26 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Ottobre 2021 alle 15:57:00

Buonasera Sud

Una opportunità per le scuole mediche di recente istituzione

PNRR: ricerca e tecnologie nella sanità
PNRR: ricerca e tecnologie nella sanità

Il piano nazionale di ripresa e della resilienza richiama nei suoi interventi in ambito sanitario proprio il mondo della ricerca, delle tecnologie innovative, e della formazione. Le sedi di ateneo del nostro mezzogiorno, soprattutto quelle più giovani trovano a continuare una sfida impari da anni interna al nostro sistema universitario nazionale dovuta al perdurare dei criterio sperequativo con cui avviene la distribuzione del fondo di finanziamento ordinario tra le università del Centro Nord e quelle del Sud, vedi la persistenza di un perverso parametro ripartitivo della stessa quota base rappresentato dal rapporto tra spese fisse e dato cumulativo del FFO sommato al contributo delle tasse degli studenti e delle aggiuntive risorse del territorio col risultato che laddove il apporto è più basso, vedi regioni a reddito medio – alto, e quindi con un apporto di tasse studentesche più elevato, e con risorse aggiuntive provenienti de contesti socio-economici più ricchi diventa paradossalmente più premiale per la sede di riferimento. Un premialità otre tutto che non è aggiunta al FFO nazionale, come più volte reclamato, ma che, di fatto, viene da esso derivata a detrimento delle sedi più deboli.
In questo contesto tuttavia gli atenei del mezzogiorno con FFO insufficienti ma che hanno recentemente attivato al loro interno una scuola medica possono certamente intercettare nuove risorse previste dal PNRR se faranno scelte strategiche per una ricerca realmente innovativa in ambito biomedico saputa collegare sia al profilo clinico terapeutico, che a quello socio assistenziale quest’ultimo con ricadute positive anche sull’emancipazione del nuovo assetto della sanità territoriale. A tale ambito di interventi il piano destina circa 8.5 miliardi di euro. L’obiettivo principale è quello di superare il gap finora esistente tra i risultati della ricerca biomedica e la loro applicazione in ambito clinico-terapeutico. Questo tipo di ricerca traslazionale in ambito biomedico e quello su cui con priorità vuole investire il decisore pubblico in quanto si tratta di ricerca convertibile a breve e medio termine in bene tangibile per il cittadino. In questo contesto le scuole mediche recentemente istituite dovranno individuare un rinnovato rapporto con gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico presenti nel territorio (IRCCS) interessati alla ricerca clinica innovativa di tipo transnazionale. Le scuole mediche di recente istituzione nelle nostre regioni quale quelle di Rende, Potenza, Taranto, Lecce devono saper costruire tutte le reti collaborative possibili in particolare con le IRRCS presenti nei loro territori favorendo anche la localizzazione di loro sedi decentrate all’interno dei propri campus al fine di accelerare al proprio interno la ricerca traslazionale rivolta alle terapie innovative. Quello che a noi interessa, come espressione di una scuola medica nascente riguarda l’aggiornamento dell’assetto regolamentare e del regime giuridico degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRRCCS) con l’obiettivo di rafforzare le prestazioni sanitarie sempre più collegate ai risultati della ricerca clinica innovativa. Le IRRCS sono enti di rilevanza nazionale dotate di autonomia e personalità giuridica che secondo standard di eccellenza perseguono finalità di ricerca principalmente clinica \traslazionale ma anche in quello della gestione e dell’organizzazione dei servizi sanitari nazionali, avviando prestazioni di ricovero e cura di alta specialità. La riforma delle IRCSS dovrà trovare attuazione con un decreto legislativo entro la fine del 2022. Le IRRCS accedono alle risorse attraverso sistemi basati su parametri dell’attività scientifica riferita a pubblicazioni su riviste a elevato impact facto, allo sviluppo di tool clinici in un ambito di collaborazioni multicentriche riferite al trasferimento tecnologico capace soprattutto di tenere in considerazione l’impatto con il territorio di riferimento.
