22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 10:52:00

Buonasera Sud

La difesa del suolo come metafora di un nuovo sviluppo

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La difesa del suolo come metafora di un nuovo sviluppo

Se c’è, fra le tante, una questione che accomuna longitudinalmente e trasversalmente tutta l’Italia senza distinzione e primato di sorta questa è data dalla difesa del suolo. Una questione che interessa sia l’assetto fisico-geologico, geotecnico, idrologico, idraulicodel territorio quanto quello abitativo, urbanistico, produttivo, ambientale.

Basti pensare alle fragili condizioni morfologiche ed idrografiche del paese, a come si sono nel tempo succeduti gli insediamenti antropici, agli squilibri storici fra aree interne e aree urbane per ritenere che occuparsi di difesa del suolo, assetto del territorio, messa in sicurezza di suolo e sottosuolo diventi sempre più un’urgenza strutturale per chi si occupa delle discipline di scienza della terra, degli operatori tecnici, delle professioni liberali, della politica. Eppure sembra sempre più che l’argomento sia derubricato se non per quanto attiene le misure postemergenziali, l’importo dei ristori, il richiamo inconcludente, fuori luogo, all’’evento naturale. Che continua con frequenze e intensità crescenti e che vede l’uomo e le sue organizzazioni impotente o soccombente. E’ a tutti evidente che una pioggia battente e continua, una mareggiata di grande intensità, una piena fluviale devastante, uno scoscendimento franoso sconvolgente sono cause e concause di come è stato amministrato e prima ancora occupato il territorio oltre che dalla fisica dell’atmosfera (cui però non è estranea, anche qui, la mano dell’uomo: vedi cambiamenti climatici, buco dell’ozono… ).

E tocca all’uomo intervenire-con metodi dettati dai saperi scientifici, con strumenti organizzativi improntati alla previsione e alla prevenzione, con apparati normativi e regolamentari- affinché si disponga di una gestione oculata e razionale del comparto acquasuolo. Non si parte dall’anno zero, per fortuna, anche se il cono d’ombra in cui la materia sembra essere ricaduta necessita di sollecitazioni e proposte convincenti, alla luce anche delle azioni previste nel Recovery Plan, di una loro omogeneizzazione territoriale e coerenza funzionale. Nel mese di dicembre del 2010 a Roma, veniva ricordato il quarantennale della Commissione De Marchi, l’anno, cioè, in cui Giulio De Marchi consegnò i lavori della Commissione da lui presieduta. Il lavoro di quelle giornate è emblematico di un clima che, ancora, si respirava nel Paese sui temi delle politiche legate non solo alla difesa del suolo ma alla pianificazione territoriale più in generale. Un clima che registrava il forte interesse del Consiglio Nazionale delle Ricerche, della comunità scientifica, degli ordini professionali, del Parlamento. La creatura istituzionale della Commissione De Marchi è la legge 183 del 1989: Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. Ben venti anni intercorrono fra i contenuti della Relazione De Marchi e la sua traduzione in articolato legislativo.

La legge è una legge quadro che demanda alle Regioni, sorte nel 1970: lo stesso anno in cui De Marchi consegnò il suo lavoro, di legiferare autonomamente entro la cornice varata dal Parlamento nazionale e fu ovviamente osteggiata da svariati portatori di interessi, impugnata davanti la Corte Costituzionale, per molto tempo rimasta al palo. La Commissione De Marchi, dal nome del suo presidente, professore al Politecnico di Milano, luminare delle discipline idrauliche a livello mondiale, venne insediata dal governo dopo l’alluvione di Firenze e Venezia del novembre del 1966 e mostrò fin da subito caratteri di modernità e lungimiranza. Quando si svolsero i lavori della Commissione e si giunse nel 1989 al varo della legge 183, non può dirsi non fosse avvertita l’esigenza, nel Paese, di un approccio sistemico alla soluzione del problema dell’assetto, della manutenzione, della messa in sicurezza del territorio: della difesa del suolo. Basterà citare i fatti ricostruiti da Giuseppe Barone (1986) nel suo Mezzogiorno e Modernizzazione: il potente e concertato intervento governativo orchestrato insieme a Bastogi, Banca Commerciale e uno stuolo di tecnocrati e di tecnici, per realizzare gli impianti idroelettrici in Calabria, a fini idroelettrici e inseriti in una logica di conservazione del suolo, politica di montagna e pianura, bonifica idraulica.

