27 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 27 Gennaio 2022 alle 13:57:00

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L’elezione di Sandro Pertini

Il candidato più accreditato a subentrare a Giovanni Leone, travolto da una campagna accusatoria che a distanza di anni risulterà del tutto infondata, è Amintore Fanfani. Come scrive il 16 giugno 1978 sulle colonne del Corriere della sera Walter Tobagi già nel 71era stato “il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana; ma alla fine aveva dovuto arrendersi davanti all’opposizione delle fronde delle sinistre”. Questa volta, più di qualcuno, a Fanfani preferirebbe un laico. Il 29 giugno hanno inizio le votazioni per il Quirinale. Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, ironicamente sentenzia: “Il Quirinale è l’ultimo colle di Roma che sia rimasto fatale”. Il clima è teso, fra i più difficili della storia repubblicana. Gli echi dei tragici cinquantacinque giorni del rapimento Moro incidono pesantemente su una politica che in quei giorni ha recitato molto spesso la parte peggiore. E’ indispensabile recuperare autorevolezza. I rapporti fra i partiti, nelle ore che lambiscono il più importante rito repubblicano, sono tesi e distanti. Fuori c’è un paese che attende un segnale. I primi tre scrutini sono solo prove di schermaglie tattiche. La DC porta avanti la candidatura di Guido Gonnella, il PCI quella di Giorgio Amendola, il PSI propone Pietro Nenni. Il vertice dei sei segretari dei partiti costituzionali è naufragato. Il nome del settimo presidente non si trova. I socialisti avanzano il nome di Giolitti, dopo quello di Vassalli.

I repubblicani propongono Ugo La Malfa. Lo stallo sembra assoluto in quel tragico semestre del ‘78, segnato da l’assassinio di Aldo Moro, perdere tempo con tattiche incomprensibili appare assurdo. La svolta arriva il 2 luglio. Il segretario del PSI Bettino Craxi lancia l’ex presidente della Camera. Il suo profilo appare ideale per ricoprire in quel momento cruciale la più alta carica dello stato. Pertini è sempre stato coerentemente socialista anche se, talvolta, ha assunto atteggiamenti di indipendenza rispetto al partito, come quando ribadì la sua opposizione, nei giorni del sequestro Moro a ogni possibilità di trattativa, convinto che lo Stato non dovesse abdicare alla propria dignità. La proposta di Craxi scuote l’ingessato mondo politico. Per alcuni è quello giusto, per altri è troppo anziano, ma nessuno può negare che si tratti di un’altissima figura. Pertini rimane sconvolto quando Craxi gli prospetta l’idea della candidatura. Restio e perplesso accetta, a una sola condizione: che sia l’espressione di tutto l’arco costituzionale. Pensare che il suo nome possa dividere è per lui, inaccettabile. Iniziano così le trattative che appaiono, però, fin da subito difficili. Bisogna convincere tanti, forse troppi. La DC appare restia a rinunciare all’idea di avere un suo uomo al Quirinale, mentre al PCI di Berlinguer il nome di Pertini piace. Per i comunisti quel socialista è l’unico candidato del partito di Craxi che possa essere votato.

Ma il peso democristiano conta. In questo clima di tiri incrociati la candidatura di Pertini sembra naufragare. Il 7 luglio 1978, il giorno prima della sua elezione, Sandro Pertini confida ai cronisti parlamentari: “non vedo l’ora di andarmi a riposare”. Ha in tasca un biglietto per Nizza, deve raggiungere la moglie Carla Valtolina che lo ha preceduto. Ma qualcosa in quel venerdì, che anticipa un infuocato fine settimana, prende un corso del tutto inaspettato. Alle 12, dopo che per l’ennesima volta Zaccagnini ha posto il veto del suo partito sul nome di Giolitti, torna in auge quello di Pertini e il segretario democristiano accetta. Mezz’ora dopo, mentre Pertini attraversa i corridoi di Montecitorio con in tasca il biglietto per Nizza, incontra Claudio Signorile. Il vicesegretario socialista prega Pertini di non lasciare Roma perché qualcosa, a breve, potrebbe cambiare. Pertini accetta il consiglio. A piedi raggiunge il piccolo appartamento affacciato su Fontana di Trevi. È solo, la moglie è già a Nizza da alcuni giorni. Arriva una telefonata. La politica ha trovato l’accordo. Alle ore 12.57 il presidente della Camera dei Deputati, Pietro Ingrao, legge per la cinquecentoseiesima volta il nome di Pertini, quanto basta per far scoppiare nell’aula un fragoroso applauso che annuncia la sua elezione. Alla fine dello scrutinio, alle 13.21, dopo dieci giorni di lungaggini, trattative e veti incrociati, saranno 832 su 995 i voti a favore di Pertini. Una votazione senza precedenti. Sandro Pertini, non senza una evidente commozione, tiene un discorso coraggioso, per nulla banale, per niente scontato, in linea con la sua storia, con i suoi ideali.

“Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza. Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire. Ma dobbiamo operare perché, pur nel necessario e civile raffronto fra tutte le ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro paese. Farò quanto mi sarà possibile, senza tuttavia mai valicare i poteri tassativamente prescrittimi dalla Costituzione, perché l’unità nazionale, di cui la mia elezione è un’espressione, si consolidi, si rafforzi. Questa unità è necessaria, e se per disavventura si spezzasse, giorni tristi attenderebbero il nostro paese (…). Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce, né in morale, né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo essere solo il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia. Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, viva l’Italia!”.

1 Commento
  1. vincenzo 4 settimane ago
    Reply

    Secondo me non ci sono commenti da fare. Bisogna solo togliersi il cappello davanti all’uomo che, con la sua vita coerente, ha onorato l’Italia. Taranto, 30.12.21
    Vincenzo

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