I dati dimostrano che il vaccino funziona | Tarantobuonasera

08 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Dicembre 2021 alle 22:53:00

foto Vaccino anti-covid
Vaccino anti-covid

S e fossimo in un romanzo psichedelico di Phil Dick ci troveremmo in una narrazione allucinata di un mondo surreale dominato da un inquietante e mostruoso spacciatore: il mainstream che domina menti deboli, il popolo impaurito che soggiace ad un regime spietato, e la resistenza che marcia silenziosa con la stella di Davide sul petto. Il problema è che siamo nella realtà, e l’inquietudine per quello che accade tutti i giorni non desta fascino bensì preoccupazione. Il 19 novembre, nelle stesse ore in cui le maggiori testate diffondevano i drammatici aggiornamenti sull’Austria e sulla Germania, sul sito della famigerata rivista scientifica inglese The Lancet compariva un articolo a firma Gunter Kampf dal titolo: “Covid-19. La stigmatizzazione del non vaccinati non è giustificata”.

Quasi contemporaneamente compariva sui social un grafico relativo ad elaborazioni ISPI su dati ISS che rappresentava come dal 10 ottobre la curva relativa al numero di decessi di vaccinati in Italia avesse superato quella dei non vaccinati: dal 10 ottobre muoiono in Italia più vaccinati che non vaccinati. Chiaro, vero? No. I dati sono uno strumento utile quanto pericoloso, possono essere plasmati a uso e consumo delle tesi di chi li propone: sta a chi li consulta riuscire a contestualizzarli al fine di avere un quadro realistico della situazione. Simultaneamente i siti dei maggiori broadcast news riportavano i dati provenienti dall’alta Austria, che dimostrano l’esatto contrario: l’80% dei ricoveri in terapia intensiva riguardano non vaccinati, il 75% sul totale dei ricoveri. In Italia, dove oltre il 70% della popolazione ha eseguito il ciclo vaccinale completo, l’occupazione delle terapie intensive è al 5%, con un decesso ogni 100mila abitanti.

In Austria, dove il numero dei vaccinati è pari al 66% della popolazione totale, l’occupazione delle terapie intensive è al 22%, con 4 decessi ogni 100mila abitanti. Come è possibile? Lo spiegano molto bene gli analisti di YouTrend. Se vogliamo ricercare i dati relativi all’efficacia dei vaccini nel prevenire il contagio o l’ospedalizzazione dobbiamo analizzare i dati suddivisi per classi specifiche in un dato periodo. Per esempio, se prendiamo a riferimento la classe che va da 40 a 59 anni nel periodo 13 agosto 12 settembre, vediamo immediatamente che c’è una riduzione della diagnosi per i vaccinati con due dosi, rispetto ai non vaccinati, pari al 79%: i vaccinati hanno il 79% in meno di probabilità di contrarre il virus. Anche questi dati vanno tuttavia presi con le pinze. È evidente che la propensione a sottoporsi al tampone è molto maggiore nei non vaccinati, che sono costretti a sottoporsi a continui tamponi per ottenere il green-pass, rispetto ai vaccinati. Per avere un quadro più realistico dobbiamo pertanto basarci sui dati relativi alle ospedalizzazioni ed i decessi. Se prendiamo a riferimento la classe 60-79 anni nel periodo 6 agosto-12 settembre, scopriamo che un vaccinato con due dosi ha il 93% di probabilità in meno di finire in ospedale per covid rispetto a un non vaccinato.

Secondo i dati ISS. dei 38.096 decessi di persone positive al virus dal 1 febbraio al 5 ottobre, 33.620, ovvero oltre l’88%, sono non vaccinati, e 1.440, pari al 3,7% sono vaccinati con due dosi. I deceduti immunizzati avevano età media più alta rispetto ai non vaccinati e un numero medio di patologie più alto. In Giappone, citato come esempio virtuoso nella lotta contro il covid, a sette settimane dall’inizio dei Giochi Olimpici, solo il 3,5% della popolazione era vaccinata con due dosi. Attorno al 20 Agosto c’erano 20-24 mila contagi al giorno con circa 60 decessi. Oggi, che i vaccinati con ciclo completo costituiscono il 76% della popolazione, con picchi oltre il 95% per i maggiori di 80 anni, le infezioni quotidiane sono sotto la decina e i decessi 3 al giorno. Ogni vaccino per definizione dovrebbe rispondere a due requisiti fondamentali dal punto di vista etico: ridurre drasticamente il pericolo di morte e di manifestazioni gravi della malattia, fermare il contagio. Dimostrata l’efficacia dei vaccini nel prevenire le manifestazioni gravi, l’ospedalizzazione e il decesso, proviamo a capire se il vaccino risponde anche al secondo requisito. Secondo alcuni pre-print pubblicati su MedRXiv- il vaccino sarebbe in grado di ridurre fortemente la trasmissione virale. I ricercatori della University of Oxford hanno provato a quantificare la capacità di contagio dei vaccinati positivi, e sono giunti alla conclusione che i contatti dei positivi vaccinati hanno molte meno probabilità di contrarre il virus. Ritorniamo dunque a “la pandemia dei non vaccinati”. Il dott. Gunter Kampf, della University Medicine Greifswald, in Germania, era già noto alle cronache per aver studiato la persistenza dei coronavirus su superfici inanimate, studi che avevano portato alla pubblicazione su The Journal hospital infection della scoperta della permanenza del covid su alcune superfici come plastica o metallo sino a nove giorni. A questo studio si deve la “miscela” di alcool e acqua ossigenata che siamo ormai abituati ad utilizzare quotidianamente per la disinfezione delle superfici dei prodotti di uso quotidiano.

