16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 17:44:08

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Napoli

E’ inutile che ci giriamo intorno: il nostro problema principale, oggi, è cosa facciamo di fronte non alle politiche generali del cosiddetto Governo del Presidente – che certamente non sono impostate tenendo conto della rinascita del Mezzogiorno e del suo ruolo centrale nei nuovi processi di sviluppo del Paese – ma ai contenuti messi nero su bianco ed inviati a Bruxelles del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che ignorano del tutto non solo le generiche esigenze avanzate dalle solite impresentabili Regioni del Sud ma anche, e soprattutto, l’interessante Progetto di sistema per il Mezzogiorno elaborato da SVIMEZ, ANIMI, CNIM e ARGE e fatto proprio dal Movimento per un Mezzogiorno federato.

Ancora una volta sono i rapporti di forza: strutturali, culturali e di comunicazione, sociali, economici esistenti nel Paese che snaturano una impostazione che secondo gli indirizzi ora anche dell’Unione Europea avrebbe dovuto seguire i principi di equità, di riequilibrio, di coesione territoriale e sociale. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza gli assi tematici fondamentali vedono, invece, allocate al Nord ben oltre il 60% delle risorse disponibili, attraverso le grandi Regioni e le grandi imprese anche partecipate dallo Stato. Dalla transizione ecologica alla transizione digitale, dalle infrastrutture alla sanità, al lavoro: il Nord del Paese prevale perché può rispondere prima e meglio alle spinte di ripresa.

Che certo non sono più guidate dall’intermediazione politica dei partiti nazionali ma incardinate negli interessi forti, coinvolti dagli stessi progetti, che costituiscono i veri interlocutori per la governabilità. In questa logica, i territori e le comunità del Mezzogiorno divise su tutto, non possono che restare marginalizzate. Con Regioni che presentano ognuna il proprio libro di sogni e trattano dei propri interessi al di fuori di ogni strategia comune non può che emergere, soltanto, la loro autarchia. Anzi, peggio: l’incapacità di dare forza organizzata alle necessità delle popolazioni, ai bisogni della gente. Del resto con classi politiche sempre più inadeguate, incapaci di riconoscersi in qualsiasi spinta meridionalistica ma anche in un qualche reale progetto nazionale di sviluppo, il Mezzogiorno non può che trovarsi chiuso, isolato e diviso in enti formalmente autonomi ma con peso politico ed economico, oltre che culturale e strategico, sempre più debole e privo di possibilità di successo nel confronto nazionale ed europeo. Con la conseguenza di vedere aumentato il suo ritardo sia nel campo delle infrastrutture e dei servizi – a cominciare dalla sanità e dall’istruzione – che in quello dei diritti dei cittadini e dei lavoratori oltre che delle imprese ancora molto spesso costrette a soggiacere alle varie mafie. Ma come si sa questa che stiamo vivendo, per il Sud e per il nostro Paese, è una fase storica decisiva.

Anche per la concomitante scelta, fatta dall’Europa comunitaria, di abbandonare le politiche rigoriste ispirate ad un’idea di sviluppo finanziario globale e di cominciare ad aprirsi ad una politica di ripresa delle attività economiche con il baricentro ancorato nel Mediterraneo. Sta, insomma, per cominciare il tempo del cambiamento. E non per le sovrastrutture – come si sarebbe detto una volta – ma per lo stile di vita di decine e decine di milioni di cittadini. In altri termini, una nuova civilizzazione si prospetta, anche in seguito allo stravolgimento indotto dalla pandemia da corona-virus 19. In questo contesto, allora, se il Mezzogiorno vuole ridurre le diseguaglianze territoriali, sociali, economiche, che attentano ai fondamentali diritti di cittadinanza delle sue popolazioni e ne impediscono livelli adeguati di qualità della vita, un’unica strada ha da percorrere: quella di unire i propri poteri, le proprie istituzioni regionali per una iniziativa comunitaria che coinvolga tutti i territori, l’intero spaccato della società civile in una sorta di macroregione che sia capace di utilizzare tutti i fattori culturali, sociali ed economici, allo stato inoperosi per mancanza di infrastrutture materiali ed immateriali, per deficienza politica ed organizzativa, per soggezione alle varie mafie.

