19 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 18 Gennaio 2022 alle 22:48:00

Maturità scolastica
Studenti

Tra il 2002 e il 2020 circa 2 milioni di italiani hanno lasciato il Sud per il Nord o per l’estero, ben 133.000 nel 2020. La metà sono giovani e un terzo laureati all’interno di una sorta di galassia che comprende persone con titolo di studio medio o basso e una componente di classe operaia. Componente operaia fatta di persone che hanno perso il lavoro, soprattutto, nell’ultimo decennio. Una componente «proletaria», (Enrico Pugliese in On the road again. Sulla nuova emigrazione italiana. Futura, 2021, Corso d’Italia n. 25, Roma; www. ediesseonline. it) che nelle statistiche risulta maggioritaria.

Circa il 49% sono donne che oggi più che nelle tornate migratorie del passato partono da sole. I dati sono quelli che ci vengono segnalati da diverse fonti: da AIRE alla Fondazione Migrantes, dall’ISTAT alla SVIMEZ. Ad essi vanno aggiunti quelli che ci ricordano che il 30% dei giovani italiani è disoccupato, che 900mila donne al Sud non lavorano né studiano. Nel frattempo si continua a sottovalutare la piaga sociale rappresentata da un tasso di povertà assoluta – indigenza – pari al 10% della popolazione. Un dato che fa dire a Pierluigi Ciocca (il manifesto, 3 novembre 2021) che la quota italiana della povertà assoluta è da “economia sottosviluppata». La disoccupazione, il lavoro povero, la precarietà che accompagnano, nel 2021, tante esistenze umane del nostro Paese sono tra le motivazioni principali delle nuove emigrazioni verso l’estero e dal Sud verso il Nord d’Italia. Si tratta di emigrazioni diverse da quelle delle ondate precedenti se si considerano alcuni aspetti. Il primo riguarda alcuni fattori che rendono l’esperienza migratoria meno dura del passato nelle sue fasi iniziali: si pensi al viaggio e al fatto che molti conoscono il contesto economico e sociale nel quale andranno ad insediarsi. Molti di loro sono già stati all’estero e molti di loro passano per esperienze migratorie e paesi diversi.

Una grande differenza con le emigrazioni, per esempio, intraeuropee del dopoguerra quando la stabilità della residenza e del perseguire a meno dell’eventualità del ritorno in patria. Oggi si tratta di un moderno spirito cosmopolita o della conseguenza di una precarietà lavorativa come dato strutturale sia pure accompagnata da salari più alti e maggiori tutele sociali? Parliamo di cittadini del mondo? E comunque c’è da augurarsi che questo sentire comune, in Europa, (stessa moneta, libertà di circolazione senza dover esibire il passaporto etc.) dei e per i nuovi cittadini del mondo duri. Non va affatto sottovalutata, infatti, la riduzione sempre più diffusa nelle normative dei paesi immigrazione delle politiche sociali proprio a favore degli immigrati. L’esempio più forte viene dalla Gran Bretagna che ancora prima della BR exit creò una commissione dall’eloquente titolo Commission for hostile environvement con l’intento chiaro di creare un ambiente ostile per incentivare le partenze e disincentivare nuovi arrivi. Si diceva di un’esperienza meno dura del passato nelle fasi iniziali che spesso, però, viene smentita dalle delusioni cocenti di una realtà nella quale si incontrano poco le aspettative individuali (professionali, di competenze o di abilità) con i contenuti della quotidianità lavorativa.

Tante ricerche o le attività delle associazioni dei migranti all’estero e degli stessi patronati sindacali documentano che gli impieghi prevalenti delle ragazze e dei ragazzi all’estero sono nei settori della ristorazione o dell’accoglienza alberghiera, in livelli e mansioni ben lontani da «cervelli in fuga». In questo contesto non è affatto trascurabile un’altra differenza rappresentata dalle rimesse economiche che spesso seguono percorsi inversi poiché vanno dalle famiglie italiane verso l’estero, ovviamente, quando le prime sono in grado di sopportare quei costi superiori ai guadagni dei figli/ parenti all’estero. Si tratta di una grande differenza con il passato se si pensa al ruolo che hanno avuto le rimesse degli emigranti per la fine della miseria specialmente contadina delle zone di partenza e per il miglioramento delle condizioni di vita di interi territori. Sono meravigliose le poesie di Rocco Scotellaro che ne raccontano il contenuto di sentimenti! Un altro aspetto riguarda l’articolazione territoriale dello sviluppo e i rapporti economici in primo luogo all’interno dell’Europa, ma non solo. Insisto sul fatto che siamo su un crinale di trasformazioni e il Sud è su quel crinale. Si vanno ridisegnando le diseguaglianze nei rapporti tra i gruppi sociali, tra i territori e all’interno dei territori. Ciò, in particolare, tra Nord e Sud. L’Europa del Sud compresa l’Italia si avvia a diventare sempre più periferica con il ruolo di fornitrice di manodopera, mentre altri Paesi beneficiano di una concentrazione territoriale dello sviluppo. Va allargandosi in Europa la differenza tra il Nord e un’area Sud-Orientale.

A questo allargamento corrisponde il dualismo interno all’Italia tra il Nord e il Sud. Anche da ciò discende il forte incremento delle emigrazioni italiane all’estero. Occorrono programmi e progetti per sottrarre alla desertificazione economica e culturale e alla depressione sociale (mascherata nella quotidianità da apparente capacità di sopravvivenza) il Sud, la sua provincia. Programmi e progetti per reinsediare i servizi persi, per recuperare gli ecosistemi degradati, per presidiare il territorio, per qualificare le potenzialità delle economie locali, per restituire forza alla cultura millenaria, all’arte e alla storia, per ricongiungere all’interno di un sistema le iniziative diffuse oggi portate avanti ad opera di diversi attori privati, soprattutto, delle nuove generazioni meridionali. Ci sono importanti opportunità a partire dall’utilizzo sapiente dei fondi del PNRR , uso sapiente che non ignori l’esodo dilagante dei giovani che per essere cittadini del mondo devono essere tutt’altro che periferici. Programmi e progetti che rispondano ad una domanda semplice: per chi?

Elisa CASTELLANO
Collaboratrice della Fondazione G. Di Vittorio
della Presidenza nazionale Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie)

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