02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 15:59:00

Buonasera Sud

In nome del Popolo tradito

A proposito di sovranità e magistratura

Foto di repertorio
Foto di repertorio

Il Popolo è custode della Costituzione e mandante di ogni provvedimento della Magistratura sia essa giudicante, o inquirente, permettendole di formulare richieste nel portare i Cittadini a giudizio, richieste che devono avvenire nel solo interesse della collettività e della legge.
“Nello Stato Italiano non possono esservi poteri che siano sottratti al controllo delle istanze democratiche. Noi non possiamo ammettere che i giudici – corpo qualificato alto e selezionato quanto si voglia – possano immettersi nel corpo della democrazia italiana. E’ soltanto il Popolo che deve garantire che i Principi che noi immettiamo nella Costituzione, possano trovare la nuova garanzia del domani. La Sovranità è nel Popolo, non è nel Parlamento”. Ricordare come i nostri Costituenti proclamavano la Sovranità al Popolo fa ben comprendere quella ricerca di legittimità all’attività che avrebbe svolto la Magistratura. Il Costituente Piero Calamandrei volle spiegare meglio cosa fosse necessario per legittimare tale attività, lasciandoci, pertanto, la prova scientifica/giuridica della necessità di riconfermare anche in questo ambito la Sovranità del Popolo Italiano: “Quando i giudici pronunciano una sentenza, la pronunciano in nome di un ente avente una personalità giuridica, come è la Repubblica o lo Stato. La frase «in nome della legge» è solo un modo di dire che, dal punto di vista giuridico, non ha alcun significato, perché la legge non è un Mandante”.
Il Mandante per legittimare l’attività della magistratura non poteva che essere il Popolo italiano in quanto unico e solo detentore del Potere sovrano, quel Potere già giuridicamente riconosciuto dall’Articolo 1 della Costituzione.
Il Popolo, ci dicono gli impietosi sondaggi, non ha fiducia nella indipendenza del Giudice.
La vicenda Palamara ha il merito di aver rivelato le dinamiche di organizzazione del potere giudiziario.
Ha reso evidente, come le logiche del giudizio penale spesso seguano percorsi indipendenti dal rigoroso accertamento della verità dei fatti. Si è avuta documentata contezza della commistione, indebita ed inconcepibile, tra inquirenti e giudicanti, che si concretizza nelle pieghe delle dinamiche correntizie e di potere che decidono carriere e, quando necessario, protezioni sul versante disciplinare.
Una commistione che vede, per di più, l’assoluto protagonismo, prepotente e non contrastabile, dei magistrati inquirenti, cioè dei Pubblici Ministeri.
La natura schiettamente politica dei titolari dell’azione penale, e la formidabile esposizione mediatica che l’accompagna, hanno non a caso consegnato da decenni ai magistrati del pubblico ministero (appena il 20% delle toghe) un potere immenso, dovuto al controllo assoluto della rappresentanza politica ed associativa della magistratura.
Occorre dunque comprendere che il popolo ha ora ben chiaro quello che da sempre era noto solo agli addetti ai lavori, ma che fino a ieri poteva facilmente essere spacciato per la menzognera narrazione dei nemici della magistratura: le Procure della Repubblica sono le vere protagoniste della giurisdizione, poiché sono in condizioni di esercitare un potere di condizionamento correntizio, disciplinare, mediatico e carri eristico, in grado di attentare alla indipendenza del Giudice.
Se si vuole restituire al “Popolo tradito” fiducia nella giurisdizione, occorre che la indipendenza del giudice (dalla Politica ma soprattutto dalla Pubblica Accusa) non resti affidata alle risorse morali o alla radicata ed orgogliosa sua formazione professionale, ma alla estraneità ordinamentale della magistratura giudicante rispetto a quella inquirente: concorsi diversi, carriere autonome, organismi di autogoverno separati.
Il rilancio economico del Paese passa anche necessariamente attraverso la massima efficienza della giustizia civile.
Secondo il documento “Conoscere l’arretrato della giustizia civile” fermo ai dati della Dgstat del Ministero della Giustizia aggiornati al 2019, il 51% della pendenza civile è costituita da contenzioso civile, il 20% da esecuzioni civili, il 17% da lavoro e previdenza, il 4% da procedimenti speciali e il 3% da volontaria giurisdizione. Situazioni diverse si registrano all’interno dei Distretti. La variabilità maggiore è presente nella materia lavoro e previdenza che ha incidenza minima nei Distretti di Trento (4%), Brescia (7%), Milano e Venezia (8%) e massima nei Distretti di Reggio Calabria (36%), Messina (33%), Lecce (30%) e Bari (28%). I sei Distretti con il numero maggiore di cause civili pendenti (Napoli, Roma, Milano, Bari, Catania e Catanzaro) racchiudono la metà della pendenza nazionale.
