16 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Ottobre 2021 alle 06:40:22

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Disoccupazione

Come sappiamo le emergenze mettono in evidenza i punti di forza, i punti di debolezza e le fragilità strutturali di un sistema. Lo stesso si può, nel nostro Paese, dell’emergenza pandemica da Covid -19. Tra le fragilità strutturali certamente va riconosciuta la questione meridionale. Scriveva il grande storico Rosario Villari : «Essa consiste in una radicale “rinuncia” ad utilizzare nel processo di ammodernamento del paese le potenziali risorse umane, economiche, politiche ed intellettuali del Mezzogiorno. È in questa forma che l’esistenza della questione meridionale ha fatto sentire il suo peso negativo lungo tutta la storia nazionale».

Una colpevole rinuncia la cui attualità è davanti ai nostri occhi, ma una volta riconosciuta può fornire una spinta al cambiamento. Siamo su un crinale di trasformazioni molto importanti che interessano i sistemi e i modelli di produzione e l’Italia ha bisogno di un nuovo sguardo sul Sud . D’altra parte già nel passato la coesione dell’Italia è stata la più grande riforma economica e il superamento del divario l’unica strategia lungimirante. Un nuovo sguardo sul Sud per superare una visione secondo la quale la cristallizzazione del blocco sociale costituito da un’ampia area di disoccupazione, inoccupazione, sottoccupazione, lavoro povero e a basso reddito sia una patologia sociale con la quale convivere e da ammortizzare in forma passiva. A quel blocco sociale va aggiunta la crescita lineare negli ultimi 15 anni delle emigrazioni italiane, specialmente meridionali, all’estero. Emigrazioni che, a differenza del blocco delle emigrazioni di età liberale e degli anni ‘60/70 del ‘900, per la prima volta non sembrano parte di un progetto di crescita del Sud.

Le iniziative di ricerca e innovazione che sono cresciute al Sud, anche in campo sociale e del terzo settore, sono soffocate da questi vecchi e nuovi blocchi sociali. Sono diverse le ragioni che spingono a richiedere un nuovo sguardo al Sud a partire dall’urgenza di misure pubbliche ( politiche, legislative, amministrative),da perseguire in maniera simultanea e complementare, di difesa dell’occupazione e per conquistare nuova occupazione nel quadro che va delineandosi di nuovi sistemi e modelli di produzione all’interno dei quali il lavoro necessario va diminuendo. Se è vero che l’assistenza è assistenza e non è sviluppo è altrettanto vero che molti esempi ne dimostrano le possibilità di esercitare una funzione attiva e positiva se essa è inquadrata in quell’economia della cura capace di prendere in carico le singole persone. È qui che vanno incardinate misure sussidiarie fondate sull’ autonomia della spesa sociale dalle politiche finanziarie ed industriali, anche, per ridurre l’orario di lavoro. In questa direzione un esempio molto interessante è stato il Piano Hartz sviluppato in Germania. Del resto il Consiglio e la Commissione UE già nel 2016 invitavano gli Stati membri a promuovere sistemi di protezione sociale efficienti, equi e sostenibili per combattere le diseguaglianze e prevenire la povertà assoluta e nel lavoro. Un nuovo sguardo al Sud è possibile se il Sud dice “ noi siamo qui” anziché “ noi siamo di qui”.

Elisa CASTELLANO
CGIL-Fondazione Di Vittorio

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