Insomma, è necessario federare il Mezzogiorno! Perché possa portare avanti e continuare a costruire il progetto organico cd. di sistema, elaborato dallo SVIMEZ e dalle altre agenzie meridionaliste, con il quale spingere il processo di sviluppo integrato capace di alimentare la “ripresa” dell’intera collettività nazionale alla quale un “secondo motore”, posto al centro del Mediterraneo, potrebbe garantire la spinta adeguata per nuovi traguardi di espansione e di crescita. Col nuovo soggetto politico, deve essere chiaro che la riforma regionale che vogliamo promuovere non può essere concepita e perseguita nella esclusiva valutazione della dimensione territoriale del nostro Paese. Essa deve essere proiettata anche in aree che includono territori di diversi Paesi o Regioni, associati da una o più caratteristiche (geografiche, culturali, economiche, sociali, etc.). Circostanza, quest’ultima, che consentirebbe ad un Mezzogiorno d’Italia federato di lanciare la sfida per la costruzione della Macroregione del Mediterraneo. Perché è ben noto che il bacino del Mediterraneo è espressione di una medesima realtà storica e culturale e rappresenta un medesimo ambiente naturale, ricco di grandi potenzialità che non possono essere valorizzate senza il coordinamento e senza la visione d’insieme che la definizione di una strategia comune consente. Ma come? In che modo, tutto ciò può essere perseguito? Puntando, senza dubbio alcuno, sulle Comunità locali.

Del resto, nella storia antica e contemporanea di questa area, il ruolo propulsivo è stato sempre svolto dalle grandi città come Atene, Roma, Gerusalemme, Istanbul, Cairo, Napoli, Damasco, Palermo, Barcellona, Rabat, Beirut, Tunisi. Oggi, poi, il loro contributo come quello delle Comunità regionali sarebbe addirittura determinante. Non fosse altro perché renderebbe partecipi di questa strategia macroregionale i cittadini dei vari Paesi interessati, contribuendo così a colmare il deficit democratico di cui soffrono tutte le istituzioni italiane ed europee. Non solo. Ma l’adozione di questa strategia mediterranea servirebbe all’Unione Europea per essere più vicina alle Comunità della sponda Sud, il cui sviluppo è una priorità ineludibile per tutta l’Europa, la sua sicurezza e quella delle Nazioni europee del Mediterraneo che sanno bene che da questa crescita dipendono le condizioni di pace e benessere anche delle proprie popolazioni. Questo, naturalmente, sul piano degli obbiettivi strategici. Mentre sul piano delle finalità attuali, per mettere ‘in cammino’ le Regioni del Mezzogiorno e l’Italia tutta, sono almeno quattro gli obbiettivi per i quali dobbiamo immediatamente batterci:

1) – l’alta velocità vera da Salerno a Reggio Calabria e Catania, all’interno della quale va collocata la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Si tratterebbe di un’opera capace di lanciare il Sud quale piattaforma logistica del Mediterraneo e di rafforzare l’offerta complessiva dell’intero Paese, rendendolo più forte economicamente e politicamente;

2) – il completamento e la messa in funzione della rete delle ZES, principale strumento con la piattaforma logistica per creare una parte importante di quei 3 milioni di posti di lavoro indispensabili perché il Mezzogiorno riprenda il suo processo di crescita;

3) – la soluzione della grave crisi delle aree industriali di Taranto, Gioia Tauro e Termini Imerese che, in collegamento con i loro grandi porti, si prestano a diventare alfieri di una transizione ecologica e tecnologica e di una nuova economia circolare;

4) – la riqualificazione dell’area metropolitana di Napoli, in particolare della parte orientale e del polo petrolchimico con l’interramento della ferrovia per Salerno, restituendo così alla città l’affaccio a mare.

Andrea PIRAINO

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