Secondo l’articolo comparso su The Lancet a sua firma, gli studi provano il ruolo determinante dei vaccinati nella diffusione del virus. In virtù di questa evidenza, suggerisce l’autore, i governi dovrebbero intervenire per fermare la stigmatizzazione dei non vaccinati che ha di fatto prodotto storicamente solo effetti negativi e pericolosi. La questione è di rilievo storico quanto legale. Il diritto internazionale riserva una particolare attenzione al problema, sollecitando i vari stati a evitare ogni forma di discriminazione e, o, stigmatizzazione relativa alla scelta di sottoporsi ai vaccini. Nel Regolamento (UE) 2021/953, al Considerando n.36, si legge: <<È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l’opportunità di essere vaccinate>>. Possiamo davvero parlare di discriminazione? In che misura i provvedimenti adottati dal nostro paese determinerebbero una discriminazione per i non vaccinati? A questo ha già risposto approfonditamente in punto di diritto il Consiglio di Stato. Possiamo davvero parlare di stigmatizzazione dei non vaccinati? Sino a ieri il popolo dei no-vax e no-greenpass si era appellato alla violazione della libertà di scelta, oggi che Corte Costituzionale e Consiglio di Stato hanno ribadito l’assoluta correttezza costituzionale e l’opportunità delle decisioni prese dal nostro paese per limitare la diffusione del contagio, il problema diventa che i non vaccinati si sentono stigmatizzati.

Una risposta autorevole in tal senso è arrivata dal Presidente Sergio Mattarella, intervenuto all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Pavia: “Chi pretende di non vaccinarsi, con l’eccezione di chi non può farlo, e di svolgere vita normale, frequentando luoghi condivisi di lavoro, istruzione e svago, in realtà costringe tutti gli altri a limitare la libertà, rinunciare a una prospettiva di normalità di vita”. Il discorso entra nel vivo dell’attualità quando si comincia a parlare di lockdown dei non vaccinati. Il direttore del dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova Andrea Crisanti ha BUONASERA SUD espresso chiaramente la propria contrarietà ad un provvedimento di questo tipo: “Non ha nessun senso epidemiologico anche perché i vaccinati trasmettono”. Anche in questo caso non mancano i pareri autorevoli provenienti dalla comunità scientifica diametralmente opposti. È giustificabile quindi un inasprimento delle limitazioni di movimento solo per una parte della popolazione? Non è un caso di stigmatizzazione ingiustificata? No.

La Costituzione attribuisce allo stato un ruolo attivo nel garantire che i cittadini possano effettivamente godere del diritto al trattamento sanitario. Lo stato deve assumersi il compito di realizzare tutte le condizioni per garantire ai cittadini il diritto alla salute. Questo significa che deve agire per predisporre adeguatamente le strutture e ogni condizione necessaria ad offrire assistenza sanitaria: il servizio sanitario nazionale è la forma concreta attraverso cui lo stato risponde ai doveri attribuitigli dalla Carta Costituzionale. Se è vero che anche i vaccinati sono contagiosi, non è importante ora in quale misura, è indiscutibile il fatto che i non vaccinati hanno una probabilità molto maggiore di contrarre il virus e di essere ospedalizzati. Limitare la libertà di movimento dei non vaccinati non equivale pertanto a stigmatizzare la loro scelta, significa invece tutelare la loro salute e garantire l’effettivo funzionamento dell’assistenza sanitaria. In una pandemia che ha causato la morte di 5milioni di persone è dovere dello stato avvalersi di tutti gli strumenti a disposizione per limitare il contagio e i suoi effetti più nefasti: il vaccino, i dati lo dimostrano inequivocabilmente, funziona.

 

Mirko VENTURINI

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