28 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 28 Gennaio 2022 alle 07:47:00

Buonasera Sud

Don Luigi Sturzo visto da un suo concittadino laico praticante

foto di Don Luigi Sturzo
Don Luigi Sturzo

Da ragazzo Sturzo mi era antipatico forse perché la Democrazia Cristiana, a Caltagirone, governava in solitudine e con arroganza, richiamandosi sempre a Sturzo. Probabilmente per questo non approfondii il suo pensiero sino a quando Silvio Milazzo, il più affezionato allievo di Sturzo, non prese a raccontarmelo, nonostante Sturzo lo avesse fortemente rimproverato per la sua elezione alla Presidenza della Regione Siciliana con il voto sia della destra che della sinistra. Milazzo mi fece scoprire l’uomo che aveva riportato i cattolici nel dibattito politico italiano e cambiato la storia del nostro Paese e lo fece in numerosi e lunghi colloqui che, per anni, io giovanissimo parlamentare regionale (già a 27 anni) ebbi con lui ormai fuori dalla politica.

Milazzo definiva questa anomala votazione una “chiamata” alla quale non volle sottrarsi per essere libero di agitare i problemi di una autonomia speciale tradita dallo Stato e dai partiti nazionali. Fu una avventura che durò poco più di due anni, il tempo necessario ai partiti e ai grandi interessi italiani, primo tra tutti l’ENI a cui Milazzo aveva sigillato i pozzi petroliferi in funzione in Sicilia, per riassorbire una parte del dissenso e abbattere Milazzo. Lo sostituirono regalando la Presidenza della Regione alla destra, con il Barone Majorana della Nicchiara, tutto andava bene pur di “pensionare” l’allievo di Sturzo il quale dovette ritirarsi nella sua Caltagirone a fare l’agricoltore. Sturzo, così, emerse per me dai suoi racconti non solo per l’appello ai liberi e forti e la nascita del P.P. ma lo scoprii pro-sindaco di Caltagirone mentre si sporcava la tonaca per controllare direttamente i cantieri o si batteva per dare quote dell’immenso feudo comunale ai braccianti al fine di allargare l’area dei cittadini che producevano autonomamente. Una lotta, questa, contro i proprietari terrieri che temevano la diminuzione dei braccianti a disposizione e quindi l’aumento del loro costo giornaliero, ma anche lo scontro con i socialisti a cui dava fastidio avere concorrenti sul terreno delle battaglie sociali. E poi la più grande conquista per i piccoli proprietari: la creazione della cassa rurale San Giacomo che dava loro la possibilità di avere le anticipazioni sulle spese agricole e i sostegni in caso di cattivo raccolto.

Fu una vera rivoluzione che consentiva la nascita e il consolidamento di un piccolo ceto medio rurale. Cassa affidata da Sturzo alle cure del giovane Silvio Milazzo che riuscì a farla divenire uno strumento prezioso per lo sviluppo della zona, tanto che neppure il governo fascista riuscì a chiuderla, anche se dopo alcuni anni allontanò Milazzo commissariandola. Poi iniziai a conoscere l’attività svolta dal prete calatino dalla lontana America, dove era esule fuggito dalla dittatura e dove rappresentava con prestigio l’altra Italia, quella che aveva rifiutato la dittatura e intendeva crescere sulla scia delle grandi democrazie occidentali. Dalle confidenze di Milazzo, appresi l’invio di una lettera di Sturzo indirizzata a De Gasperi nei primi mesi del 1943, in piena guerra e con l’intero territorio ancora controllato dal fascismo ma con le sorti della guerra ormai segnate, e con il convincimento diffuso che l’Europa delle dittature sarebbe presto stata cancellata. Questa lettera giunse a Caltagirone portata da un americano di origini siciliane che probabilmente venne sbarcato da qualche sottomarino sulla costa siciliana. Questa vicenda trova ampio spazio in un mio romanzo storico, Delitto Sicilia, nel quale, recuperando le conversazioni con Milazzo, riprendo una serie di vicende legate agli ultimi anni del fascismo e ai primi della repubblica, dove la vicenda siciliana, le lotte separatiste, e l’attività di Sturzo hanno avuto un ruolo fondamentale.

Quella lettera fu Milazzo a portarla a Roma in Vaticano, lettera nella quale Sturzo chiedeva a De Gasperi di consentire ai siciliani un nuovo referendum sulla adesione allo stato unitario italiano. Lo chiedeva, probabilmente per consentire una nuova negoziazione, che potesse riparare il tradimento perpetrato dai Savoia dopo il referendum del 1860 a cui erano seguite scelte disastrose per la Sicilia e, aggiungo, per l’intero meridione. Nella lettera Sturzo poneva una richiesta ancora più importante: in Sicilia i cattolici avrebbero dovuto fare un loro partito che poteva federarsi con quello nazionale, un partito che rappresentasse il territorio. All’incontro in Vaticano, al quale partecipò anche Scelba, De Gasperi rispose a Milazzo che era contrario a tutte e due le richieste. Ma di questa lettera, così importante per chiarire il pensiero di Sturzo, nessuna traccia nelle dotte e numerose pubblicazioni dell’Istituto Sturzo che, non solo tacciono su ciò, ma non riportano nessuna corrispondenza di Sturzo con i tanti uomini che gli alleati, appena sbarcati in Sicilia, nominano a dirigere i Comuni e l’intera amministrazione regionale, la maggioranza uomini di Sturzo che gli alleati difficilmente avrebbero potuto conoscere da altre fonti. Un esempio, il più eclatante: l’on. La Rosa, la persona che Sturzo aveva fatto eleggere a Caltagirone nel Partito Popolare non potendosi candidarsi in quanto sacerdote, nominato subito sindaco della città. Una congiura del silenzio che tace anche sui motivi per i quali Sturzo venne fatto ritornare dall’America molto dopo la celebrazione del referendum su monarchia e repubblica, scelta dovuta a mio avviso al Vaticano che conosceva la preferenza per la repubblica del leader dal Partito Popolare, ma forse anche per uno scarso gradimento dello stesso De Gasperi: tutto andava nascosto, anche il fatto che Sturzo non si iscrisse mai alla DC, né al suo gruppo parlamentare.

