31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 13:54:00

Buonasera Sud

Antonio Gramsci, la “Quistione meridionale” come “Quistione nazionale”

foto di Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

A distanza di centosessant’anni dall’Unità d’Italia ha senso ancora parlare di Questione meridionale? La risposta è sì, purtroppo. Le tesi di Mezzogiorno federato si nutrono di Questione meridionale non risolta e alla quale bisogna dare risposte in linea con i tempi. In questa prospettiva guardare alla storia e alla storiografia della Questione meridionale aiuta a capire meglio qual è l’argomento di cui si dibatte, comprenderne le ragioni profonde e le strutture di lunga durata. La Questione meridionale ha avuto grandi interpreti e tra questi, senza ombra di dubbio, vi è Antonio Gramsci. Iniziamo a trattare la Questione meridionale, seguiranno altri articoli, proprio dalla ricostruzione gramsciana.

È noto che Gramsci delinea fin dal 1920 i tratti di una “Quistione meridionale” inquadrandola nel più ampio dibattito sul capitalismo, o meglio come specificazione del capitalismo che poteva trovare soluzione “solo fuori dal Parlamento, contro il Parlamento, dallo Stato operaio” (Gramsci, Operai e contadini in Ordine Nuovo, 3 gennaio 1920, p. 378). È evidente in queste parole di Gramsci l’influenza della esperienza bolscevica e le suggestioni che sin dal 1916 aveva fatto maturare G. Salvemini. Questa interpretazione gramsciana basata sullo sviluppo ineguale del capitalismo nel contesto italiano, e non quindi esclusivamente come questione contadina, è, senza dubbio, interessante, ma lo stesso Gramsci la approfondirà ulteriormente negli anni successivi, focalizzando l’attenzione proprio sul meridione considerandolo come un problema territoriale. L’operazione intellettuale gramsciana è di notevole portata: egli esce dallo schema della lotta di classe, operai/ contadini, e vede il meridione “come uno degli aspetti della questione nazionale” (Gramsci, Lettere, Einaudi, 1982, 130), accanto, cioè, a quella vaticana, agraria e via dicendo.

Nel III congresso del Partito Comunista d’Italia la Questione meridionale occupa un ruolo importante. Duplice è la preoccupazione: era necessario eliminare il pregiudizio presente presso gli operai del Nord, un pregiudizio inculcato dalla propaganda borghese, secondo il quale il Mezzogiorno fosse una palla di piombo che impediva all’Italia di volare alto sul piano dell’economia, d’altro canto, era altresì decisivo distruggere presso i contadini meridionali l’idea che il Nord fosse un unico blocco di nemici di classe (cfr. Cinque anni di vita del Partito, 20-26 gennaio 1926, in La costruzione del Partito comunista 1923- 1926, Einaudi, 1971, p.108). Si, sulla scia di queste riflessioni, Gramsci elabora la tesi di un nuovo blocco sociale anticapitalista, operai e contadini, grazie al quale affrontare la Questione meridionale considerandola al tempo stesso nazionale e di classe (cfr. Gramsci, Alcuni temi della questione meridionale, in La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, 1971). È intento di Gramsci porre all’attenzione dei compagni di partito il superamento della forma dell’Unità d’Italia secondo lo schema risorgimentale, ovvero quello annessionistico del Sud, per far maturare un reale senso della Nazione mediante il protagonismo delle masse contadine meridionali, inserendole nel processo storico in corso che vedeva già protagonisti gli operai.

L’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud, secondo Gramsci, avrebbe costituito la punta rivoluzionaria più avanzata per rovesciare la borghesia ed eliminarla dal potere dello Stato. Il modello unitario gramsciano superava il dualismo Nord/Sud andando ben oltre le deboli posizioni del pensiero meridionalista di stampo liberale e anche dello stesso Salvemini. Giustino Fortunato e Benedetto Croce con le loro tesi di capziose divisioni della terra nel meridione avevano avallato le politiche predatorie dei governi Crispi e Giolitti con le quali il Mezzogiorno era stato sempre più marginalizzato. Le politiche liberali avevano accentuato il distacco tra il Nord, la “grande città”, e il Sud, la “grande campagna”. Per Gramsci l’operaio del Nord deve far sua la Questione meridionale e deve battersi per il suo superamento. Il ruolo degli intellettuali liberali si è esaurito, ora l’azione diventa rivoluzionaria, è un’azione di massa di operai e di contadini. La critica agli intellettuali liberali è feroce. Essi, insieme al clero, per Gramsci, costituiscono l’anello di congiunzione tra il potere agrario e il ceto contadino.

Questo blocco va spezzato perché favorisce la borghesia settentrionale e le grandi banche. Con il blocco agrario lo status quo tra meridione e settentrione viene perpetuato e favorito. Avendo individuato nel proletariato la classe nazionale, Gramsci ritiene che ad essa spetta il compito di tenere unito lo Stato italiano, di evitarne il pericolo incombente di disgregazione e questo avverrà perché operai e contadini rappresentano la ricchezza socioeconomica dell’Italia. Da questa prospettiva gramsciana la “Quistione meridionale” respinge sia il positivismo socialista sia il meridionalismo salveminiano che in un certo qual modo naturalizzavano le differenze sociali e di classe dividendo l’Italia in “nordici e sudici” e impedendo una vera Italia unita (La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, 1971, 149).

Riccardo PAGANO

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