Recentemente l’Unione nazionale delle Camere civili ha espresso «ferma contrarietà» agli emendamenti del Governo sul processo civile, preannunciando «lo stato di agitazione, riservandosi di segnalare all’Unione europea il rischio di provocare ulteriori ritardi della giustizia civile».
I giudici contribuiscono ad amplificare il divario tra il Nord e il Sud, penalizzando il Mezzogiorno
Si tratta delle conseguenze di una giustizia civile pachidermica, costosa e inefficiente come quella con la quale non solo i cittadini, ma migliaia di imprese italiane devono fare i conti tutti i giorni. Una situazione, ovviamente, incide in maniera ancora più pesante sulle aziende del Sud, dove il tessuto economico-produttivo di partenza è indiscutibilmente meno vivace di quello del Nord. Le più recenti stime della durata dei processi stilate dal Consiglio d’Europa rivelano che i contenziosi civili, nel nostro Paese, arrivano al terzo grado di giudizio in 8 anni e 1 mese. In Francia si parla di 3 anni e 4 mesi, in Spagna di 2 anni e 8 mesi e in Germania di 2 anni e 2 mesi.
Il gap tra la nostra giustizia da quella dei nostri vicini europei, rimane enorme. Uno studio Cer-Eures, rivela quali siano le conseguenze: la burocrazia e le inefficienze della giustizia civile costano alle imprese 40 miliardi di euro, pari a due punti e mezzo di Pil. L’incertezza dei tempi processuali si traduce in meno investimenti dall’estero e nella perdita di circa 130mila posti di lavoro.
Un disastro soprattutto per il Sud. Qui, infatti, l’inefficienza della giustizia civile è ancora più evidente e si somma alle difficoltà di vario genere con cui le imprese devono storicamente fare i conti. Al Sud un procedimento civile dura in media 17 mesi, più del doppio rispetto al Nord, dove in media ne occorrono otto. Quanto ai tribunali, il più rapido è quello di Ferrara, in Emilia Romagna, con 147 giorni, e il più lento è Vallo della Lucania, in Campania, con 1.231 giorni. Il divario è ancora più evidente se si analizza la durata dei singoli procedimenti. Nelle cause in materia di assistenza sociale, a Vallo della Lucania, un procedimento dura 13 anni.
A Vibo Valentia una causa di lavoro privato richiede quasi 12 anni, mentre a Bolzano solo 112 giorni e a Milano 187. E’ evidente che lo sviluppo economico del Paese nel suo complesso non può prescindere da interventi che rendano la giustizia civile più rapida, efficace ed efficiente. E’ altrettanto evidente che il divario tra Nord e Sud può essere ridotto a patto che le performance di tutti gli uffici giudiziari nazionali si allineino agli standard europei.
Al di là degli aspetti meramente legali, al di là delle ripetute sanzioni che l’Italia è costretta a pagare a causa delle lungaggini della sua giustizia, delle penose e poco dignitose condizioni del sistema carcerario e dell’incertezza del sistema giudiziario italiano, unito all’intangibilità dei suoi esponenti, unica casta ormai rimasta sperequatamente in piedi, che ha trasformato l’Italia, un tempo patria del diritto, nella terra in cui, purtroppo, nulla è certo: nessun diritto può essere considerato realmente tale e nessuno, tranne i magistrati, in quanto giudici di se stessi, può considerarsi sicuro della legalità dei propri comportamenti.
Cresce quindi la consapevolezza della vulnerabilità del vigente modello giudiziario e dei suoi costi esorbitanti, si abbassa sempre di più la stima dei cittadini nei confronti di questa istituzione, dunque dello Stato, che ne tollera vizi e privilegi, che non riesce a riformare!
Ad avere poca o nessuna fiducia nella giustizia è oggi il 52% dei cittadini. E’ il sentimento di un popolo tradito, quello del Sud in particolare, che come abbiamo visto è costretto a pagare il prezzo maggiore, che Mezzogiorno Federato intende rappresentare aderendo alle ragioni del Si ai 6 referendum per la giustizia promossi dal Partito Radicale e da Matteo Salvini e la Lega. La decisione formalmente sarà assunta dall’Assemblea Nazionale di Mezzogiorno Federato del 9 Luglio.

Alfredo VENTURINI

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