Nell’immaginario collettivo doveva rimanere lo Sturzo ufficiale, il cui pensiero autonomista e meridionalista andava edulcorato, ma la cui prestigiosa immagine doveva servire come paravento alla nuova classe dirigente, molta della quale post fascista. Una classe dirigente che non lo amava e lo vedeva come un pericolo, motivo per cui, Sturzo andava subito trasformato in un simbolo, ma un simbolo che doveva parlare con il linguaggio che più a loro conveniva. Sarebbe bello scoprire le idee politiche e le tessere di partito dei grandi autori del dopoguerra che, ovviamente dopo la morte di Sturzo, divennero i suoi interpreti. Vedremmo un fatto incredibile: quasi tutti non riferibili alle posizioni del Partito Popolare ma tutti personaggi per i quali si aprirono le porte e i finanziamenti dell’Istituto Sturzo che il Parlamento presto fece divenire di alta cultura con fondi certi e puntuali. Una cosa posso dire: superata l’antipatia per Sturzo ne divenni un ammiratore e ritengo di essergli stato testimone più di tanti altri che lo avevano scelto come simbolo; voglio citare un esempio: appena eletto al parlamento nazionale, il mio primo atto legislativo è stata la presentazione di una proposta di legge per la regolamentazione dei partiti in Italia. La ricopiai da analoga proposta che lui, da senatore a vita, aveva fatto nella immediatezza della sua nomina. Sfortunato lui ed io, ma era un segnale importantissimo da dare. Si proponeva una normativa che, se applicata, avrebbe rappresentato uno snodo politico di colossale importanza che avrebbe evitato tangentopoli, il berlusconismo e i 5 stelle.

Mi spiego: i partiti nel nostro ordinamento sono delle BUONASERA SUD associazioni senza onere di controllo sulla loro vita interna, fatto che ha portato, nel passare degli anni, ad assistere a congressi realizzati attraverso la conta di tessere false, fatte spesso sugli elenchi telefonici, pagate da chi aveva denaro disponibile. Questo ha segnato la degenerazione dello strumento partito a cui la costituzione affida il compito di collegamento tra i cittadini e le Istituzioni. I partiti gradualmente sono passati sotto il controllo di chi aveva maggiori mezzi economici: da lì la nascita del “costo della politica” che giustificava la ricerca di aiuti e sostegni, ricambiati, ovviamente, dalla propria azione politica subalterna. Da questa mancanza di controlli, nel tempo, arriva tangentopoli come reazione, ma anche come sistema di sostituzione delle classi dirigenti, una “rivoluzione” che, non modificando il “sistema”, determina il fatto che anche la seconda repubblica segua e accresca la degenerazione: Forza Italia, ma non solo, non ha fatto congressi e quell’uno o due che ha fatti gridano vendetta, mentre la demagogia e il populismo più abietto ha conquistato il dibattito politico con il risultato inevitabile di regalarci i 5 stelle. Infine oggi si è giunti a far giungere dall’esterno del sistema politico un ”commissario”, anche questo proveniente da Banca d’Italia e d’Europa che io spero sia discendente di Cincinnato perché gli altri commissari prima scelti, da Dini a Monti, hanno cercato subito di farsi i partiti, anch’essi a-democratici, creando altra confusione e con i risultati che conosciamo.

La degenerazione dei partiti poteva essere evitata regolamentandoli, come avviene nella vicina Germania dove sono giuridicamente soggetti al controllo e dove le loro assemblee, vere, senza tessere false perché condotte in presenza, scelgono i candidati, fatto che avremmo avuto in Italia se si fosse seguito il suggerimento di Sturzo, evitandoci di vedere in parlamento nani e ballerine, servi (per non dire altro) dei vari leader: tutti questi avrebbero avuto la candidatura sbarrata da assemblee “vere”. Ma un altro grido Sturzo lo elevò, assieme a quello della vita dei partiti e fu nei riguardi delle partecipazioni statali che sapeva sarebbero state lo strumento per la corruzione della politica. Infatti bastava mettere la persona giusta all’ENI o all’IRI o nelle Banche per avere i “flussi” con i quali si facevano o controllavano giornali e si finanziava la pletora degli ascari da utilizzare per pilotare partiti e parlamento. Che posso dire, quindi, nella ricorrenza della nascita di Sturzo: che aveva ragione, che era una personalità che onora il nostro Paese, ma posso anche impegnarmi a lavorare affinché vengano tolti i tanti veli di silenzio con i quali molti presunti seguaci hanno silenziato parti fondamentali del suo pensiero. Questo mio scritto ne rappresenta un momento e chi lo ospita testimonia forza e libertà.

Salvatore GRILLO

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