27 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2022 alle 15:57:00

Buonasera Sud

Piani strategici di sviluppo innovativi e competitivi

foto di Una veduta aerea della Città Vecchia
Una veduta aerea della Città Vecchia di Taranto

In queste ore è stato presentato dal Ministero degli Interni -Dipartimento per gli affari interni e territoriali- Direzione centrale della finanza locale un decreto, pubblicato Gazzetta ufficiale. Tratta dell’attuazione della linea progettuale per le città metropolitane del “piani integrati- M5C2 – investimento 2.2. Tali piani trovano già la loro collocazione nelle linee guida PO FSRS 2007/2013, ma soprattutto nel Quadro strategico Nazionale (QSN)2007-2013 . In quest’ultimo vengono delineate:

  • Le aree Metropolitane: aree considerate strutture economico produttive trainanti caratterizzate da concentrazioni di funzioni diversificate fornitrici di servizi e infrastrutture per territori circostanti di rilievo significativo per la realtà regionale, nazionale e transnazionale
  • I sistemi territoriali rilevanti costituiti da insieme da agglomerazioni intercomunali caratterizzate da sistemi produttivi interconnessi, aree di bacino, composte da centri urbani diversi per numero, estensione e dimensione. La logica di base, peraltro condivisibile del QSN, si basava sulla sostenibilità ambientale e sul rafforzamento dei fattori di attrattività e di competitività al fine di concorrere all’innalzamento e alla stabilizzazione del tasso di crescita medio dell’economia delle varie regioni.

Nel contesto delle linee guida PO FSRS 2007/2013 si individuarono gli strumenti di Attuazione del PO FSRS 2007/2013: 1. Piani di sviluppo urbano (PISU) per comuni con popolazione non inferiore a 30.000 abitanti; 2. Piani integrati di sviluppo territoriale a carattere di continuità territoriale (PIST); 3. Piani integrati di servizi e di rete (PISR). Tuttavia una prima osservazione poneva al centro del ragionamento che una gerarchizzazione del Territorio avrebbe dovuto superare le debolezze di tutto il sistema Nazionale, ma soprattutto quello del Mezzogiorno. Proprio dall’analisi della dimensione demografica risulta che la popolazione Campania+Puglia sono 9.902.972; ci sono 807 Comuni; i comuni più grandi sono Napoli (970.185) Bari (324.198) Taranto (199.561) pari a 1.493.944 residenti pari a circa il 15% – La Basilicata Lucania sono 587 abitanti (metà della Città di Napoli).

L’analisi pone in luce che la popolazione attiva è compresa fra 45/65 anni e produce un pil pari a circa 10.000€ annui. Gran parte dei redditi più alti si colloca nelle Città costiere. È evidente che questi dati, seppure ridotti, pone in luce che la ridotta dimensione urbana renda possibile una incapacità di spesa dei fondi messi a disposizione. Considerando che gli 807 piccoli comuni, nella stragrande maggioranza, non superano la soglia di 60.000 abitanti, e che forse sia necessario affrontare le tematiche dei sistemi territoriali in maniera più capillare, forse, con atteggiamenti di pianificazione territoriale che partono da una transizione politica innovativa e riformistica. Anche il lodevole tentativo del Piano del Sud presentato dal Governo Draghi, in particolare dal Min. Carfagna, che pone come strategia “investire nel Sud oggi pensando al ’Italia del Domani “ con l’obbiettivo di ridurre il divario tra cittadini e territorio, a parere dello scrivente, non risolve il problema della gerarchizzazione funzionale dei territori ,nell’ambito di quelle regole necessarie per rendere i territori innovativi e competitivi ,affrontando i termini dello sviluppo nell’ambito dell’urbanistica e dell’economia con piani strategici di sviluppo integrato .

L’ultimo tentativo è stato il quadro strategico nazionale 2007/2013, che ha affrontato la gerarchizzazione territoriale ponendo in relazione le armature di sostegno in rapporto alla gerarchizzazione dei territori, ponendo in luce i rapporti di funzionalità gerarchica fra i territori divisi in Hub, territori snodo, ponendo la relazione strutturale il rapporto gravitazionale fra Città-Sistema Città-Ambiente. In altre parole può essere considerato questo un passo importante, ma non conclusivo, della progettazione della transizione ecologica, con cui attivare un diverso atteggiamento verso la criticità ambientale. Oggi le criticità sono:

  • la ridotta dimensione delle città;
    • il grande patrimonio storicoculturale;
    • il patrimonio ambientale;
    • la dotazione infrastrutturale .

