19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

Buonasera Sud

Il conflitto tra giustizia penale e gestione amministrativa


Aula di giustizia

“Le sentenze non si commentano” è una formula banale che identifica gli amministratori di giustizia come un rango incontaminato e sacro. In realtà la sentenza non è un oracolo indiscutibile, è un provvedimento decisorio, come tale esposto all’errore, pertanto discutibile e appellabile nelle sue motivazioni. Perciò il diritto di contestare che il lavoro sia stato svolto male c’è e come tale dovrebbe essere protetto anziché messo in dubbio. Nel nostro sistema giudiziario, che prevede tre gradi di giudizio, la conclusione definiva non si esaurisce nel primo. La potenza di fuoco esaurita nella prima battaglia spesso prelude a una sconfitta di quella finale per esaurimento delle munizioni…

Il dispositivo del collegio giudicante della Corte di Assise di Taranto ha disposto, tra l’altro, con sentenza, di primo grado, la confisca dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ILVA in amministrazione straordinaria. A nostro parere questa decisione rappresenta la peculiarità ormai ricorrente del caso Ilva: l’intreccio fra il profilo di giustizia penale e profili gestionali, in un campo in cui la funzione tipica della giurisdizione penale, l’accertamento di reati e il giudizio su ipotesi d’accusa, s’intreccia con problemi di gestione attuale di situazioni complesse, nelle quali sono in gioco una pluralità d’interessi (produzione industriale, occupazione, tutela della salute) non facilmente componibili, ma tutti meritevoli di considerazione.

L’area a caldo è tuttora sotto sequestro con facoltà d’uso stabilita da una legge che classificava l’impianto di Taranto come “sito di interesse strategico nazionale”D.l. 3 dicembre 2012, n. 207 (“Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”). Dal dicembre 2020 lo Stato, attraverso Invitalia, società controllata dal Mef, con un aumento di capitale di AmInvest Co. Italy Spa per 400 milioni di Euro, ha acquisito il 50% dei diritti di voto della società che ha assunto la denominazione “Acciaierie d’Italia Holding Spa” e programmato, per maggio 2022, un ulteriore aumento di capitale, per diventare l’azionista di maggioranza con il 60% del capitale. L’accordo siglato dalle parti prevede un piano industriale con investimenti in tecnologie per la produzione di acciaio a basso tenore di carbonio, compresa la costruzione di un forno elettrico ad arco da 2,5 milioni di tonnellate. Un bene di proprietà pubblica sarebbe confiscato e acquisito al patrimonio statale da una sentenza di un organo giurisdizionale dello Stato è la sintesi del paradosso contenuto in quella sentenza.

Nel contempo emerge una contraddizione in termini. La confisca con facoltà d’uso consentirebbe, di fatto, all’impianto di marciare e produrre in condizioni non rassicuranti dal punto di vista delle emissioni. Ma l’aspetto più allarmante sta nelle conseguenze che la sentenza potrebbe avere nelle clausole sospensive per il closing definitivo dell’intesa: «la revoca di tutti i sequestri penali sullo stabilimento di Taranto; e l’assenza di misure restrittive, nel contesto di procedimenti penali in cui Ilva è imputata, imposte ad AM InvestCo». In pratica la certezza che vengano rimosse tutte imposizioni o procedimenti legali che pendono sul siderurgico.

Un elemento che potrebbe pregiudicare irrimediabilmente l’intesa. Di tanto si è fatto interprete il Ministro Cingolani nelle more della decisione del Consiglio di Stato: “Io ho fatto un piano per togliere il carbone all’altoforno, elettrificarlo e passare subito al gas per abbattere la CO2 del 30%, sperando di essere velocissimi sull’ulteriore passaggio all’idrogeno”. “Io questo intervento lo voglio fare se ha senso farlo” “devo rendicontare alla Commissione europea se ho speso un miliardo su un forno di un’azienda su cui peseranno sentenze o altre decisioni”.

