Open innovation nella Pubblica Amministrazione | Tarantobuonasera

09 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Dicembre 2021 alle 10:55:00

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Open innovation nella Pubblica Amministrazione

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Pubblica Amministrazione

«Tra le difficoltà dell’economia italiana di tenere il passo con gli atri Paesi avanzati c’è l’andamento della produttività totale dei fattori che è la misura del grado di efficienza complessivo dell’economia. Essa, piuttosto che aumentare, è diminuita in Italia del 6,9 % tra il 2001 e il 2019 e tra le cause di questo andamento c’è l’incapacità di cogliere le molte opportunità offerte dalla rivoluzione digitale». (Articolo Sole24Ore del 20 maggio 2021 – Luigi Paganetto) La PA, operando in un regime di “monopolio”, non ha particolari stimoli all’innovazione al pari di quelli esistenti in un mercato concorrenziale e investe solo marginalmente in innovazione, preferendo, invece, puntare sulla sicurezza, resilienza e stabilità dei servizi erogati.

Il successo della digitalizzazione del nostro amato Belpaese dipende in buona parte da come verrà interpretata la gestione dei dati pubblici, oggi tristemente racchiusi in “silos” verticali poco aperti alla collaborazione tra PA, nonostante il fatto che fin dal 1990 la legge 241 ha tentato (vanamente) di imporre alle PA di non chiedere ai cittadini documenti già in suo possesso. L’innovazione aperta e collaborativa rappresenta quindi il vero pilastro per la costituzione di un ecosistema dell’innovazione. Ma cos’è l’innovazione aperta? Inserendo i termini “Open Innovation” in un motore di ricerca web, si ottengono oltre 900 mila risultati e tantissime pagine disponibili, ma cosa significa Open Innovation (https:// it.wikipedia.org/wiki/Open_ innovation)? Chesbrough (https:// it.wikipedia.org/wiki/Henry_ Chesbrough) definisce Open Innovation come “un processo di innovazione distribuita basato su flussi di conoscenza intenzionali che attraversano i confini dell’organizzazione, utilizzando meccanismi basati su incentivi pecuniari o non-pecuniari, e in linea con il modello di business dell’organizzazione stessa”.

Questi flussi di conoscenza possono essere di tre tipi: 1. Outside-in (inbound): l’innovazione arriva dall’esterno verso l’interno, come input; 2. Inside-out (outbound): l’innovazione viene ceduta all’esterno come output; 3. Modello misto: con flussi di innovazione sia verso l’interno, sia verso l’esterno, laddove si creano partnership (es. alleanze, joint venture, ecosistemi, piattaforme) che si interscambiano la conoscenza per un obiettivo comune. Sulla base di questo modello la prima e più importante questione è quella di innestare un passo diverso all’economia che non può che nascere da una cooperazione virtuosa pubblico-privato. Non c’è dubbio che, in questo contesto, sia decisivo il ruolo dell’investimento pubblico con la realizzazione di investimenti di cui sia misurato il rapporto beneficio-costi e sia dimostrata la loro capacità di influenzare la produttività totale. Il tema di fondo è, peraltro, quello di coniugare questa spinta con l’impulso che deve essere trasmesso a mercati e imprese perché non bisogna dimenticare che il Pnrr, pur nella sua straordinaria importanza, è un intervento che si esaurisce nel 2026. Proviamo a ricordare i sistemi di prenotazione e pagamento dei viaggi (treno, aereo, hotel, TPL, ecc..) di dieci anni fa e confrontamolo con oggi.

La concorrenza e la necessità di andare incontro alla semplificazione dei servizi per l’utenza ha rivoluzionato questo mondo (come peraltro il mondo del commercio con gli acquisti on-line, o quello delle banche), oggi posso pagare anche un viaggio su un autobus urbano o su una metropolitana semplicemente con la mia carta di credito ed il biglietto è dematerializzato (e l’ambiente ringrazia: nessuna stampa, nessun trasporto dei biglietti alle rivendite). Vanno ora identificati valori e obiettivi condivisi che possano essere riconosciuti da tutti gli stakeholder (PA, enti di ricerca e università, aziende pubbliche partecipate o controllate, fondazioni delle società pubbliche quotate) per garantire l’allineamento auspicato nella gestione delle ingenti risorse economiche messe in campo attraverso i fondi del programma next generation EU, ricordando che la maggior parte degli sviluppi verrà realizzata dalle industrie tecnologiche ed è per questo che gli obiettivi delle gare che la PA metterà in campo devono essere chiari e convergenti: il dato, pur nel rispetto dei principi di sicurezza (privacy e cybersecurity) deve essere interoperabile.

Le PA devono quindi fare uno sforzo nelle richieste ai fornitori di servizi tecnologici affinchè gli applicativi che saranno realizzati rispondano concretamente alle istanze provenienti dalle diverse articolazioni del nostro sistema Paese, come ad esempio: 4. Rispondere ad aspettative di cittadini e imprese (es. utilizzo omnicanalità, interoperabilità); 5. Aumentare l’efficienza del back office, razionalizzare e ottimizzare fattori produttivi; 6. Migliorare la trasparenza e la tracciabilità di organizzazioni e processi (es. ingegnerizzazione flussi); 7. Essere rendicontabili e aperti (es. cruscotti con indicatori di successo, open data); 8. Supportare cambiamenti normativi che modifichino processi o organizzazioni; 9. Allinearsi a standard e livelli di servizio del settore privato (es. a quello bancario); 10. Aumentare l’efficacia del front office (es. accessibilità, Citizen eXperience); 11. Migliorare la gestione dei rapporti con fornitori (eProcurement), stakeholder, partner, ecc. 12. Rispondere a fasi di emergenza (es. Covid-19 e smartworking); 13. Rispondere a vincoli esogeni (es. di relazioni con organismi internazionali o di altri Paesi); Appare, quindi, evidente che l’adesione a processi strutturati di Open Innovation nella PA non può che portare ad un aumento di performance e di livelli di servizio. Buona parte del sud su questi temi è particolarmente in ritardo ma, come ci insegna la storia recente dell’Estonia (https:// www.la7.it/piazzapulita/video/ estonia-il-paese-a-burocraziazero- 20-04-2018-239702), con le tecnologie spesso iniziare dal basso può essere un grande vantaggio. Sanità, scuola, trasporti, cultura, turismo, se canalizziamo la capacità e le competenze dei nostri giovani sul miglioramento di questi settori i cinque anni di pnrr rappresentano un orizzonte certamente alla portata di un’innovazione compiuta.

Enzo CHILELLI
Docente UNITELMA SAPIENZA Roma

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