21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Buonasera Sud

Il Mezzogiorno, la Calabria e l’esigenza di fare sistema

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Il Mezzogiorno d'Italia

Seguo con interesse, non disgiunto da una non meglio definibile sensazione di fastidio, una discussione che dura sui social ormai da tempo e che di volta in volta si snoda sui numerosi capitoli della storia della sinistra postcomunista redatti da chi quella storia l’ha vissuta dell’interno. Non da protagonista politico ma in qualità di un membro dell’apparato, di uno che contava. Se l’interesse può darsi per scontato il fastidio deriva, ho compreso fin da subito, da un paio di fattori entrambi collegabili ad oggi, alla storia e alla cronaca del sud di oggi. Chi scrive sui social è onesto e preciso nell’incedere dei vari capitoli: nulla gli si può addebitare in tal senso, ma il fatto che richiamato a dir la sua sui riflessi della storia che narra sul sud e sulla Calabria in particolare, sì, gli è stato fatto notare. Ma il nostro glissa, si schernisce, non dice, pur essendo calabrese verace se pure per lunghi anni trasferito a Roma.

Perché lo fa mi son chiesto, gli ho chiesto: vanamente. È proprio vero che il ‘pianeta mezzogiorno’ è un buco nero o, pure, una galassia sconosciuta, che per comodità o infingimento amiamo definire sconosciuta, e come la vivono, la viviamo, coloro i quali si interrogano, ci interroghiamo, sul suo presente e sul suo futuro: con l’ausilio del microscopio o del telescopio? C’è, e non è recente, un atteggiamento equilibristico, e molto sofferto, da parte di chi non può negare o solo oscurare, anche se la tentazione è forte, la fotografia che narra giorno dopo giorno i ritardi, le arretratezze, le inadeguatezze di un sud che non ce la fa a stare al passo con il resto del paese, e nello stesso tempo sente impellente entro di sé l’urgenza di difenderlo, questo pezzo d’Italia puntualmente posto sotto accusa lombrosianamente, geneticamente, oppure non in termini razzisti, causa e scaturiggine dei suoi stessi mali. Dicevo: equilibrismo, e non riesco a rinvenire termine più efficace, in occasione pure della recente uscita in libreria della biografia, a cura di Giuseppe Pierino, di Fausto Gullo, il ‘ministro rosso’ che seppe regalare una speranza alle aree interne calabresi con la rottura del latifondo; equilibrismo che per un verso richiama alla memoria la sinistra dei diseredati, dei dannati della terra, dei lavoratori dipendenti, e per altro quella delle aree urbane via via cresciute e ingranditesi pure da noi, delle professioni liberali, dei ceti produttivi, la sinistra radicale versus la sinistra riformista: quella della protesta e quella della proposta.

Calabria, mezzogiorno: in bilico fra plebeismo e notabilato, occupazione indiscriminata del territorio, fondi non utilizzati giacenti chi sa in quale buco nero (ancora buchi neri, sì), della criminalità organizzata in colletti bianchi o con coppola quella è, classi dirigenti selezionate o autopromosse in termini massicciamente funzionali alla giaculatoria rivendicazionista, piagnona, subalterna. Eppure, a prescindere se c’è un solo mezzogiorno o più mezzogiorni come sagacemente discettavano in anni ormai passati due figli brillanti della nostra intelighentsia, il sud presenta significative iniziative e presenze, lì a mostrare che se Il sud è rimasto indietro, i perché, come ha dimostrato di recente un economista di vaglia, vanno ricercati in chi non le ha sapute, qualcuno dice: voluto, mettere a sistema, farne cioè oggetto di nodi e rami tali da intessere la rete e la sintesi che solo la politica sa (sapeva, saprebbe) e può fare. Visione cibernetica della politica, come l’etichettò Anthony Giddens? Forse. Più probabilmente: adoperarsi nel chiamare a principi irrinunciabili di responsabilità per chi quei ruoli è chiamato (sarebbe chiamato) a ricoprire, nel firmamento delle istituzioni così come in quello di chi è comunque e per definizione classe dirigente.

Paolo Aquilanti, magistrato del Consiglio di Stato, Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei ministri fino al 2018, ha scritto un icastico ritratto della deriva populista che ha infestato il nostro paese, con l’umiliazione del Parlamento e delle Assemblee elettive in generale con l’imbelle arroccamento difensivo (suicida) di un intero ceto politico che ha regalato alla folla il diritto-dovere, le stigmate, della scelta e delle guida dell’Italia. Siamo ancora in tempo a raddrizzare il timone, a ritrovare la barra o, più esattamente, a rivenirne una nuova? Partendo dal Mezzogiorno, c’è chi ritiene che ancora ci siano motivi e occasioni per farlo: a una condizione almeno, o meglio due: bandire tentazioni neoborboniche di qualsiasi orpello mascherato siano; vincere la damnatio che vuole una contro l’altra armata le regioni del sud. Perciò l’idea, ormai il progetto, di Mezzogiorno Federato si rivela sempre più un’occasione, l’occasione mi vien da dire, su cui fare leva per dare una speranza, una concretezza diciamolo, al sud e non solo al sud ma a tutto il Paese, per riveder le stelle. Ma ci torneremo: gli appuntamenti e le scadenze sono alle porte, sempre più ravvicinati e ineludibili.

Massimo VELTRI

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