Ci vollero comunque molti anni perché le conclusioni di Giulio De Marchi si trasferissero in un dettato normativo: molti e diversi governi nazionali, ebbe il nostro paese durante la gestazione della legge, così che il risultato finale non può non risentire di orientamenti, equilibri politici, patteggiamenti fra diversi poteri che insistevano sulla struttura della legge. Le Regioni, il decentramento di una serie di funzioni, la sottrazione di competenze a una istituzione e il conseguente passaggio ad altre – con le immancabili contrarietà, i consueti attriti, le conseguenti paralisi – rappresentano le tortuosità, le viscosità, i compromessi con i quali ebbe a misurarsi il legislatore. Nè può sottacersi per un verso che l’istituto Regione non era pronto a muoversi sul piano dell’adozione di norme che di fatto costituivano una limitazione d’uso del suolo e per altro verso il termine stesso difesa, che esplicitamente richiama a politiche, o azioni, limitative e prescrittive quando in Italia stava prendendo piede la cultura della deregulation, pur in presenza di una miriade di piani: regolatori, dei parchi, delle comunità montane, gli Ambiti Territoriali Ottimali a norma della legge così detta Galli…, e il massiccio spostamento verso valle, nelle aree urbane, della vita che prima, in un paese sostanzialmente agricolo contemplava presenze significative in collina e in montagna, proprio laddove si originano i fenomeni di cui tratta la difesa del suolo: frane e alluvioni… che tutto questo non semplificava affatto le cose.

Nel 1998 il Parlamento istituì su mia proposta un Comitato Paritetico Camera dei Deputati, Senato della Repubblica con le “finalità di verificare lo stato di attuazione della legge n. 183 del 1989 su tutto il territorio nazionale, individuarne criticità e proporre soluzioni”. Il Comitato Paritetico, da me presieduto, in meno di un anno ultimò i suoi lavori e il documento finale presentato nell’Aula sia del Senato che della Camera nelle sedute di conversione in legge del decreto legge dopo i tragici fatti di Sarno venne fatto proprio dal Governo. I punti essenziali del documento: innanzi tutto previsione e prevenzione; poi coniugare il sapere con il fare; e: promuovere la manutenzione del territorio; ridurre drasticamente i soggetti competenti nei bacini idrografici (ne furono conteggiati oltre cinquanta); abolire la pletora di vagli autorizzativi per le procedure esecutive dei progetti (previsti a decine); assicurare fondi certi per la difesa del suolo su scala pluriennale; passare da una pianificazione eccessivamente rigida a strumenti di piano settoriale, più snelli e più concretizzabili; recuperare insediamenti e stanzialità nelle aree interne sia di tipo umano che tecnico. E le Regioni cominciarono a legiferare, il Governo, attraverso decreti, modificò la 183 secondo le indicazioni del Comitato Paritetico, e indubitabilmente l’impianto complessivo che ne scaturì era un insieme coerente e snello: poteva funzionare.

Poi intervenne Bruxelles, poi la grande attenzione e tensione ch’erano state dedicate all’argomento da ogni dove nel paese molto si affievolirono e si passò a un limbo di indifferenza e di sottovalutazione, a un livello di percezione dei fatti molto bassa, con l›attenzione dedicata esclusivamente al ristoro dei danni e al post evento, di fatto scoperti alcospetto di un territorio fragile, esposto a eventi gravosi, di un presidio tecnico e amministrativo insufficiente, di una difficoltà persistente nello spendere le risorse finanziarie disponibili, nell’inquadrare interventi in termini di previsione e di prevenzione. L›intero apparato legislativo e funzionale del comparto difesa del suolo, dal 2000 viene azzerato dalla Direttiva della Unione Europea che introduce nell’Ordinamento nazionale nuovi organi di governo di acqua e suolo, nuove disposizioni, nuovi istituti di riferimento. La Direttiva è stata recepita nell’Ordinamento italiano, ma rimasta a lungo operativa solo sulla carta: abbiamo vissuto per lungo tempo in una vera e propria “vacatio”, non disponendo più, nel nostro Ordinamento né dei precedenti organismi né ancora di quelli dettatidalla Unione Europea, fino ad adottare per ultimo misure e norme formalmente valide ma nei fatti poco incisive. Si avverte palesemente, oggi, in quale misura manchi una visione di cornice, un impianto, una politica generale attenta agli aspetti strutturali ed infrastrutturali di suolo e sottosuolo che consentirebbe oltretutto occasioni occupazionali di ogni tipo; di pianificazione e programmazione non si vuole più sentir parlare, di manutenzione del territorio neanche, come se fra rischio zero e deregulation non ci siano spazi intermedi, come se intervenire a posteriori non costi di più che intervenire prima, come se risparmiare vite umane non sia possibile. La struttura Italia Sicura, istituita dal governo del 2014 con il compito di “accelerare e promuovere, l’apertura dei cantieri… “ per le opere da tempo in posizione di standby statuì che la “qualità progettuale non sempre è quella giusta, gli interventi sono invischiati in una rete perversa di procedure burocratiche… “.

Nel 2019, la Corte dei Conti, per verificare lo stato di attuazione per la messa in sicurezza di aree interessate da dissesto idrogeologico, ha evidenziato: “l’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative; l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi; la mancata interoperabilità informativa tra Stato e Regioni; la necessità di revisione dei progetti approvati; la frammentazione e disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto; la difficoltà delle amministrazioni nazionali e locali di incardinare l’attività di tutela e prevenzione nelle funzioni ordinarie.” Nell’Aggiornamento della Enciclopedia Treccani della voce Difesa del Suolo ho avanzato, pochi anni orsono, alcune proposte di recupero di un ethos come condizione necessaria per una inversione di tendenza. Un ethos essenzialmente basato su due parole chiave: responsabilità e modello di sviluppo. La responsabilità non solo delle istituzioni preposte ma anche dei soggetti competenti. Occorre coniugare saperi scientifici e operosità tecnica con scelte politiche, motivare l’azione in ambito legislativo, impegnarsi per offrire al nostro paese un sistema moderno e funzionante di difesa del suolo e assetto territoriale.

Potremmo dire: la difesa del suolo come metafora di un nuovo modello di sviluppo, come recupero dello strumento della pianificazione per il governo del territorio, che contempli una visione di insieme fra città e campagna, di rischi, di limitazioni d’uso ma anche di prospettive reali di crescita. Né vale trincerarsi più di tanto dietro il refrain della mancanza di fondi: i fondi ci sono, spesso serve da alibi scontato ma ci sono: piuttosto non si sa chi deve spenderli, dove, quando e con quale priorità. È necessario iniziare: dal riassegnare centralità ai lavori pubblici per le infrastrutture di collegamento e non solo; dall’investire nella manutenzione delle opere e nell›adeguamento normativo che riassegni centralità decisionale per alcune realizzazioni, sottraendole finalmente alle insulse duplicazioni, salvandole dal groviglio paralizzante dei diversi centri di riferimento. È il caso di ricordare qui, ancora una volta, quanto detto dalla Commissione De Marchi: «In relazione a codesto loro indiscutibile carattere, le attività stesse, in linea di massima, non possono che rientrare nella diretta competenza dello Stato…”. Il mezzogiorno, il mezzogiorno come cantiere e occasione paradigmatica, può diventare, deve diventare un vero e proprio banco di prova.

Massimo VELTRI
Professore ordinario nell’Università ed è stato Senatore della Repubblica

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