27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 09:57:00

Buonasera Sud

Quirinale e palazzo Chigi: stessa trama con lo stesso filo

Sergio Mattarella
Sergio Mattarella

1008 Grandi Elettori si riuniranno in seduta comune a Montecitorio per l’elezione della prima carica dello Stato. 630 deputati, 320 senatori e 58 delegati locali che saranno espressi da ogni Regione con due esponenti per la maggioranza e uno per la minoranza, tranne in Valle d’Aosta che ne esprimerà soltanto uno. Dovrebbero andare 33 al centrodestra e 24 al centrosinistra. Nelle prime 3 votazioni, a scrutinio segreto, serviranno i 2/3 dei voti dell’assemblea, pari a 673, dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta, pari a 505. Nessuno dei due schieramenti della XVIII legislatura ha la maggioranza assoluta per eleggere al quarto scrutinio il proprio candidato. Un gran numero di eletti non risponde ad alcuna indicazione di partito ed è difficile darli per certi in un calcolo di maggioranze. Nella Prima Repubblica, l’elezione del Capo dello Stato è stata dominata dalle lotte interne ai partiti che provocavano più che l’elezione di un candidato, la sconfitta del prescelto. Vittime illustri di quei “soldati che decidono di fare di testa loro” furono, tra gli altri, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, Giuliano Vassali, Franco Marini e Romano Prodi. Il candidato ufficiale che viene scelto grazie a intese n’è uscito prevalentemente sconfitto. Non sono mancate tuttavia alcune eccezioni.

Luigi Einaudi Governatore della Banca d’Italia ed ex Ministro del Bilancio ottenne il quorum l’11 maggio 1948, al quarto scrutinio con 518 voti su 872. Antonio Segni salì al Quirinale il 6 maggio 1962 al nono scrutinio, dopo che all’ottavo era mancato il quorum di 428 per soli quattro voti. Al nono scrutinio conquistò 443 preferenze. Il “metodo Cossiga” favorì l’elezione del Presidente della Repubblica con una maggioranza record: 752 voti su 977 votanti. Il “metodo Ciampi” pagò al primo scrutinio del 13 maggio 1999 con 707 su 990 Sia per Francesco Cossiga che per Carlo Azeglio Ciampi, il metodo vincente fu quello di costruire prima la maggioranza e poi di scegliere il candidato vincente. La democrazia è legata al principio di maggioranza ed è difficile farne a meno senza mettere in pericolo la democrazia stessa. Nella democrazia parlamentare, Il governo recepisce le necessità, risolve i problemi, guida lo sviluppo di una società organizzata, il Parlamento è il protagonista del percorso decisionale, nella sua unità ed interezza, e con una maggioranza politica decide, quando riesce ad esprimerla.

Il governo Mario Draghi è il Governo del Presidente, perché il sistema politico ha dimostrato la sua crisi e la sua incapacità a governare. Il Presidente Mattarella ha registrato l’impraticabilità di una maggioranza politica; ha giudicato impercorribile, per motivi di straordinaria emergenza sanitaria e sociale, le elezioni anticipate; ha deciso di incaricare secondo i suoi poteri costituzionali Mario Draghi di formare un governo di alto profilo, in piena autonomia, raccogliendo gli indirizzi programmatici e politici delle forze parlamentari; ha ascoltato le indicazioni delle forze sociali e sindacali; ha chiesto alle forze politiche presenti nel Parlamento di sostenere questo tentativo. Come ha dimostrato il recente G20 tenuto a Roma, l’Italia ha bisogno di un uomo dello spessore e dell’autorevolezza internazionale di Draghi. e d’altro canto, Mattarella ha dimostrato quanto sia importante avere una guida autorevole e sicura nella Presidenza della Repubblica per tenere d’occhio anche la gestione del Pnrr. La novità di questo strumento non sta solo nelle risorse che mobilita a favore del nostro Paese, ma nei poteri che Bruxelles assume nel giudicare l’azione dei governi. Il cambiamento introdotto dal Ngeu è di carattere istituzionale. Sarà una “Mission impossibile” per il Presidente Draghi ottenere la seconda tranche di risorse da interlocutori comunitari che credono solo a indicatori misurabili e, per autorizzare l’ulteriore accesso alle risorse, chiedono riscontri oggettivi. Il trasloco di Draghi non sarebbe la mossa più indovinata.

Come ha ammonito ieri il Presidente Mattarella, all’assemblea dell’ANCI, la pandemia e le sue conseguenze economiche sono tutt’altro che terminate. Al paese è indispensabile una forte stabilità politica e sono quindi indispensabili un Presidente della Repubblica di prestigio ed un Governo autorevole e credibile. Per fare i cambiamenti che occorrono e che l’Europa ci chiede per darci le risorse del Ngeu, la guida di Draghi al Governo deve guardare oltre le elezioni del 2023 e perché ciò accada, non basta auspicarlo, occorre costruire le condizioni politiche: la costruzione di una maggioranza politica che faccia propria “l’agenda Draghi”, indichi l’attuale presidente del Consiglio come l’obiettivo numero uno nella richiesta di consenso alle elezioni del 2023, che intorno a questa candidatura si costruisca un sistema di alleanze per rendere il più omogenea possibile la maggioranza che dovrà sostenere il governo. Un bis di Mattarella toglierebbe molte castagne dal fuoco. Lascerebbe le cose come stanno, affidando al nuovo Parlamento la scelta del prossimo settennato. Oggi siamo in “una terra di mezzo”, nella quale non sarà semplice orientarsi. Un Parlamento disperato che si è frammentato, i due terzi del quale non sarà rieletto, prevalentemente dominato dalla diaspora pentastellata, un’area dai comportamenti imprevedibili nel segreto dell’urna, una componente carica di livore e risentimento verso il sistema e, contemporaneamente, terrorizzata dalle elezioni anticipate. Un mix esplosivo che sarà difficile ricondurre ad atteggiamenti politici equilibrati.

I Padri costituenti non si proposero di allineare l’elezione del Quirinale alla maggioranza parlamentare, differenziando per questo la durata delle due istituzioni. Ricorrere al bis come fu fatto con Giorgio Napolitano, potrebbe essere inteso come un aggiramento dello spirito, anche se non della lettera, della Carta e quindi un problema di dottrina costituzionale. Per questo il Presidente Mattarella si è mostrato indisponibile per una “proroga”. Pare glielo abbiano chiesto in tanti, persino la Merkel nel recente incontro a Berlino. Ha sempre risposto con un sorriso “L’Italia è una Repubblica e non un regno”. Un mese fa, nel corso di una cena glielo ha chiesto anche Draghi “Se resti tu, resto anche io.” Come dire occorre completare «la missione» per cui mi hai chiamato. Le motivazioni ci sembrano più forti di quelle che convinsero Napolitano: mettere in sicurezza il Paese dal punto di vista sanitario ed economico, fare in modo che i fondi europei vengano utilizzati per modernizzare l’Italia, e collegare l’Europa all’Africa attraverso il mezzogiorno. Perché tutto si tenga occorre tessere la stessa trama con lo stesso filo: la maggioranza del Governo del Presidente.

Mezzogiorno Federato

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