Il rilancio della medicina territoriale modifica il paradigma professionale medico tradizionale e richiama in quest’ambito anche una diversa tipologia di impegno formativo soprattutto da parte delle nascenti scuole mediche oggi presenti nel nostro mezzogiorno che devono trovare sulla base delle esperienze maturate dalle nostre comunità durante l’emergenza pandemica, nuovi modelli di pedagogia professionale per far capire che l’atto medico nella sua completezza presenta una componente tecnico-terapeutica e una socio-assistenziale. Quest’ultima purtroppo non viene tanto tenuta in conto dalla formazione medica che interagisce pochissimo con il piano dell’organizzazione sanitaria che non sarà più ospedalocentrica e investe l’ampio spettro della medicina territoriale in tutte le sue declinazioni. In altre parole le nuove scuole di medicina soprattutto nel nostro mezzogiorno devono creare iniziative formative congiunte e solidali per sostenere un modello di medicina territoriale condivisa, per iniziare un cambiamento di scenario organizzativo che dovrà investire l’intero ecosistema sanitario.
Ciò presuppone un adeguato sostegno formativo per le nuove modalità tecnico-assistenziali quali quelle rappresentate dallo sviluppo della telemedicina strutturata sulle moderne tecnologie proprie della medicina digitale. Chiaramente lo scopo pratico della telemedicina nell’immediato è di curare aumentando l’appropriatezza, la sicurezza, l’accessibilità, l’equità, la rapidità delle procedure di diagnosi e cura, ma anche di migliorare la continuità e l’aderenza al trattamento indipendentemente dal luogo in cui i pazienti si trovano consentendo di raggiungere i bisogni di cura anche delle comunità isolate dalla stessa impervietà dei loro territori. In altre si vogliono innovare e potenziare le strutture tecnologiche del servizio sanitario nazionale e regionale al fine di garantire una rivoluzione significativa delle modalità di assistenza sanitaria migliorando la qualità e tempestività delle cure valorizzando il ruolo del paziente come parte attiva del processo clinico assistenziale. Ciò garantirà una maggiore capacità di governance e programmazione sanitaria affidata soprattutto all’analisi dei dati e dell’informazione che costituiscono universalmente il software della conoscenza soprattutto in ambito biomedico. Occorre essere consapevoli che si tratta di cambiamenti anche radicali nelle procedure mediche e nei processi organizzativi che, se non gestiti correttamente, possono generare insufficienze nei servizi invece che progressi. In altre parole i percorsi che potranno essere intrapresi devono essere praticabili sul piano organizzativo ed economico ma prima ancora devono essere valide sul piano clinico. E’ la risoluzione del problema dell’ammalato che conferisce senso a tutto il resto e il medico resta comunque il titolare di tale responsabilità. Le moderne scuole mediche, attraverso un loro interno know how, interagendo con i laboratori interni di informatica, possono sviluppare prototipi infrastrutturali in cui piattaforme specialistiche “verticali” che radunano 1) dati biologici da elettromedicali, dati biologici remoti di strumenti da auto consultazione, video conferenze non diagnostiche, video conferenze diagnostiche che convergono su piattaforme orizzontali di gestione e organizzazione documentale digitale (cioè di refertazione) e piattaforme di interoperabilità (fascicolo sanitario elettronico) da mettere a disposizione del territorio e delle strutture di telemedicina delle reti di prossimità.
A queste ultime si rivolge un secondo ambito di interventi del piano nazionale di ripresa e resilienza destinando a riguardo sette miliardi di euro attraverso tre tipologie di intervento:
1)- le case di comunità che consentono di potenziare e riorganizzare i servizi offerti ai malati cronici. Nelle case di comunità sono presenti: il punto unico di accesso alle prestazioni sanitarie, un punto di riferimento continuativo che attraverso un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialisti, infermieri, disporrà di strutture informatiche, di un punto prelievi, di una strumentazione polispecialistiche e si prenderà in carico la comunità di riferimento. Si prevede la realizzazione di circa 1200 case di comunità entro il 2026 attraverso l’utilizzazione sia di strutture preesistenti che strutture nuove.
