19 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Maggio 2021 alle 15:58:30

Buonasera Sud

Il Ponte sullo Stretto fuori dal Recovery Plan

foto di Il Ponte sullo Stretto fuori dal Recovery Plan
Il Ponte sullo Stretto fuori dal Recovery Plan

L’esclusione della realizzazione del Ponte sullo Stretto dai fondi del Recovery Plan è un po’ la metafora di un Mezzogiorno, ancora una volta “scartato” dalle politiche economiche nazionali per lo sviluppo. Del tutto pretestuosi appiano i motivi addotti, in primo luogo quello che non si costruiscono più ponti, poiché il raddoppio del canale di Suez e di quello di Panama, il terzo ponte sul Bosforo a Istanbul e quello Øresund tra Danimarca e Svezia, sino ai centocinquantadue chilometri del ponte Hong Kong– Zhuhai–Macao, costituiscono la prova del contrario, rispetto al progetto di tre chilometri annullato nel febbraio 2013 con un tratto di penna dal governo Monti, che dispose la liquidazione, tutt’ora in atto, della società a capitale interamente pubblico, tra Anas, Ferrovie dello Stato, Regioni siciliana e Calabria: la Stretto di Messina Spa. Ma il ministro Giovannini dice no al ponte sospeso a campata unica, certificato dalle migliori società di progettazione a livello mondiale, per il quale basterebbero solo 7 miliardi dei 50 destinati a infrastrutture degli oltre 200 assegnati all’Italia dal Recovery.

Naturalmente l’operazione era già cominciata con il Governo-Conte bis, quello giallo-rosso, visto che nel dicastero alle Infrastrutture venne insediata l’ennesima commissione per decidere se realizzare l’opera, in primo luogo per la scelta tipologica, con il ritorno della fumosa ipotesi del tunnel quale chiaro strumento di interdizione per non realizzare nulla. Eppure, l’analisi di fattibilità tecnico-economica è stata fatta, la valutazione positiva di impatto ambientale a onta di un ecologismo premoderno pure, la conferenza dei servizi conclusa, l’ok del Cipe nel lontano 2003, sono stati già realizzati i lavori per lo spostamento della ferrovia nella variante Cannitello in Calabria, sotto il profilo anti-sismico il progetto è stato elaborato in piena sintonia con l’Ingv, ha avuto il via libera del Consiglio Superiore dei lavori pubblici, l’ok dei massimi esperti del Politecnico di Milano e l’approvazione della statunitense Parson Transportation, che ha certificato come il Ponte resisterebbe ad un evento sismico come quello che colpì lo Stretto nel 1908.

Basterebbe quindi, un decreto legge per dichiarare lo stop alla liquidazione della società Stretto di Messina Spa e ripristinare il rapporto con il general contractor, il consorzio Eurolink, salvaguardando anche il sistema di monitoraggio ambientale d’avanguardia già stato realizzato per la geomorfologia, la qualità dell’aria, delle acque marine superficiali e profonde, del rumore e degli effetti socioeconomici determinati dalla realizzazione dell’opera. Eppure si tratta di un’opera di interesse europeo (in questo caso nessuno dice “c’è lo chiede l’Europa”!), segmento strategico del Corridoio trasnazionale Berlino-Trapani, senza il quale l’alta velocità non unirà il Continente alla Sicilia.

Infatti, con i fondi della NextGeneration Eu si dovrebbe realizzare (finalmente!) la nuova linea ad alta velocità Salerno-Reggio-Calabria e sono sul punto di ripartire i cantieri da 8 miliardi per l’alta velocità Messina-Palermo-Catania, con la conseguenza che senza il Ponte, i passeggeri dovranno attraversare sulle navi lo Stretto e riprendere i treni nel Continente e in Sicilia: roba da veri scienziati della logistica, mentre alla Sicilia verrà preclusa ogni aspirazione ad essere un hub nel Mediterraneo, mancando l’indispensabile continuità autostradale e ferroviaria verso i mercati europei. Così come alla Sicilia verrà arrecato un danno sul possibile incremento del Pil regionale, conseguente alla realizzazione del Ponte, pari a 6,5 miliardi, considerato che si tratta di un’opera tipicamente keynesiana, in grado di invertire il trend negativo del ciclo economico. Ma ciò che si deve sapere che il Ponte sullo Stretto, come quello tra Danimarca e Svezia come a Istanbul, come a Lisbona, come a San Francisco, come in Giappone, come per l’accesso alla baia di Hong Kong, si può fare e, a questo punto, l’unica strada è quella di una mobilitazione popolare della Sicilia, della Calabria e dell’intero Sud, organizzata dalle classi dirigenti delle regioni meridionali, per imporre al governo in carica la realizzazione di un’opera decisiva per il futuro del Mezzogiorno.

Maurizio BALLISTRER
Professore di diritto del Lavoro nell’Università di Messina
Già Cda della Stretto di Messina Spa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche