04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 08:57:00

Buonasera Sud

Le variabili strategiche della nuova fase di sviluppo

foto di Economia circolare
Economia circolare

Il risultato di ricerche e sperimentazioni per un mondo più sostenibile confluisce nel concetto di economia circolare, ovvero un modello di economia che riduce e elimina lo scarto, differenzia le fonti di approvvigionamento di materia e fa durare i beni più̀ a lungo, massimizzando il valore d’uso dei prodotti di consumo. “Un’economia pensata per potersi rigenerare da sola” con i flussi di materiali, quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati a essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera».

Dovrebbe funzionare come gli organismi viventi, in cui le sostanze nutrienti sono elaborate e utilizzate, per poi essere reimmesse nel ciclo sia biologico che tecnico. La crescente scarsità dei materiali, ma anche e soprattutto le emergenze climatiche e il connesso effetto serra portano a identificarlo come uno dei “driver” dello sviluppo sostenibile. Riscoprire i giacimenti di materia scartata, le cosiddette “miniere urbane” come fonte di materia prima: nulla va sprecato e ogni scarto diventa elemento nutriente di un altro organismo, anche nella produzione, dall’agricoltura all’industria attraverso riciclo, riuso, gestione degli output produttivi, rigenerazione. Porre fine dello spreco d’uso del prodotto tendendo a trasformarlo come servizio, interrompere la fine prematura della materia, sono le strategie fondamentali del riciclo, riuso, e recupero della materia, che si completano con l’obsolescenza programmata per una maggior durata o un reimpiego dei beni.

Il riutilizzo permette di conservare al meglio il valore dei prodotti, attraverso il riciclo a circuito chiuso comporta l’uso dei rifiuti per realizzare nuovi prodotti senza cambiare le proprietà intrinseche del materiale riciclato, ad esempio carta, vetro, metalli e parzialmente plastica e il riciclo a circuito aperto che utilizza materiali recuperati per creare prodotti diversi rispetto a quelli prodotte in un circuito chiuso, plastica per usi tessili; in fine lala bio-raffinazione: che significa estrarre materiali pregiati, come le proteine o i prodotti chimici di specialità̀ – per convertirli in energia. Un passaggio intermedio è rappresentato dalla bioeconomia come disciplina legata al risanamento dei territori e alla riconversione delle aree agricole degradate. Il tentativo messo in atto con successo da più parti (l’esempio italiano di Novamont in Sardegna è probabilmente fra quelli più riusciti) è quello di utilizzare i terreni marginali per realizzare nuove culture specialistiche da utilizzare successivamente nella chimica verde e nell’agroindustria. L’Italia si posiziona fra i paesi europei con la più alta percentuale di riciclo: per i rifiuti biocompatibili il 91%, rispetto a una media europea del 77%. Il Mezzogiorno ha un peso ridotto nel contesto nazionale della filiera del legno e della carta. Emergono tuttavia alcune regioni con una elevata specializzazione e con ampio potenziale di sviluppo: Calabria e Sardegna per il legno e Abruzzo e Campania nella carta

I comparti che contribuiscono maggiormente al valore economico (63%) e occupazionale (73%) della bioeconomia sono le industrie alimentare, delle bevande, del tabacco e quella della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca). Ma rientrano nel settore anche altre industrie di “lungo corso” come quelle dei metalli e/o della carta, da sempre orientate al riciclo degli scarti e dei sottoprodotti. In realtà, come spesso accade, la scoperta di nuove definizioni “green appeal” genera delle trasmigrazioni a volte solo di valore comunicativo (green washing). L’eco-distretto ha lo scopo di «verificare l’applicazione di un approccio di cluster alle politiche di sostenibilità da parte dei distretti produttivi italiani». Si tratta, nella maggior parte dei casi, di innovazioni di processo verso la sostenibilità – molto diffuse – e solo in qualche raro caso di innovazione di prodotto di cui soffrono i distretti industriali negli ultimi anni. I numeri presentati sono comunque confortanti e mostrano un passaggio significativo dal punto di vista dei servizi comuni (un’altra delle carenze organizzative dei distretti). una base di partenza per un nuovo modello di eco-distretto concepito seguendo driver davvero ecosostenibili e in grado di auto promuovere innovazione. Un ulteriore fase evolutiva degli eco-distretti, sarà quella di un rapporto più stretto e funzionale tra imprese e cittadinanza, che vada oltre l’aspetto occupazionale, coinvolgendo altre problematiche. La produzione energetica distribuita anche ai cittadini, attraverso le comunità dell’energia, così come l’utilizzo di materia prima-seconda proveniente dai rifiuti raccolti e selezionati con l’ausilio dei cittadini stessi, saranno fattori di sviluppo di una nuova catena del valore circolare.

Sono queste le variabili strategiche della nuova fase di sviluppo, quelle su cui concentrare le scelte e le risorse per il sostenere il cambiamento imposto dalla società in evoluzione. Trovare un legame e una simbiosi fra tutte queste tipologie (o almeno con alcune), diviene dunque fondamentale per realizzare interventi che seguano logiche di sviluppo innovative e rispondenti alle nuove tendenze. I dati indicano un complessivo ritardo delle regioni meridionali nell’implementazione delle riforme di sistema nel campo dei servizi ambientali ed energetici: ambiti territoriali non costituiti, gestioni frammentate, tariffe “politiche” (a volte artificialmente basse, a volte alte a causa di inefficienze strutturali), tassi di riciclo metà di quelli del Nord dell’Italia, troppa discarica, depurazione ancora incompleta, illegalità. Ma il ritardo potrebbe trasformarsi in opportunità. L’economia circolare dei rifiuti nel Mezzogiorno potrebbe mettere a valore, ogni anno, oltre 43 milioni di tonnellate di rifiuti: 33,4 di origine non domestica e quasi 10 di origine domestica. Solo per questi ultimi si stima una produzione pro capite che sfiora i 450 kg, circa 50 kg sotto la media nazionale. Oggi al Sud vengono mandati in discarica circa 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di Campania, Sicilia, Abruzzo e Basilicata ammonta a quasi 2 milioni di tonnellate/anno: circa il 40% del deficit totale. Accanto agli urbani, nel Mezzogiorno sono stati prodotti, sempre nel 2018, oltre 33 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, il 23,3% del totale nazionale. Non mancano comunque casi e territori virtuosi, evidenza che rende ancora meno spiegabile il differenziale esistente. Piani regionali mai realizzati, ambiti mai costituiti, Comuni più interessati ad usare il ciclo dei rifiuti some strumento di welfare che a modernizzare i servizi.

Proprio perché si parte da un punto arretrato, la crescita della green economy nel Mezzogiorno potrebbe essere un’occasione di sviluppo. La gestione dei rifiuti è un’attività di estrema rilevanza non solo per gli impatti visibili sul territorio, ma anche per le ricadute economiche più o meno positive che può generare a seconda di come viene governata. Un ciclo dei rifiuti, domestici e industriali, finalmente funzionante ed efficiente diverrà un elemento sempre più indispensabile al mantenimento di alti livelli di competitività dell’industria italiana, e ciò vale anche nel Mezzogiorno. Nessun nuovo Piano di rilancio del Mezzogiorno, soprattutto nel campo dell’economia circolare, può fare a meno di un rinnovamento del quadro istituzionale in senso lato. Per dire che non è solo un tema di investimenti, risorse economiche e/o di buone leggi, ma soprattutto di qualità del contesto socio-istituzionale, che va potenziato e nutrito anche dalle politiche pubbliche.

Mezzogiorno Federato

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