03 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 22:56:00

Buonasera Sud

La storia. Ventisei anni di carcere da innocente

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Il protagonista di questa assurda vicenda di malagiustizia lo chiameremo Carmelo Russo, ma il suo vero nome è un altro, ha scontato 26 anni di carcere con l’accusa di aver ucciso un suo connazionale, a conclusione di una festa di piazza, mentre entrambi si trovavano in Germania. Sin qui tutto potrebbe sembrare grave, ma assolutamente normale, se non che per alcuni fatti davvero inquietanti, che tuttavia confermano le pessime condizioni in cui versa il sistema giudiziario italiano.

Al momento del delitto, infatti, Carmelo Russo si trovava in una località a quattrocento chilometri di distanza dal luogo in cui fu commesso l’omicidio, come confermato invano, in sede processuale, da due testimoni oculari. Ma soprattutto per un altro motivo, il vero omicida, reo confesso, del tutto sconosciuto a Russo, è stato a sua volta processato ma, avendo ammesso il delitto, ha potuto godere del previsto sconto di pena e condannato a 20 anni di carcere. Le disavventure di Russo, però, non sono finite qui poiché, durante le indagini e prima che fosse incriminato e processato per un delitto di cui sconosceva l’esistenza, lui si era trasferito in Siria, dove si era pure sposato in seconde nozze, quindi non sapeva nulla di quanto gli stesse accadendo.

A distanza di tempo, una volta rientrato in Italia, però, ebbe la brutta sorpresa di essere arrestato alla frontiera e tradotto in carcere, senza riuscire a spiegare il clamoroso equivoco, dato che il processo si era svolto con l’imputato ignaro e contumace. Solo dopo una ultradecennale e complessa ricostruzione dei fatti e la completa lettura dei voluminosi fascicoli processuali tedeschi e italiani, Russo si rese conto non solo che, durante il dibattimento, non erano state prese in considerazione le testimonianze di chi, al momento dello delitto, lo aveva visto in tutt’altra località, ma soprattutto che, dopo la conclusione del processo che lo riguardava, un’altra persona, che in quel periodo era stata processata per delitti diversi, aveva confessato l’omicidio addebitatogli e per ciò, a sua volta, era stato condannato, senza che la circostanza avesse dato luogo all’annullamento della precedente sentenza. Appresa la situazione, Russo mise insieme la documentazione raccolta e chiese subito la revisione del processo. Riuscì ad ottenerla dopo qualche anno.

Fortunatamente, i fatti descritti e provati apparvero alla Corte talmente evidenti che il suo presidente decise di scarcerarlo immediatamente, mentre era ancora in aula, anche se l’emissione della sentenza definitiva fu rinviata ad una data successiva. Per due anni Russo rimase in libertà, in attesa di quello che sperava fosse l’ultimo atto del drammatico incubo che gli aveva sconvolto la vita e che aveva condotto al suicidio uno dei suoi due figli avuti dalla prima moglie, della quale era rimasto vedovo anni prima del tragico delitto. Evidentemente si sbagliava. Infatti, pochi giorni prima dell’udienza, nel corso della quale si sarebbe dovuta pronunziare la sentenza di definitiva assoluzione, il giudice che aveva seguito la vicenda morì d’infarto ed il suo successore, senza neanche aver letto il relativo fascicolo, respinse clamorosamente i motivi della revisione e lo rispedì in galera.

Russo, quindi, rientrò in carcere e, poiché ormai, mancavano pochi mesi alla conclusione della sua pena, preferì non adire più le lunghe e complesse vie legali, anche perché per un ulteriore ricorso sarebbero passati almeno due anni. “Contro la malasorte non c’è niente da fare”, disse ai suoi avvocati che volevano convincerlo a non arrendersi. “Non faccio più niente, ma non parlatemi mai più di giustizia italiana.”

Salvo FLERES

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