19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

Buonasera Sud

L’Abruzzo e il “tesoro” della cultura

foto di L'Aquila, piazza Duomo
L'Aquila, piazza Duomo

A dispetto di questa maledetta emergenza Covid (che speriamo passi presto) l’Abruzzo, ed in particolare il suo capoluogo, L’Aquila, che sta cercando di mettere a profitto una ricostruzione post sisma 2009 faticosa ma finora fruttuosa (“dov’era ma meglio di com’era”), si trovano al centro di una congiuntura favorevole irripetibile. Per una serie di fattori. Innanzitutto l’Unesco ha di recente concesso il riconoscimento quale “patrimonio immateriale dell’Umanità” a: 1) – Perdonanza Celestiniana (cioè il primo Giubileo della storia legato alla “Bolla del perdono” di Papa Celestino V, nel 1294); 2) – Transumanza; 3) – Alpinismo. Per tutti e tre questi macro-temi, ora all’attenzione del mondo, l’Abruzzo aquilano è baricentrico: la Perdonanza Celestiniana si tiene da 727 anni all’Aquila e ne è sua la identità; la Transumanza, poi, vede l’area del Gran Sasso, che per secoli ha prosperato grazie a questo grande sistema proto-industriale, come punto di partenza dei pastori transumanti; L’Aquila, infine, è la “capitale degli Appennini” potendo vantare, appunto, il Gran Sasso, la vetta più alta della catena e la più a Sud d’Europa con i suoi quasi tremila metri di altitudine (2.914 m.s.l.).

Ci sono altri, poi due fattori, coincidenti con due settecentenari. Settecento anni fa nasceva il monastero di San Basilio, il più antico monastero dell’Aquila, fondato alla fine del 1320 e che resiste ancora oggi grazie a un nugolo di Suore Celestine di clausura, ultime eredi, al mondo, dell’Ordine monastico degli Spirituali creato da Papa Celestino V. E settecento anni fa avveniva la morte di Dante Alighieri (1321- 2021). Quest’ultima è una ricorrenza planetaria in cui L’Aquila è coinvolta significativamente per il famoso verso del Terzo Canto dell’Inferno (“vidi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”) che metterebbe nel mirino Papa Celestino V e le sue clamorose dimissioni, e per alcune leggende riferite alla molto probabile presenza di Dante all’incoronazione dello stesso Celestino nella basilica aquilana di Collemaggio il 29 agosto del 1294. In questo felicissimo “ingorgo” di ricorrenze e impulsi, L’Aquila è stata in corsa per essere nominata “Capitale italiana della Cultura 2022”. Al di là dell’esito non fortunato (ha vinto l’isola di Procida), la “campagna elettorale” ha rappresentato una sorta di volano per mettere in rete le emergenze artisticostorico- culturali del capoluogo abruzzese e produrre un progetto complessivo di valorizzazione che sia anche occasione di sviluppo economico in un territorio che soffre spopolamento e crisi congiunturale ma è anche pieno di “ricchezze”, concentrate, inestimabili. Di particolare attualità ed interesse è il rapporto tra l’Alighieri e L’Aquila che passa per Celestino V e per il famoso verso del “gran rifiuto”, ormai assurto a mito e sul quale sono stati scritti fiumi d’inchiostro. È una delle poche questioni irrisolte della Divina Commedia. Numerosi sono stati i tentativi di dare un nome a questo personaggio. Alcuni lo identificarono con Esaù, che rinunciò alla primogenitura per un piatto di lenticchie, altri con Ponzio Pilato, altri con Giuliano l’Apostata.

Gli antichi commentatori, tuttavia, non ebbero esitazioni nell’identificarlo in Pietro dal Morrone. Secondo costoro Dante Alighieri nel definire Celestino V come colui che oppose “il gran rifiuto” volle sottolineare l’inadeguatezza psicologica del personaggio, tanto amato dal popolo, ma pur tuttavia penalizzato da un’incapacità di reggere il peso del mondo e delle sue decisioni firmando, come avvenne, bolle pontificie in bianco. Ma c’è anche un’altra considerazione da fare: Dante agognava ad una riforma della Chiesa proprio come la voleva Celestino V. Come poteva “bocciare” Celestino V per viltà? Non è escluso, quindi, che Dante non si riferisse al Papa dimissionario alla cui incoronazione, con tutta probabilità, assisté di persona, tra i duecentomila pellegrini presenti, quale membro della delegazione dei dignitari del Governo di Firenze. A sostenere, con forza, un’altra verità sul mitico verso, è il sociologo e attento studioso molisano di cose celestiniane, Antonio Grano, da poco scomparso, secondo il quale «un imputato illustre c’è, e su di esso esistono non solo indizi, ma alcune prove piuttosto consistenti. Si tratta del cardinale Matteo Rosso degli Orsini. Fu Matteo Rosso degli Orsini che durante il conclave di Napoli, il 23 dicembre del 1294, ad essere eletto al primo scrutinio e rifiutò. Lo attesta il Mohler, lo confermano il Finke, Ludovico Gatto, Raffaello Morghen e tantissimi altri; lo si legge a chiare lettere sull’Enciclopedia Italiana a pagina 609 del XXV volume: “Alla morte di Nicolò IV resistette di nuovo e strenuamente alla prepotenza angioina e mal volentieri si piegò a dare il suo voto a Celestino V.

Eletto a sua volta Pontefice nel conclave di Napoli del 1294, rifiutò, non accettò di fare il Papa. E sostenne la candidatura di Benedetto Caetani che divenne Pontefice col nome di Bonifacio VIII”. Ma la leggenda, come ogni leggenda, è dura a morire. Ormai, dopo l’incauta esternazione del figliolo di Dante, Pietro, il binomio Celestinogran rifiuto è indissolubile. Così ha decretato l’immaginario collettivo». Non un vile, dunque, ma un eroe. A parlare, per la prima volta, di Celestino V come di un “eroe” fu Papa Paolo VI. Trentaquattro anni dopo questo Pontefice, un altro Papa parla del «coraggio di Celestino V». È Benedetto XVI che, “complice” forse il sisma del 6 aprile 2009 che ha martoriato L’Aquila, ha lanciato una riconciliazione, una sorta di operazione di riabilitazione della figura dell’Eremita del Morrone prima di dimettersi, clamorosamente, egli stesso l’11 febbraio 2013. Operazione che passa per due momenti: uno proprio all’Aquila quando, il 28 aprile del 2009, Papa Ratzinger, nella sua commossa visita nella terra martoriata, compie un gesto clamoroso: passa sotto la Porta Santa di Collemaggio (eccezionalmente aperta fuori tempo per lui) e depone il suo pallio (simbolo del potere papale) sull’urna contenente le spoglie dell’Eremita. L’altro momento, l’anno dopo a Sulmona (L’Aquila), il 4 luglio 2010: chiare le parole di Benedetto XVI nella visita in occasione dei festeggiamenti per gli ottocento anni della nascita dell’Eremita del Morrone: «Egli seppe agire secondo coscienza, perciò senza paura e con grande coraggio, anche nei momenti difficili, come quelli legati al suo breve pontificato, non temendo di perdere la propria dignità, ma sapendo che questa consiste nell’essere nella verità».

Rinaldo TORDERA
Presidente Accademia di Belle Arti – L’Aquila

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