16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 07:01:57

Buonasera Sud

Il debito buono e la buona politica per il Mezzogiorno


Infrastrutture e turismo sono alcuni dei temi sui quali sviluppare proposte per il Sud

C’era una volta il banchiere di un paese avanzato, che stava alla finestra a guardare l’economia dispiegarsi su un sentiero di “grande moderazione”, con bassa disoccupazione e prezzi stabili. Uno scenario spezzato dalla crisi finanziaria globale del 2008, messo alla prova dalle crisi sovrane europee e scombussolato dal coronavirus. Queste crisi hanno costretto i banchieri centrali a rimboccarsi le maniche, scendendo in campo con strumenti ieri contestati e oggi sempre più mirati.

L’atteggiamento liberista ha ceduto il passo a politiche molto interventiste. Se prima accettavano il giudizio del mercato, con una funzione quasi notarile, oggi i banchieri centrali sono diventati “giocatori in campo” che il giudizio del mercato lo vogliono plasmare, visto che il mercato, da solo, non riesce a tornare fuori da quest’ondata di crisi ripetute e sempre più profonde. Una metamorfosi rappresentata dal pragmatismo di Mario Draghi. Il suo memorabile discorso del “Whatever it takes” nella City di Londra seguito dal successivo intervento al Meeting di Rimini di agosto hanno cambiato radicalmente il clima. Per domare i mercati, ridurre il rischio e l’incertezza e far funzionare bene l’economia evitando le crisi, non basta la politica monetaria comune, deve essere comune anche quella fiscale.

L’aspetto più interessante sta nel suo secondo messaggio: non basta accontentarsi di far ripartire l’economia senza avere una visione su dove si vuole e deve andare. Soprattutto perché si sta facendo a debito, accrescendo a dismisura quello che lo Stato dovrà ripagare in futuro. Il debito quindi diventa colpa, o “debito cattivo”, se si sprecano i capitali per mantenere in vita imprese e programmi senza futuro, mentre è “debito buono”, senza colpa, se quei capitali vengono indirizzati e coerentemente utilizzati a salvare e far cresce imprese e programmi innovativi. Oltre a favorire la transizione verso lo sviluppo sostenibile come fattore di competitività, il vero grimaldello sta nel rafforzare l’istruzione: da un lato, accresce il capitale umano, rinforzando la competitività di sistema, e riduce le disuguaglianze; dall’altro, orienta la spesa pubblica al servizio di chi dovrà sopportarne gli oneri maggiori, cancellando la “colpa”. C’è un terzo elemento che il presidente del Consiglio ha evidenziato nel suo intervento alla video conferenza promossa dal Ministero della coesione territoriale “Sud-Progetti per ripartire”: “Far ripartire il processo di convergenza tra Mezzogiorno e centro-Nord che è fermo da decenni, fermare l’allargamento del divario e dirigere questi fondi in particolare verso le donne e i giovani”. I giovani e le donne meridionali meritano di più per la specificità della loro condizione sociale, per favorire una presa di coscienza delle particolari condizioni di difficoltà in cui devono realizzare i loro progetti di vita. Se cresce, la loro fiducia cresce il Mezzogiorno, se cresce il Mezzogiorno cresce l’Italia. L’Europa l’ha compreso e rappresentato nelle sue linee guida. L’Italia stenta a comprenderlo. Il 40% destinato al SUD, rischia ancora una volta di essere vanificato dall’assenza della progettualità integrata che giustifica e valorizza in chiave di sviluppo gli investimenti. In questa direzione non sono mancate le critiche, così come, da parte nostra non sono mancate sollecitazioni e proposte.

Il testo approvato del PNRR è carente di un metodo riformatore forte, quanto di un pensiero sistemico coraggioso: il rinnovamento strategico dell’Italia nel Mediterraneo e nella patria comune europea, una visione sistemica intorno alla quale sviluppare una strategia meridionalistica e mediterranea. Sarà l’idea guida della nostra Assemblea Costituente del Movimento Mezzogiorno Federato che si svolgerà in streaming il 9 maggio. Non ci lasceremo prendere dalla fatua illusione delle percentuali di risorse distribuite sul territorio. È decisivo mettere insieme le energie progettuali e tecniche, le esperienze e le risorse che consentano il salto di qualità necessario. Sarebbe stato diverso se i Presidenti delle Regioni meridionali avessero accettato la nostra richiesta di unire le forze; federate i poteri; coordinare le richieste in una progettualità integrata e di ampio respiro per un Mezzogiorno protagonista di questo passaggio epocale nella nostra storia; federato per essere un soggetto attivo nella costruzione dell’Italia post- Covid e della nuova Patria europea. Non tutto è perduto. Siamo ancora ai primi passi di un lungo quanto decisivo percorso. E’ possibile intervenire su singoli punti, così come sullo sviluppo sistemico di proposte incomplete e parziali. Perché questo avvenga, si deve costruire una forza basata su idee chiare e coraggio organizzativo. Federare il Sud non è uno slogan propagandistico ma un programma politico. Partecipare criticamente alla realizzazione del Piano di ricostruzione e rinascita è una scelta di campo e un impegno civile.

