20 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 20 Gennaio 2022 alle 06:50:00

Veduta aerea di Mar Piccolo e Mar Grande
Veduta aerea di Mar Piccolo e Mar Grande

«Pur essendo tutto il Golfo di Taranto quasi privo di porti, qui ve n’è uno grandissimo e bellissimo», affermava lo storico e geografo greco Strabone verso la fine deI I secolo a. C., quando iniziava a parlare di Taranto nel VI libro della sua «Geografia». Si riferiva al Mar Piccolo, la grande laguna interna che poteva offrire riparo sicuro a centinaia di imbarcazioni, a cui allora si accedeva dall’unico passaggio che è l’attuale canale di Porta Napoli. E da Crotone a Gallipoli, lungo tutto l’arco jonico c’erano soltanto piccoli approdi. Proprio l’eccezionale situazione geografica (con un mare esterno e uno interno), la fertilità dei territori circostanti, la collocazione centrale nel Mediterraneo fecero di Taranto un luogo ambito da molti naviganti, mercanti, avventurieri, sin dall’epoca Micenea (XVXIII sec. A. C.).

Sulla loro scia, secoli più tardi, coloni provenienti dalla Laconia, nel Peloponneso greco, vi si insediarono stabilmente. Questi “spartani” esuli occuparono con insediamenti sparsi non solo la stretta penisola che è oggi la Città Vecchia, scacciando gli abitanti indigeni, ma anche l’entroterra a sud-est, fino a Saturo e la fertile terra circostante. Sorsero piccoli villaggi agricoli o fattorie nella parte orientale dell’attuale città, intorno alla Salina Grande, verso Talsano, Leporano, Pulsano e oltre. Delle case di questi coloni greci nulla è rimasto, perché costruite con legname, canne, argilla, tutti materiali molto deperibili. Ma ci sono rimaste le tombe, sia quelle delle famiglie più agiate, i possidenti, gli aristocratici, sia quelle dei contadini e loro familiari. All’interno di queste sepolture si rinvengono molti oggetti di ceramica, vasi con ricche decorazioni, ma anche di pasta di vetro, metallo: tutto materiale che proveniva da terre lontane, dalla Grecia, da Creta, ma anche da Rodi e dalle città greche in Asia Minore e dall’Oriente. Così comprendiamo come fosse importante per Taranto il commercio per mare, dominato allora dalla potente città di Corinto, attraverso la quale affluivano in Magna Grecia olio, vino, ceramiche fini, opere d’arte e molto altro. La marineria mercantile corinzia nei secoli VII e VI a. C. controllava l’Adriatico, il mar Jonio, fino alle città greche siciliane e alla potente Siracusa, anche attraverso le numerose colonie che Corinto aveva fondato lungo le coste dell’Epiro e dell’attuale Albania, sull’isola di Corfù e le altre isole Jonie.

Lo storico greco Erodoto (V sec. a. C.), nel I libro delle sue «Storie» narra la vicenda di Arione, il grande musicista di Lesbo che, dopo un lungo soggiorno alla corte del tiranno di Corinto, volle fare una serie di spettacoli (un tour diremmo oggi) nelle principali colonie greche dell’Italia Meridionale; tornando in patria acclamato e ricco di doni, scelse di imbarcarsi a Taranto, su una nave di marinai corinzi di cui si fidava: è la testimonianza che il porto di Taranto era regolarmente frequentato dalla marineria corinzia, anzi probabilmente quello di Taranto era un porto di distribuzione, dove molte mercanzie venivano sbarcate per essere poi inoltrate dai tarantini verso l’interno della Puglia e della Basilicata, sia per mare che con lunghe carovane terrestri. Il commercio marittimo nell’antichità era in mano ai privati, armatori e mercanti, che provenivano da ogni parte del Mediterraneo, con equipaggi eterogenei e mercanzie di varia origine; il commercio riguardava soprattutto prodotti che oggi chiameremmo “di lusso”, cioè riservati a un pubblico benestante come stoffe eleganti, armi, ceramiche, profumi, unguenti, ornamenti preziosi, frutta esotica, miele, vini pregiati ecc. Ma siccome nessuna nave mercantile ha mai viaggiato con le stive vuote nella rotta di ritorno a casa, cosa caricavano a Taranto in cambio delle mercanzie sbarcate? Lana pregiata, stoffe fini tinte con la porpora, pesce sotto sale, frutta conservata: si va per ipotesi, perché nulla di tutto questo è sopravvissuto fino a noi, utilizzando le poche testimonianze scritte antiche. Col tempo, quando dal V secolo a. C. in poi la città sviluppò un grande artigianato testimoniato per esempio dalle numerose fornaci rinvenute, anche vasi decorati monumentali, bronzi artistici, vasellame di lusso, oreficerie.

Non dimentichiamo che la famosa statua bronzea dello Zeus di Ugento, oggi al MArTA, è di produzione tarantina, commissionata da qualche comunità messapica e arrivata ad Ugento probabilmente via mare. Ma queste navi dove approdavano? Nei primi due secoli di esistenza di Taras molto probabilmente lungo la costa su Mar Piccolo dell’attuale Città Vecchia (mai Isola Madre! Anche perché non era un’isola), dove l’archeologo Luigi Viola, alla fine dell’800, rinvenne delle strutture, ormai scomparse, riferibili a una installazione portuale. Poi, dalla metà circa del V secolo a. C., con l’espansione della città verso l’attuale Borgo, fu realizzato un grande porto sulla costa, praticamente sotto l’attuale ex convento di S. Antonio e l’Ospedale Militare. Porto che rimase in funzione per almeno dieci secoli, certamente fino a tarda età imperiale romana nel V secolo d. C. Nei pressi di addensavano le piazze mercantili cittadine, gli stabilimenti per la produzione della porpora, i depositi dei grossisti, le abitazioni dei ricchi mercanti e anche molti edifici pubblici e di culto. Il gran numero di anfore da vino rinvenute in quella zona, provenienti in gran parte da Rodi, ma anche da Chios ed altre località sulla costa dell’Asia Minore famose per la qualità dei loro vini, risalenti al III, II e I sec. a. C., testimoniano che ai tarantini il buon vino è sempre piaciuto (anche troppo, secondo alcuni storici antichi). Non è che a Taranto e dintorni non si producessero vini di qualità, anzi! I vigneti tra Leporano e Pulsano producevano il famoso Aulon, tanto decantato dagli intellettuali latini che lo gustavano; ma sapete com’è: bere vini esteri e costosi, soprattutto provenienti dal mondo greco, era uno “status symbol”, una esibizione di ricchezza.

Più tardi, verso ormai la fine dell’Impero Romano e gli inizi dell’era Bizantina, arrivavano ancora a Taranto anfore da vino dall’Egeo, grandi anfore e vasellame da cucina fabbricati in Africa del Nord (Tunisia), a dimostrazione che anche in quelle epoche di invasioni barbariche e guerre il porto di Taranto era accogliente e vivace. Questo porto fu definitivamente abbandonato con la distruzione della città ad opera dei saraceni e poi la ricostruzione bizantina alla fine del X sec. d. C.; ricostruzione che si sviluppò sull’antica acropoli cinta di mura e abbandonando il resto del territorio. Poi, alla fine dell’800, con la costruzione dell’Arsenale Militare, ci realizzarono sopra la Banchina Torpediniere, che sempre un porto è, in definitiva.

Mario LAZZARINI

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