La risoluzione di sistema di queste criticità pone in essere una nuova progettualità di sistema che porta ad un grande brand per attirare i mercati. La naturale predisposizione, tutta italica, il particolare piacere dell’“acronimo”, con questo decreto, introduce il concetto di IVSM (Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale). Che cosa è? Il concetto di L’indice di vulnerabilità sociale e materiale, pubblicato nel 2015, è un indicatore composito (L’incidenza di famiglie monogenitoriali giovani ed adulte, L’incidenza di famiglie numerose, L’incidenza di bassa istruzione, Il disagio assistenziale, L’affollamento abitativo, I giovani fuori dal mercato del lavoro e dalla formazione, Il disagio economico) costruito attraverso la sintesi di indicatori riferiti alle dimensioni della vulnerabilità sociale e materiale, ritenute più rilevanti per la formazione di una graduatoria nazionale dei Comuni. Implementato dall’Istat all’interno della realizzazione del sistema di diffusione di dati censuari a livello comunale e sub-comunale “8milaCensus”. Rappresenta uno strumento di facile lettura capace di esprimere con un unico valore i diversi aspetti di un fenomeno di natura multidimensionale. L’importanza del concetto di vulnerabilità come fenomeno di analisi è da tempo oggetto di ampie riflessioni di politica sociale ed economica, aventi come obiettivo la pianificazione di interventi socio-assistenziali a sostegno delle aree maggiormente esposte agli effetti della crisi economica, soprattutto con riferimento alla presenza di segmenti di popolazione potenzialmente più deboli. Lo studio pone in evidenza che nelle regioni maggiormente vulnerabili del Paese vengono meglio individuate le aree più problematiche, quelle cioè che rientrano entro l’area critica sia nella distribuzione nazionale che in quella regionale. È per esempio il caso di molti comuni della regione Puglia ed in applicazione a diversi ambiti territoriali, in particolare quelli delle province di Foggia e Barletta Andria e Trani, nonché i capoluoghi ed aree limitrofe di Brindisi e Taranto. Anche in Calabria, fra le regioni descritte, risalta la condizione critica per vulnerabilità sociale e materiale di molti comuni del crotonese e dell’area dell’alto Ionio cosentino.

Dunque si pongono due interrogativi:

1) È cambiato nulla dal 2012 ad oggi?

2) Questo decreto non è che facilita la vita solamente alle città Metropolitane dimenticandosi degli altri sistemi urbani?

Come studioso dei fenomeni di sviluppo del Territorio, sono convinto che tutte le analisi sociodemografiche debbano essere affrontate e risolte nel contesto geo-strutturale del territorio, e puntualizzate da un sistema di pianificazione con regole certe e snelle, nel sottile confine fra Urbanistica e Economia, se si vuole risolvere le tematiche relative al miglioramento di aree degradate, delle aree da rigenerare. Il sistema di pianificazione territoriale deve conoscere la “geografia e morfologia del Territorio”, la individuazione e dotazione delle reti mancanti che inibiscono, e non favoriscono lo sviluppo del Territorio, il sistema “vincolistico” imposto, che spesso lo rallentano, il lento sistema burocratico dell’approvazione dei progetti, il necessario passaggio da una economia lineare alla predisposizione di un sistema di economia circolare. Questo è talmente necessario che il Decreto pone come inammissibilità al finanziamento la necessità di assicurare l’equilibrio tra zone edificate e zone verdi, di quantificare il target obiettivo inteso in termini di mq.

Interessati all’intervento, intesi come bacino territoriale che beneficia dell’intervento. Questo Decreto da possibilità di intervenire ai Privati, probabilmente rifacendosi al Codice degli Appalti, che Individua nel PPP (Partenariato Pubblico Privati) e dunque la forma di cooperazione tra enti pubblici e soggetti privati volta a finanziare e a gestire servizi infrastrutture di interesse collettivo che non potrebbero essere realizzati con investimenti esclusivamente pubblici, soprattutto in campo di smart city. Il punto di riferimento per la definizione e le caratteristiche dei PPP è sicuramente il “Libro Verde sui Partenariati Pubblico-Privati e il diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni” della Commissione Europea. Questo documento parla innanzitutto della differenza tra partenariato pubblico privato e concessione. Nel PPP, come dice la stessa parola partenariato, i soggetti pubblico e privato agiscono nella forma della cooperazione per garantire il finanziamento, la gestione e la manutenzione di un’infrastruttura o la fornitura di un servizio che può avvenire sottoforma di concessione. E purtroppo qui si apre un altro capitolo non ancora legiferato e che fa riferimento ai Build Operate Translate, fondi utilizzabili per la realizzazione di opere pubbliche. Il mio pensiero è che, ancorché lodabile questo Decreto nei suoi principi, è carente nella fase così detta operativa. Il continuo rimando ad altri Decreti, l’impossibile coniugazione e interfacciatura delle varie leggi, apre sempre l’uscio dell’interpretazione legislativa. Cosa che in questo momento non ce la possiamo più permettere, a meno che lo scopo sia di dotare le aree metropolitane di ulteriori mezzi economici ,e/o aiutare Invitalia a gestire fondi posti in essere dal FESR, in funzione della sua partecipazione ai vari CIS (Contratti Istituzionali di Sviluppo).

Forse è giunto il momento di promuovere una nuova legge urbanistica, attualmente del 1942 legge 1150 del 17 agosto, aggiornata nel 1967 con l’emanazione della “legge ponte” n.765 del 6 agosto., e ancora oggi basata sui minimi inderogabili stabiliti dal dm 1444 del 1968. Qualcosa è cambiato, l’economia è cambiata, l’utilizzo del Territorio è cambiato, occorre non stare al passo con i tempi, bisogna anticipare gli scenari dello sviluppo. In caso contrario “sembriamo dei marziani che dopo 20 anni torniamo sulla Terra “.

Terenzio LOMARTIRE
Architetto pres. CammINa_Ta Comitato di Interesse Civico

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