16 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Ottobre 2021 alle 21:54:00

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Gianni Pittella, Sindaco di Lauria

Nell’attesa culmini il turno di ballottaggio delle amministrative dell’ottobre del 2021 qualche questione politica mi pare utile sollevarla. In particolare potremmo interrogarci se in questa fase politica i sindaci possano rappresentare come in passato attori di cambiamento, o di accelerazione di processi di cambiamento del quadro politico nazionale e se le coalizioni vincenti in questa tornata amministrativa siano un laboratorio utile, applicabile alle elezioni politiche prossime venture. Non sarebbe la prima volta, lo sappiamo bene, soprattutto nel campo del centrosinistra, che dai territori emergono personalità e soprattutto modelli nazionali. Questo è accaduto tutte le volte in cui ci si è trovati innanzi a una rottura del sistema, a un passaggio di fase nella costituzione materiale del Paese. Nel 1993 la “stagione dei sindaci” rappresentò in Italia l’alba della seconda Repubblica.

Una proposta anticipatoria, preveggente e trasversale fu già datata 1984 allorquando, da sponde diverse, Claudio Martelli e Pino Tatarella individuavano nell’elezione diretta del sindaco e nella prerogativa di affidargli la scelta e composizione della giunta, il grimaldello per rigenerare la politica italiana, sbloccando un sistema paludato e inefficiente quasi al collasso. La caduta dei muri, tangentopoli, la distruzione dei partiti classici, l’irrompere del federalismo nella discussione nazionale, la nascita del berlusconismo, in altre parole, la crisi del sistema ingenerò, con la legge n. 81/93, un tentativo di ridurre lo scollamento tra i cittadini e le istituzioni, consentendo per la prima volta di votare più per gli uomini che per i partiti. E cosìfacendo, in tutte le grandi città, si imposero nuovi leader metropolitani, alcuni dei quali ascesero a posizioni di rilievo nazionale. Di fronte a uno Stato centrale, ormai delegittimato, il potere locale si faceva, o sembrava farsi efficiente e soprattutto, la democrazia decidente locale, soppiantava anche nell’immaginario il corrotto pantano nazionale e il maggioritario bipolare delle coalizioni che si producevano localmente veniva progressivamente da modello per le coalizioni nazionali.

Una differenza essenziale tuttavia restava: mentre con la legge 81 si affidavano nuovi poteri di governo al vertice dell’ente locale, la forma di governo nazionale non cambiava di una virgola, il premier restava un primus inter pares secondo il dettato dei costituenti ma si consolidava la prassi patologica dei provvedimenti d’urgenza del governo sulla testa del Parlamento. Nello stesso frangente, la forma di stato si faceva spintamente regionalista, se non semifederalista, riducendo spazi e poteri del decisore centrale. Una enorme contraddizione tipicamente italiana. La stagione dei sindaci ha fatto da modello nazionale nella conversione maggioritaria del Paese, nella definizione di coalizioni bipolari e nel leaderismo o personalizzazione della guida politica, a cui però non ha fatto il paio una riorganizzazione dell’architettura del potere centrale fatta di pesi e contrappesi. Il referendum di Renzi, pur con i suoi limiti, è stato l’ultimo tentativo fallito di riforma del sistema. Ma veniamo ai giorni nostri.

Siamo ancora una volta dinanzi a una crisi di sistema rispetto a cui il ruolo dei sindaci e dei territori può costituire un detonatore per il cambiamento? E le coalizioni risultate vincenti dal confronto elettorale possono essere antesignane di alleanze strategiche, di un’idea comune di Paese, di un fronte unitario per le prossime politiche? Ogni fase storicopolitica ha i suoi tratti distintivi e la stagione post tangentopoli tra manette, bombe della mafia e riti pagani in onore del Dio Po ha caratteri suoi peculiari, eppure qualcosa in comune c’è. Una dinamica internazionale allora come oggi che ci chiede come Paese di essere all’altezza. Allora, saltata la contrapposizione tra i blocchi economia di mercato/ economia di piano e la conventio ad excludendum anti comunista che giustificava ogni rilassamento morale, l’appartenenza alla famiglia europea e dipoi all’Unione economica e monetaria rappresentava la chiamata del Paese nel club dei grandi o lo scivolamento nelle seconde linee. Oggi, superata la fase peggiore della pandemia, la ricostruzione del Paese con il sostegno straordinario dell’Europa richiede una classe dirigente capace, matura, riformatrice, pienamente nel solco della tradizione e dell’appartenenza alle grandi famiglie politiche europee, senza tentennamenti populisti, senza ambiguità fascistoidi, senza pericolose scorciatoie antiscientifiche o tentazioni minimizzatrici. È questa la ragione per cui io predico da oltre un anno, pubblicamente, argomentando politicamente in ogni dove, la buona ragione del cosiddetto modello Ursula, la necessità cioè che l’Italia porti alle estreme conseguenze la scommessa extra ordinem del governo Draghi: costruire un fronte assimilabile a quello che ha eletto Ursula von DerLeyen a Presidente della Commissione europea, dalla parte più avanzata del Movimento a quella più responsabile di Forza Italia.

Ed è questa la ragione per cui io trovo che le coalizioni locali che hanno consentito al centrosinistra di confermarsi o guadagnare la guida delle più importanti città siano un punto di partenza ma non siano ancora sufficienti nel perimetro ma soprattutto nella connotazione riformista ed europeista. Il quadro politico è ancora molto dinamico su un doppio fronte. Da una parte non si è ancora consumato dentro il Movimento 5 Stelle il conflitto tra minoritarismo che richiama la purezza delle origini e orizzonte di governo. I pasdaran di Roma e Torino insieme a molti altri arrabbiati delle piazze virtuali possono preludere a una fronda esplicita e a separazioni consensuali o ostili. Dall’altra parte il mondo centrista da Renzi a Calenda a Toti potrebbe aprire un cantiere liberaldemocratico i cui sviluppi possono essere non lontani da una Margherita declinata al presente. Il ruolo, la fortuna del Partito Democratico è la sua chiara collocazione internazionale, il suo profilo progressista, la solidità delle sue radici. Se non commette grandi errori, potrebbe essere il nerbo centrale di una coalizione capace di perpetuare il lavoro di Mario Draghi e dare uno sviluppo di progresso, riforme, benessere sostenibile all’Italia.

Gianni PITTELLA

Sindaco di Lauria

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