siti industriali dismessi, che purtroppo cominciano ad abbondare nel nostro paese, in una nuova ricchezza da rivalorizzare come nuove aree “greenfield”, riconvertendole in centri di nuova industrializzazione, che siano anche al servizio del territorio, e non soltanto, come gran parte di esse in passato, in nuovi quartieri residenziali, sia pure importanti per il risanamento delle città.

Il progetto di Termini Imerese, presentato da Smart City Group, aderisce a questa tendenza.
Esso è stato concepito volendo realizzare interventi sia di breve, che di mediolungo termine che apportano al territorio per la sua logistica, ma anche all’Italia nel suo complesso, un “modello” che rilancia le caratteristiche dimensionali tipiche delle imprese italiane del “distretto industriale”, legandolo ai nuovi “driver” dello sviluppo: economia circolare, energia pulita e rinnovabile, nuove tecnologie e nuovi prodotti, ricerca e innovazione, formazione continua, ma soprattutto servizi per il territorio in una situazione ambientale che, soprattutto in certe regioni del Mezzogiorno, appare degradata e inefficiente. Da quest’ultimo punto, infatti, e partita l’analisi che ha portato alla costruzione del nuovo modello di “ecodistretto industriale”. Note le carenze infrastrutturali dell’isola, sono state studiate e proposte soluzioni organizzative e impiantistiche che superano la logica di “gestione integrata dei rifiuti” o singola dei residui produttivi, per puntare alle logiche di “filiera” e di “simbiosi produttiva”. Tutta l’organizzazione del nuovo “cluster” rispetta e contempla le caratteristiche e le indicazioni delle nuove tendenze di sviluppo, ma inserendole, attraverso una rete di piccole-medie imprese e di newco innovative, all’interno dei due pilastri fondamentali su cui poggia il nuovo modello di “ecodistretto industriale”: economia circolare e servizi al territorio da un lato, nuovi prodotti e nuove tecnologie dall’altro, con un architrave di collegamento fra i due, rappresentato dalla presenza di un consorzio universitario di ricerca composto da 18 università italiane, comprese le due siciliane (sarebbe la prima volta che il mondo dell’università partecipa ad un processo di riconversione industriale di questo genere).

I settori nei quali si collocano le nuove imprese riguardano:

  • la tutela dell’ambiente, col trattamento e la valorizzazione dei rifiuti organici e dei residui produttivi fino alla nuova filiera del biogas, del gnl e dell’idrogeno verde, il trattamento acque e il riciclo dei materiali;
  • la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico e bio-meccanica) da utilizzare per rendere autonomo il complesso e la costituzione di una comunità energetica a tutti gli effetti cedendo il supero alle comunità locali;
  • l’agro-industria e la bio-economia, con la realizzazione di foto-bioreattori e serre idroponiche per la trasformazione di alghe in prodotti per la cosmesi (e il riutilizzo dei sottoprodotti nella produzione di energia);
  • infine, nel campo dei nuovi prodotti e dell’intelligenza artificiale sono previste le produzioni di grafene, nuove batterie, dispositivi per la mobilità sostenibile e software e sistemi applicativi per le Smart City. A completare il quadro, come detto, un consorzio di ricerca interuniversitario con 18 Atenei italiani fra cui i due siciliani e una Academy per la formazione continua di figure professionali richieste dal mercato. Gli investimenti previsti sono dell’ordine dei 200 milioni di euro, con il recupero dei circa 600 cassintegrati rimasti dopo la chiusura dello stabilimento ex-Fiat, e la creazione di altrettanti posti di lavoro ad elevata professionalità una volta completato il quadro d’insieme. Un modo nuovo e al tempo stesso consolidato di proporre sviluppo, un’ulteriore evoluzione “naturale” del modello che rappresenta ancor oggi quasi un terzo del PIL nazionale. Ora proposto con modifiche sostanziali che rispettano e promuovono coerentemente le nuove istanze dell’economia e della tecnologia, ma, soprattutto, con la capacità di legarsi in modo nuovo e partecipativo alle istanze del territorio.

di Giancarlo LONGHI
Presidente Consorzio Smart City Group

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