17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 19:23:30

Studenti universitari
Studenti universitari

La Speranza ha due bellissimi
figli: Lo Sdegno e il Coraggio…
lo Sdegno per la realtà delle cose,
il Coraggio per cambiarle.
Pablo Neruda

Da almeno 10 lustri si è cercato di affrontare in modo “serio” e “determinato” il tema della riforma degli ammortizzatori sociali per un passaggio da “mera” assistenza a “volano” per una effettiva ricollocazione al lavoro di chi l’aveva perso o di chi non l’aveva mai trovato o chi avrebbe dovuto essere ri-professionalizzato in quanto l’evoluzione tumultuosa delle tecnologie e dell’Organizzazione del Lavoro aveva reso obsolete le precedenti competenze.

Invece abbiamo assistito al proliferare di politiche passive, fatte di CIG, deroghe, sussidi, scivoli verso il pensionamento anticipato con grande dispendio di risorse e con altrettanto grande spreco di energie. Le Riforme (Biagi e Jobs Act) sono naufragate per tutta una serie di motivi che non sto qui a elencare e l’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro) nella sua breve vita, per la mancanza di una chiara visione strategica delle politiche da intraprendere, rappresenta in modo “plastico” la inadeguatezza del nostro Paese ad affrontare una reale Politica Attiva per il Lavoro. Come se non bastasse, la Pandemia da Covid-19 ha colpito l’economia del nostro Paese più di altri Paesi europei. Nel 2020 il PIL italiano si è ridotto dell’8,9% a fronte di una riduzione in Europa del 6,2%; La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’ aumento è stato rispettivamente del 30,2% del 32,4% e 43,6%. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3% al 7,7% della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4%. Ad essere particolarmente colpiti sono stati donne e giovani e, soprattutto, nel Mezzogiorno.

Dietro la difficoltà dell’ economia italiana di tenere il passo con gli altri paesi avanzati europei e di correggere i suoi squilibri sociali e ambientali, c ’è l’ andamento della produttività, molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Tra le cause del deludente andamento della produttività c’è l’incapacità di cogliere le molte opportunità legate alla rivoluzione digitale. La scarsa familiarità con le tecnologie digitali caratterizza gravemente il settore pubblico. Dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2% e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un‘economia, è diminuita del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo. In questo quadro si innesta il PNRR con le sue 6 Missioni e 16 Componenti.

La Missione 4 (Istruzione e Ricerca) impone che il Paese intervenga fattivamente su tutta una serie di deficienze, infrastrutturali (rapporto tra asili nido e bambini da 0 a 2 anni si colloca al 25%, mentre l’obiettivo europeo si colloca al 33%; difficoltà a soddisfare la richiesta del 46,1% delle famiglie italiane ad usufruire del Tempo Pieno), abbandono scolastico, basso livello di istruzione (14,5% giovani da 18 a 24 anni che non vanno oltre l’istruzione secondaria di 1° grado), pochi investimenti in R&S e soprattutto basso numero di ricercatori e perdita di talenti. Se è vero che il 33% delle Imprese Italiane ha difficoltà nel reclutare e se è altrettanto vero che c’è un 31% di giovani fino a 24 anni che cerca lavoro, allora c’è una palese difficoltà nel far incrociare Domanda e Istruzione. Allora diventa necessario promuovere e far proliferare gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) che attraverso corsi post diploma altamente specializzati di concerto con le Associazioni (Imprenditoriali, Sindacali etc) possano specializzare i giovani su competenze in grado di farli inserire nel mondo del lavoro. Ci sono esempi “virtuosi” in Italia, basta guardare alla Lombardia o all’Emilia Romagna che attraverso una cooperazione tra Scuola, Università e Imprese, affrontano in modo proattivo il problema dell’occupazione. Tutto questo dimostra in modo in equivoco che diventa estremamente necessario la cooperazione tra Pubblico e Privato nella Ricerca, nello Sviluppo, nella Tutela Ambientale.

Per ciò che attiene, invece, al cambio di passo da attuare sulle Politiche attive per il Lavoro, è fondamentale costruire le politiche attive avendo chiaro un obiettivo: tutelare il lavoratore/lavoratrice e non più il posto di lavoro. Per essere subito efficaci non bisogna farsi attrarre da deboli idee del passato ma costruire semplici azioni per il futuro che elenco di seguito approfittando delle proposte chiare e condivisibili che la CONFSAL ha esposto anche al Ministero del Lavoro. Modificare il modello di Governance delle politiche attive, ricostituendo una direzione del Mercato del Lavoro al Ministero (con funzioni di analisi, indirizzo e programmazione ma non di gestione) e adottando un modello di Agenzia simile a quello delle agenzie fiscali: il che significa rafforzare Anpal come soggetto di attuazione.

Stipulare un forte patto con le Regioni che preveda una commissione ministero-regioni per l’indirizzo delle politiche e la rete delle agenzie come soggetto esecutore. Fare dell’assegno di ricollocazione – rafforzato nella premialità – lo strumento principale delle politiche attive, coniugandolo con una forte digitalizzazione dei processi di incrocio tra domanda e offerta di lavoro per il quale non occorre creare un nuovo grande carrozzone centrale, ma mettere in rete le banche date esistenti pubbliche e private. Strutturare un patto pubblico-privato per la gestione di tutti gli strumenti delle politiche attive senza nessuna preclusione ideologica. Applicare nelle crisi aziendali la proposta avanzata dalla CONFSAL del preavviso attivo, che responsabilizza l’azienda che dichiara esuberi nel processo di ricollocazione del lavoratore, facendola partecipare attivamente alla riqualificazione professionale e alla ricerca di una nuova occupazione (outsourcing), insieme alle parti sociali (associazioni datoriali, sindacati, organismi ed enti bilaterali), utilizzando per la formazione professionale l’assegno di ricollocazione e le risorse che sarebbero andate ad ammortizzatori sociali passivi.

In questo modo lo Stato risparmierebbe risorse (spese per la cassa integrazione, naspi etc.) incrementando in maniera sensibile l’occupazione attiva nel Paese. Indubbiamente queste riflessioni possono sicuramente essere non esaustive (e non hanno la pretesa di esserlo…), ma possono rappresentare uno stimolo a una discussione più ampia e approfondita che esperti molto più di me, possono mettere in campo su un argomento determinante e non di poco conto che è quello dell’efficacia delle Politiche Attive del Lavoro, partendo dalla riforma del sistema scolastico e arrivando alla Formazione Continua creando così una Società che dia piena attuazione all’Articolo 1 della Costituzione.

Beppe LAZZARO
Formatore sindacale

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