È il rischio insito nell’attivismo giudiziario che si spinge verso un’ingiustificata estensione di principi, a discapito del riconoscimento di regole precise, con conseguente ribaltamento della gerarchia delle fonti nella ponderazione d’interessi costituzionali, e invasione di competenze di altri poteri. La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 maggio 2013, n. 85, (Pres. Gallo, Rel. Silvestri) a proposito della normativa d’urgenza adottata, nel dicembre 2012, per consentire la prosecuzione delle attività produttive presso lo stabilimento di Taranto, ha dichiarato in parte inammissibili e in parte infondate le numerose questioni poste dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, che aveva censurato tanto l›art. 1 che l›art. 3 del citato decreto-legge n. 207/12. Successivamente la Corte Costituzionale, con sentenza n.58/2018, relatrice l’attuale Ministro di Grazia e Giustizia Cartabia, ha bocciato il decreto Ilva del 2015 che aveva consentito di proseguire l’attività degli stabilimenti, malgrado l’autorità giudiziaria ne avesse disposto il sequestro per reati relativi alla sicurezza dei lavoratori, dichiarando illegittimi sia l’articolo 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92 sia gli articoli 1, comma 2, e 21-octies della legge 6 agosto 2015, n. 132. In fine la Corte europea dei diritti dell’uomo con sentenza del 24 gennaio 2019 è intervenuta sul caso di Ilva di Taranto, ravvisando la violazione del diritto alla vita privata (art. 8 Cedu) e del diritto a un ricorso effettivo (art. 13 Cedu) di oltre centosessanta persone abitanti nelle aree limitrofe agli stabilimenti della nota acciaieria. Prendendo in esame da un lato le evidenze epidemiologiche sulla situazione sanitaria delle popolazioni esposte, dall’altro lato la normativa c.d. “salva-Ilva” emanata a partire dal 2012, il collegio ha ritenuto all’unanimità che le autorità italiane non abbiano ad oggi saputo individuare un ragionevole punto di equilibrio tra l’interesse dei singoli al “benessere” ed alla “qualità della vita” e quello della società in generale alla prosecuzione della produzione.

La gestione giudiziaria del caso Ilva, comunque la si valuti nel merito, si è fatta carico di una situazione grave e difficile, mediante l’esercizio di poteri previsti dal codice di procedura penale, muovendosi sul confine, e spesso sconfinandolo, fra potere giudiziario e amministrativo. Ancora una volta quindi rischia di innescarsi un groviglio giuridico quasi inestricabile in cui i punti interrogativi prevaricano piani industriali e ambientali. C’è una prima verità giudiziaria da cui non si può più prescindere e che rappresenta il delitto incontestabile: aver perso 10 anni che sarebbero stati sufficienti a trasformare la siderurgia. Il Nuovo Polo tecnologico e ambientale di Taranto rappresenta uno dei capisaldi della proposta programmatica di Mezzogiorno Federato per garantire una produzione dell’acciaio, strategica per l’industria italiana, con un processo di modernizzazione complesso e articolato che attraverso una transizione certa, assicura un compromesso tra ambiente e sostenibilità sociale. La fabbrica di Taranto sarebbe tra le prime siderurgie in Europa a operare questa scelta per raggiungere gli obiettivi di una completa decarbonizzazione e l’abbattimento totale degli inquinanti legati al ciclo integrale. La svolta dell’acciaieria da “ibrida” a “tutta elettrica” sarebbe il primo passo della conversione della fabbrica verso ricerche e sperimentazioni che prefigurino il passaggio all’idrogeno verde con tecnologie rinnovabili che non producono anidride carbonica. Se si vuole garantire un settore strategico per il paese e il processo di transizione tecnologica dell’acciaieria di Taranto, contenuto nel PNRR, è necessario che la Presidenza del Consiglio lo assuma con la sua forza e il suo prestigio anticipando a tempi immediati il nuovo assetto societario.

Mezzogiorno Federato

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