2) – l’assistenza domiciliare che si propone di prendere in carico entro la metà del 2026 il 10% della popolazione superiore ai sessantacinque anni con una patologia cronica e non autosufficienti. La Calabria presenta la più elevata incidenza percentuale di ultrasessantacinquenni con almeno due patologie croniche pari al 23%. La presa in carico dei pazienti si realizza attraverso la definizione di un piano/progetto in relazione alla condizione di bisogno e per livello di complessità e definisce livelli di assistenza specifici al fine di favorire la migliore condizione di salute e benessere raggiungibili per la persona malata. Un modello che sfrutterà al meglio le possibilità offerte dalle nuove tecnologie derivanti dalla telemedicina strutturati su processi di digitalizzazione, capaci di raccogliere presso ogni azienda sanitaria locale i dati clinici in tempo reale. Si prevede la realizzazione di 602 centrali operative territoriali (COT)con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di medicina di urgenza.
3) – lo sviluppo delle cure intermedie mira ad attivare l’ospedale di comunità, una struttura destinata al ricovero breve, rivolta a pazienti che richiedono interventi sanitari a media e bassa intensità clinica e per degenze di breve durata (20-40 posti letto)a gestione prevalentemente infermieristica, tali da contribuire a una maggiore appropriatezza delle cure e determinare una sostanziale riduzione di accessi impropri ad altre prestazioni.
L’ospedale di comunità può anche facilitare la transizione dalle cure ospedaliere acute a quelle domiciliari consentendo alle famiglie e alle strutture di assistenza di avere il tempo necessario per adeguare l’ambiente domestico e renderlo adatto alle esigenze e alle cure dei pazienti.
Si realizzeranno circa 380 ospedali di comunità che certamente daranno una svolta epocale alla medicina territoriale finora presente nel nostro paese. Si vogliono raggiungere in altre parole standard qualitativi regionali uniformi a livello nazionale, il che vuol dire costruire a livello regionale una gamma di dispositivi che vanno dall’assistenza primaria ai consultori familiari e all’area della salute mentale salvaguardando al contempo le peculiarità e le esigenze assistenziali di ogni area del paese. Si vuole garantire la persona indipendentemente dalla regione di provenienza per una tutela sanitaria che va dalla fase acuta alla fase riabilitativa. Con questo si vogliono potenziare i servizi assistenziali territoriali consentendo una effettiva esigibilità dei LEA da parte di tutti gli assistiti prevedendo di superare in tal modo le frantumazioni e il divario tra i diversi sistemi sanitari regionali puntando a un per0crso integrato che parte dalla casa come primo luogo di cura per arrivare alle case di comunità, agli ospedali di comunità, superando le carenze di coordinamento negli interventi sanitari socio-sanitari e socio-assistenziali.
Occorre domandarsi però in quale cornice organizzativa e strategica si collocheranno gli investimenti del piano nazionale di ripresa e resilienza soprattutto per diversi aspetti che riguardano la personal care e la common care.
Cioè occorre chiedersi se si collocheranno in una programmazione locale basata sui bisogni sanitarie sociali della popolazione, oppure si collocheranno in un ambito professionale privato, dove predomina la logica della produzione delle prestazioni e l’interesse per un “incrementalismo” prestazionale che trascurerà il piano/ progetto individuale incapace di specificare il livello di complessità dettata dal bisogno di cure riservando al settore pubblico solo una funzione di controllo amministrativa, al massimo di coordinamento. Si va diffondendo l’idea che l’investimento miri ad aumentare le prestazioni soprattutto nell’assistenza domiciliare prevedendo l’attivazione di 602 centrali operative territoriali (una ogni distretto), espropriando il distretto di una sua funzione caratterizzante quale quella di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari relegando la direzione distrettuale a compiti amministrativi.