Il debito buono va garantito da una buona politica. La sfiducia generalizzata verso la politica e i suoi “protagonisti”, accentuata drammaticamente dalla crisi pandemica mostra una democrazia in affanno. Stenta un maggior coinvolgimento dal basso che possa contare realmente nelle scelte e decisioni fondamentali. Partecipare per contare, la partecipazione come assunzione di responsabilità da parte dei cittadini, come strumento per ricreare un rinnovato clima di fiducia e per favorire un ricambio virtuoso nelle classi dirigenti ad ogni livello. Stiamo vivendo un tempo molto buio sul piano della qualità della rappresentanza politica e contemporaneamente sempre più prendono corpo quelle minoranze creative che emergono dalla società civile che sono espressioni della Politica. La cittadinanza attiva non si esprime solo attraverso il voto, ma si può e si deve praticare tutti i giorni, a maggior ragione in questo momento difficile della storia politica istituzionale, in cui gli “ascensori sociali”, che portano le istanze dal popolo nelle aule del Parlamento sono al minimo della credibilità e della rappresentanza. Per essere cittadini attivi prima bisogna informarsi, formarsi, approfondire, partecipare, proporre. Occorre dialogare con le istituzioni. Occorre soprattutto distinguere, riconoscere, scegliere i simboli identificativi di una Comunità. La percezione di appartenenza a una comunità territoriale è un dato soggettivo, un sentimento che permette all’individuo di sentirsi parte di una Comunità con azioni e relazioni tra soggetti. Un’identificazione con gli altri, basata sulla condivisione d’interessi, bisogni, valori e storie di vita in un senso di appartenenza alla collettività, che possa permettere di sperimentare il vissuto del senso di comunitàriato sociale e culturale sul territorio. Un riscatto civico: la democrazia delle città a rappresentare i fondamenti essenziali di una volontà di cambiamento, di riforma, d’intervento nel presente, avendo memoria del passato e consapevolezza del futuro che si vuole costruire attraverso il ruolo dell’individuo sociale e il valore federativo nella realizzazione del processo sociale. La mancanza del dibattito è conseguenza dell’incapacità di chi dovrebbe stimolarlo. Oggi viviamo in un mondo in cui la rilevanza della conoscenza è messa in discussione. Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando senza limiti e riscontri oggettivi. In questo contesto è più facile per iI policy maker rispecchiare semplicemente quelli che egli reputa, essere gli umori della pubblica opinione, sminuendo il valore della conoscenza, assumendo prospettive di breve respiro e obbedendo più all’istinto che alla ragione. Solitamente ciò non serve l’interesse pubblico.

Più che le “poltrone” è la competenza che conferisce autorevolezza e infonde sicurezza sui mercati. Riscoprire l’importanza della competenza e prendere le distanze dalla miriade d’improvvisatori nati nell’arco di pochi anni proprio nel mondo delle Istituzioni. Per anni i temi fondamentali del dibattito politico e della sua azione legislativa sono stati non le vere emergenze del Paese, ma tutto ciò che poteva avere una ricaduta elettorale, puntando sui sentimenti, distorti e orientati spesso dai media. La crisi impone un di più di Politica, che non è solo “governabilità”. Anzi, questo impoverimento impedisce di governare davvero, di prendere decisioni chiare, coraggiose. Per il populismo contano i follower e lo share dei messaggi. La Politica guarda le statistiche Istat sulla disoccupazione, i dati sul Pil, legge l’andamento e la prospettiva economica di un paese e sceglie di governarla orientandola. Con il Movimento Mezzogiorno Federato stiamo provando a fare Politica per il Mezzogiorno e per l’Italia. Il nostro Leader è il Mezzogiorno come soggetto omogeneo di quasi venti milioni di abitanti che esprime la massa critica, politica, economica, culturale, per essere protagonista del suo futuro rispetto all’Italia e nello scenario euro-mediterraneo. Se c’è uno spazio per capire se abbiamo idee simili, su cosa serva al paese da subito e per i prossimi anni, percorriamolo senza esitazioni. Su questa strada sappiamo che troveremo avversari e alleati. Il 9 maggio, all’appuntamento costituente del Movimento Mezzogiorno Federato, stabilendo i suoi obiettivi e il programma di azione, chiamiamo chi vuole essere protagonista del nuovo meridionalismo riformatore ed euromediterraneo.

Alfredo VENTURINI

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