28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 08:11:24

Buonasera Sud

Difendiamo l’esame scritto di italiano oppure sostituiamolo con gli emoticon

foto di Esami di maturità
Esami di maturità

Il Mezzogiorno si può danneggiare non solo privandolo delle infrastrutture necessarie a determinarne lo sviluppo e la crescita economica ed occupazionale, ma anche negandogli le condizioni attraverso le quali sia possibile rendere concreto il diritto allo studio sancito dall’art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.

Una società o un territorio, infatti, migliorano le loro condizioni di vita se migliorano la qualità ed il livello della conoscenza dei loro cittadini, attraverso idonee politiche di istruzione e di verifica. Ho ritenuto di dover svolgere questa breve premessa perché, a quanto pare, quest’anno, agli esami di maturità, potrebbe saltare la prova scritta di italiano. Se la notizia fosse confermata si tratterebbe di un gravissimo errore che peggiorerebbe ulteriormente la già penosa situazione della scuola italiana e di quella meridionale in particolare. Tuttavia, il “democratico”, ma anche “liberale”, mondo dell’istruzione ci ha abituati a questo ed altro, dunque, non mi stupisco affatto che si possa arrivare a tanto. Il cosiddetto “diritto al successo formativo”, introdotto dalla riforma Berlinguer e perpetrato dalle successive (di centrodestra e di centrosinistra), che non sono state meno disastrose, rappresenta la forma aulica di quel “diritto alla promozione”, che dalle rivolte studentesche del ‘68 in avanti, fu spacciato come “diritto allo studio”, ma che punì irrimediabilmente tutti quei ragazzi le cui condizioni di partenza erano più arretrate riaspetto a quelle di altri che, per colmare le proprie lacune, potevano permettersi un insegnante di doposcuola.

Scambiare il “diritto alla promozione”, ritenendolo paragonabile al “diritto allo studio”, è come scambiare il “diritto al lavoro” con il “reddito di cittadinanza” per chi non ha voglia di fare nulla, ma non di poltrire a spese di chi lavora e paga onestamente le tasse per tutti. Saltare la prova di italiano in un Paese dove l’analfabetismo funzionale sommato al tradizionale analfabetismo riguarda parecchi milioni di cittadini, vuol dire aumentare ulteriormente il già elevato numero di persone che presentano gravi lacune nella capacità di “far di conto”, nel comprendere ciò che leggono e nello scrivere in maniera comprensibile, ciò che pensano. Insomma, vuol dire contribuire ad abbassare la qualità culturale dei cittadini, allontanandoli sempre di più da un mondo esasperatamente globalizzato, in cui la comunicazione e la competenza rappresentano due dei pilastri più importanti della vita di tutti i giorni.

Mi auguro che i “geni” del Ministero, pandemia o non pandemia, ci ripensino e garantiscano l’effettuazione della prova scritta di italiano e magari, presi da un “irrefrenabile impeto di buonsenso”, migliorino l’insegnamento della nostra lingua, della cultura civica, della storia, della matematica e delle altre materie indispensabili a fare di un ragazzo un buon cittadino. In caso contrario, giusto per guadagnare tempo e “semplificare” e “abbreviare” qualsiasi processo cognitivo, si potrebbero intraprendere due strade: quella dell’uso didattico degli SMS e quello della sostituzione delle parole con gli “emoticon”. Se poi non volessero essere ricordati come gli ennesimi picconatori della cultura, e magari riuscissero a comprendere pure che “diritto allo studio” non vuol dire affatto “diritto alla promozione”, ma diritto ad essere aiutati a studiare meglio, soprattutto se si parte da condizioni peggiori, e dunque di poter usufruire di pari opportunità, anche se non si dispone di pari reddito o si vive in città o quartieri disagiati, allora, forse, avremmo raggiunto il massimo della democrazia vera. Intendo dire di una democrazia praticata e non solo predicata, cioè non di quella che per anni è stata spacciata per tale, provocando un livellamento verso il basso dell’indice di conoscenza di chi non si può permettere l’insegnante di doposcuola e non dispone di una adeguata biblioteca di famiglia, ma di quella aperta a tutti. Ad ogni buon conto, giusto per ricordare quale sia la situazione del nostro Paese, forse è giusto riportare qualche cifra, utile a contribuire a farsi un’idea della pericolosità di qualsiasi cedimento nelle attività di insegnamento e di preparazione dei nostri studenti.