Un incrementalismo che rischia di perseguire interessi privati trascurando soprattutto i livelli essenziali di assistenza che spettano all’operato del singolo distretto territoriale e che rappresentano la garanzia di diritti della salute per i cittadini specularmente ai doveri per le istituzioni sanitarie nell’erogarle. Non ci possono essere LEA distrettuali senza distretti. La funzione dei distretti è una funzione, di riqualificazione e potenziamento della moderna medicina territoriale, con l’attenzione primaria ai soggetti deboli, fragili, più vulnerabili cui si rivolge proprio il valore intrinseco della sanità pubblica. Occorre sapere equilibrare gli interventi dedicati ai singoli individui partendo dagli specifici bisogni insiti nella comunità in cui viviamo. Siamo nell’ambito della personal care e della community care. Per cui i distretti devono rispondere a questi scopi dimostrando la validità del loro ruolo. Il potenziamento e la riqualificazione della medicina territoriale richiede un cambio culturale ovvero il recepimento della primary health care, da anni considerata come prima occasione per costruire sistemi di salute pubblica quindi equi validi e sostenibili. I distretti sono gli interpreti ufficiali della primary health care garantendo la programmazione dell’offerta tarata sui bisogni espressi e inespressi specifici del territorio distrettuale.
La questione della medicina territoriale non solo richiede personale ma molto coordinamento. Il fatto che i medici di base sono stati abbandonati a gestire la fase cruciale dell’emergenza pandemica solo attraverso il loro buonsenso è una manifestazione visibile della frattura esistente tra il sistema sanitario nazionale e i medici di medicinagenerale.
Secondo la dichiarazione di AlMA ATA nel settembre del 1978 cui s’ispira la stessa definizione di assistenza primaria nella legge 833 1978 istitutiva del servizio sanitario nazionale, un’istanza “unificante” sottoscritta da 134 paesi, fortemente voluta dall’OMS la primary health care non si limita alla tutela della salute dal punto di vista biomedico ma comprende anche aspetti socio-economici per le forti ripercussioni che questi hanno sulla vita delle persone. Il decreto legislativo 229 del 1999, evoluzione della legge 833 in questo settore attribuisce al distretto l’assistenza sanitaria primaria e l’integrazione socio-sanitaria attraverso l’elaborazione del piano di zona individuando i piani di attività locale (PAL) quali strumenti perla programmazione dell’attività sanitaria e socio sanitaria. Dobbiamo intervenire per la promozione dell’assistenza primaria soprattutto nella nostre regioni attraverso una riorganizzazione dei distretti finalizzata alla coesistenza sul territorio di standard operativi europei. Lo strumento organizzativo e gestionale che deve assistere allo sviluppo di questo modello è rappresentato soprattutto dalla medicina generale che individua due modalità organizzative una di tipo mono professionale rappresentata dalle aggregazioni funzionali territoriali e uno di tipo multi professionale rappresentato dalle unità complesse di cure primarie. Lo scopo è sempre quello di favorire un’assistenza migliore ai cittadini in un setting più appropriato che si basa sulla necessità di un maggior coinvolgimento dei medici di medicina generale, dei pediatri di libera scelta dei medici d continuità assistenziale e dei medici specialisti superando il senso d’isolamento e autoreferenzialità che spesso caratterizza le loro attività. Il cambiamento non deve compromettere il valore positvo dei rapporti fiduciari tra medici e pazienti e l’autonomia professionale ma deve esprimere al meglio una condizione di connettività professionale implementata degli strumenti tecnico assistenziali che provengono anche dalla medicina digitale per far si che i medici che operano nel territorio possano esprimere al meglio la loro professionalità nell’ambito del servizio sanitario regionale. Tutto questo deve avvenire attraverso un punto di regia unitaria, quale quella del distretto per l’intera medicina territoriale proprio perché esplicherà funzioni di produzione, di prestazioni, d’integrazione di committenze, di governo clinico, e organizzativo attraverso cui si pongono in continuità nel le sue quattro importanti componenti identitarie: l’assistenza ambulatoriale, l’assistenza domiciliare insieme a quella residenziale e intermedia.
Qualunque patto federativo sia presente nelle regioni del Mezzogiorno questo non può eludere la comune visione di, una medicina territoriale da cui dipenderà l’intera riqualificazione sanitaria dei nostri territori, capace di considerare come sua struttura baricentrica il distretto sanitario, naturale punto di raccordo di servizi integrati sostenuti da ogni innovazione tecnico-assistenziale per garantire la ripartenza dei percorsi di equità e del diritto paritario di tutela della salute delle nostre comunità.

Prof. Sebastiano ANDO’
Direttore Centro Sanitario Unical

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche