03 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 22:56:00

Buonasera Sud

Occasione di mobilitazione democratica e riformista

foto di Aula di tribunale
Aula di tribunale

La giustizia penale (come quella civile) ha urgente bisogno di riforme. La durata eccessiva dei processi è una vergogna che penalizza i cittadini ed è stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Occorre assolutamente porvi rimedio con un’ampia depenalizzazione, digitalizzando le procedure, fissando delle priorità, facendo rientrare in ruolo la pletora di magistrati distaccati e assumendone altri. Poi c’è lo scandalo della politicizzazione e dell’uso politico della giustizia. Le rivelazioni di Palamara e tutto ciò che è emerso e quotidianamente emerge hanno evidenziato una situazione non più sostenibile. Sul tema ha colpito il silenzio del pd, delle principali testate e di molti talk show. Collusioni, connivenze, complicità? Si. Il “sistema” ha reagito col catenaccio del silenzio e se non ci fossero stati Sansonetti, Sallusti, Porro e pochi altri, tutto sarebbe passato in cavalleria. La riforma Cartabia, frutto del negoziato con Conte e Bonafede, è un primo passo importante, ma insufficiente. Per curare la cancrena servono riforme radicali. Che tuttavia l’attuale quadro politico non consente di realizzare per via parlamentare. Negli ultimi 30 anni la magistratura è diventata una corporazione. Da “ordine”, come è definita in Costituzione è diventata un “potere”pregiudizialmente in conflitto con gli altri poteri costituzionali. Una distorsione che ha alterato l’equilibrio della Carta, e alla quale ha fatto seguito la degenerazione del correntismo, ossia la politicizzazione della magistratura attraverso le “correnti”, dando vita ad una sorta di “partitocrazia giudiziaria”alla lottizzazione correntizia delle decisioni ed il controllo assoluto del Csm. Dal quale dipendono nomine, carriere e sanzioni.

Un potere assoluto delle correnti su tutto il corpo giudiziario. Un potere che dispone di alleanze politiche e mediatiche, in un rapporto melmoso in cui la trattativa tra “correnti” e i partiti di riferimento avviene su nomine, leggi, indagini ad orologeria e/o strumentali ma anche su “cacce ostinate”, “distrazioni”, omissioni e vere e proprie persecuzioni. Esagero? Basta leggere l’intervista di Sallusti a Palamara (che di questo sistema è stato il dominus) per capire che c’è molto di più. Perché nomine carriere e sanzioni sono un deterrente anche nei confronti del versante giudicante che scrive le sentenze e che, se pur molto più numeroso e determinante ai fini di giustizia, è sotto ordinato al potere correntizio. A questo punto, con un Pd già giustizialista di suo e oggi succube di Travaglio e Davigo che dettano la linea ai 5 stelle difficile che si possa attuare una riforma della giustizia degna di questo nome per via parlamentare. Di qui la necessità di attivare i referendum.

E di farne l’occasione per una grande mobilitazione democratica e riformista. Non contro i giudici, al contrario, in difesa del loro ruolo fondamentale della loro autonomia e indipendenza oggi compromessi da intese di potere e collusioni con la politica. I quesiti referendari sono sei e tutti hanno un rilievo assoluto. Si va dalla responsabilità civile dei magistrati (che un referendum di oltre trent’anni fa introdusse ed il Parlamento dell’epoca sbagliando edulcorò annullandola) alla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti per garantire la terzietà del giudice e un giusto processo, alla custodia cautelare spessissimo comminata in modo anomalo e illegittimo e fino alla abolizione della legge Severino, alla riforma del Csm ed alla riammissione dei componenti laici nella valutazione professionale dei magistrati. Se con il decreto Cartabia si interrompe la violazione sistemica dello Stato di diritto, con i referendum si potrà imprimere una svolta radicale per una giustizia giusta ed il rientro nella legalità costituzionale.

Giulio DI DONATO
Consiglio Nazionale Mezzogiorno Federato

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