24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Buonasera Sud

Oltre le Regioni, il Mezzogiorno Regione d’Europa

foto di Il Ponte Akashi “modello” di quello messinese
Il Ponte Akashi “modello” di quello messinese

Quando venne proclamata la Repubblica, la rete urbana dell’Italia presentava un assetto fortemente squilibrato, che era espressione delle disuguaglianze sociali, economiche e territoriali dell’ottocento e del primo novecento. All Nord e nel Centro Italia, le grandi città esercitavano una funzione insieme irradiante e attrattiva, mentre nel Sud – fatta eccezione per qualche segno di cambiamento intorno a Napoli, Bari e nella Sicilia orientale – tutto sembrava volgere all’indietro, con l’aggravante della speculazione edilizia e un’espansione urbana verso le campagne senza una pur minima programmazione. Restavano, nel generale abbandono determinato dal fascismo, l’opera di bonifica di alcune pianure acquitrinose e l’architettura sontuosa, armonica quanto possente di palazzi pubblici ispirati da grandi architetti. A questa condizione di divario urbano e sociale avrebbero dovuto porre rimedio le Regioni.

Ma nel 1970, quando andarono in funzione, pagarono lo scotto di un vizio di origine: nell’assemblea Costituente, mancando un accordo sul federalismo, furono delimitate non in base ad identità storiche, sociali e territoriali, bensì secondo il modello delle circoscrizioni statistiche di Pietro Maestri. Ne derivò una ripartizione teritoriale improvvisata e disorganica che il cosiddetto miracolo economico (1958/63) accentuò soprattutto al Sud, mentre i grandi sistemi urbani del centro nord divennero protagonisti del “miracolo”. È significativo che questa disarticolazione teritoriale e sociale, e quindi di civiltà, venisse colta dal Governo nazionale e non dalle Regioni.

Il ministro del bilancio e della programmazione economica, Antonio Giolitti, inserì nella programmazione nazionale (1971/ 75) una previsione decennale (il Progetto 80), in cui si proponeva la suddivisione del territorio nazionale in 30 sistemi urbani, costituiti da 9 otte aree metropolitane, 6 sistemi di riequilibrio e 15 sistemi alternativi, che di fatto stravolgevano l’assetto regionale. Sullo stesso tema una “Commissione di studio”, costituita, il 28 giugno 1982, dal Ministro del Mezzogiorno, Claudio Signorile, individuò 15/16 ambiti territoriali strategici, una rete che attraversava e connetteva tutta l’Italia Meridionale. Seguì, tra il 1992 e il 1996, uno studio della Fondazione Agnelli, sulla pianificazione nazionale e il federalismo unitario, che propose la riduzione delle Regioni da 20 a 12, secondo un modello funzionale espressione della competitività globale. Queste Iniziative, pur sostenute da economisti, sociologi e geografi illuminati, non ebbero il seguito che meritavano per la resistenza opposta da regionalisti integralisti, purtroppo prevalenti nei partiti maggiori, fautori dell’autonomia intesa come potere esclusivo e rivendicativo. Neanche l’istituzione delle aree metropolitane (legge 142/90), da molti di noi sostenuta perché si creasse un capitale reticolare tra le città metropolitane, ha avuto successo sia perché la politica urbana, con l’avvento della cosiddetta Seconda repubblica, ha perduto interesse nazionale sia perché le regioni l’hanno esercitata senza una visione di sistema, bensì con schemi burocratici.

Avrebbero, invece, dovuto darsi, in particolare quelle meridionali, un’identità unitaria e funzionale rispetto al mediterraneo, all’Africa e all’Europa, per equilibrare la forte espansione di quest’ultima verso l’est, non rassegnarsi a essere un confine marginale tra il nostro continente e quello africano. Eppure il mediterraneo ha, per ragioni naturai e ragioni storiche, una centralità e una funzione unitaria che travalica i confini nazionali: l’ Italia mediterranea è un obiettivo strategico che va assunto come tale dell’Europa, dallo Stato nazionale e dalle Regioni meridionali che dovrebbero federarsi, ai sensi dell’art.117 della Costituzione, per trasformarla in un molo europeo verso l’Africa per non subire da questa solo lo strazio dell’emigrazione, ma per fare del suo popolo (un miliardo e duecentocinquantamila persone) e di suoi giacimenti ambientali una risorsa comune.

Carmelo CONTE
Avvocato, Ministro per i problemi delle aree urbane nei Governi Andreotti VI-VII e Amato I

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