Partiamo dai NEET, (not in education employment or training), vale a dire da quelle persone che non studiano, non si formano, non lavorano, né cercano di farlo, cioè, in gran parte, coloro i quali costituiscono risultato concreto del fallimento del sistema scolastico/formativo del nostro Paese, oltre che degli errori compiuti in termini di collegamento tra mondo della scuola e mondo del lavoro. L’Eurostat colloca l’Italia al primo posto tra i Paesi dell’Unione Europea per tasso di NEET. Infatti, la percentuale di giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non sono in formazione e non lavorano, è la più alta in assoluto, e ciò nonostante, negli ultimi anni, il fenomeno abbia fatto registrare una importante Secondo le ultime statistiche disponibili, nella graduatoria europea il nostro Paese, con 2 milioni e 190 mila giovani, pari al 24,1% di quelli tra i 15 e i 29 anni, che non studiano non lavorano e non fanno formazione, precede Grecia (21,3%), Bulgaria (18,9%), Croazia (17,9%), Romania (17,8%). I paesi con il tasso di NEET più contenuto sono, di contro: Paesi Bassi (5,9%), Svezia (6,8%), Malta (8,0%), Austria (8,4%). La situazione non è migliore se prendiamo in esame il tasso di analfabetismo e di analfabetismo funzionale. Secondo i dati emersi dall’inchiesta sulle competenze degli adulti (PIAAC) l’Italia si pone all’ultimo posto nella graduatoria dei paesi partecipanti rispetto alla percentuale degli individui intervistati, che ottengono un punteggio al livello intermedio (3) o superiore (4 o 5) nella scala delle competenze linguistiche. In particolare, solo il 3,3% degli adulti italiani raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 – i più alti – contro l’11,8% della media dei 24 paesi partecipanti alle rilevazioni, ed il 22,6% del Giappone, il paese in testa alla classifica. Il 26,4% raggiunge il livello 3 di competenza linguistica, mentre il 27,7% degli adulti italiani possiede competenze linguistiche di livello 1 o inferiore, contro solo il 15,5% della media dei paesi partecipanti all’indagine. Per quando riguarda la ripartizione territoriale, i dati peggiori riguardano tutte le regioni meridionali, nonostante dal 1861 ad oggi si sia passati da un tasso di analfabetismo pari al 75% circa, ad un tasso di analfabetismo pari a circa il 4%. Tra le grandi città con popolazione superiore a 250 mila abitanti, spicca Catania, con circa l’8% di analfabetismo: un dato estremamente allarmante, che purtroppo riverbera in diversi settori e rappresenta una delle cause maggiori di disoccupazione.

Volendo tornare all’analisi di chi si trova fuori dal mondo dell’istruzione, della formazione e del lavoro, la condizione di NEET non sembra avere connotazioni di genere: su 100 giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione, infatti, 48 sono donne e 52 sono uomini. Nel 46% dei casi i NEET hanno un’età compresa tra i 25 e i 29 anni, nel 38% tra i 20 e i 24 anni, mentre il restante 16% è al di sotto dei 20 anni di età. La distribuzione per titolo di studio mostra una predominanza di NEET in possesso del diploma (49%), seguono i giovani con basso livello di istruzione e con, al massimo, la licenza media (40%). Decisamente più bassa la quota di NEET in possesso della laurea (11%). Il 16% dei giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione è cittadino straniero, in particolare l’11% di essi è extracomunitario e il 4% è comunitario. La distribuzione provinciale dei NEET mostra una maggiore intensità del fenomeno nel Mezzogiorno d’Italia. Le province che fanno registrare il tasso più elevato, superiore al 40%, sono Caltanissetta (44,92%), Crotone (44,69%) e Palermo (40,39%); sono tutte province del Sud anche quelle con i tassi che oscillano tra il 30% e il 40%. Le province del Centro con il tasso di NEET più alto sono Frosinone (31,13%) e Rieti (24,80%), mentre nel Nord spiccano Imperia (26,25%) e Rimini (25,37%). Di contro, le province con l’incidenza più bassa di giovani che non studiano e non lavorano sono tutte settentrionali e segnatamente: Venezia (11,20%), Treviso (11,55%), Belluno (11,59%), Modena (11,88%) e Lecco (11,95%). Si tratta di dati che si commentano da soli e che dimostrano, ove ve ne fosse ancora bisogno, che in questo momento, senza la messa in campo di politiche di perequazione sociale ed infrastrutturale, il nostro continua ad essere un Paese tagliato in due, in cui ad una parte sono garantiti i diritti costituzionalmente previsti e all’altra no, mentre la tassazione è uguale per tutti e l’ignoranza istituzionale impera. Sic!

Salvo FLERES

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