22 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2022 alle 09:50:00

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L'ex Ilva di Taranto

Le più grandi minacce per la salute umana, per la solidità economica e per la stabilità delle nostre società nel 2022 non saranno riconducibili all’evoluzione del virus SARS-CoV-2 e all’insorgenza di nuove varianti, quanto lo saranno invece l’iniquità della loro distribuzione tra i popoli e la resistenza dei negazionisti della scienza che ci sono vicini e intorno. Sono quelli che si nutrono di “notizie” e di “ricerche” dalla televisione e dal web che, spesso mosse da interessi inconfessabili, alimentano dubbi e inducono a scambiare menzogne e pregiudizi per inchieste empiriche. Chi mostra compiacenza verso una subdola “saggezza popolare” si mostra incline e rassegnato a considerare il virus come qualcosa che gradualmente e inesorabilmente si evolverà verso forme meno virulenti e dannose per gli umani. Questa inesorabilità non esiste.

Il virus del vaiolo è stato debellato in natura, nel 1980, quando ancora rappresentava una terribile minaccia, dopo aver infettato il genere umano per almeno duemila anni. La poliomielite è ancora una malattia feroce, anche in questo caso dopo migliaia di anni. Un virus non si evolve per diventare meno infettivo, meno letale. Replicarsi copiosamente, diffondersi a macchia d’olio tra le popolazioni serve proprio ad evitare l’estinzione totale. È l’evoluzione, che accomuna i virus ai topi, alle piante infestanti, e agli umani. Tutti spinti dai propri geni a moltiplicarsi, diffondersi, per sopravvivere. Il SARS-CoV-2 non è soltanto dentro di noi ma intorno a noi. Ha fatto il giro del mondo, grazie agli spostamenti umani e alle interconnessioni, per poi ritornare in natura. Quasi sicuramente, resterà con noi per sempre. Durante il prossimo anno, nel 2022, e negli anni a venire, dovremo continuare a combatterlo. Con intelligenza e fermezza.

Dovremo farlo, migliorando i vaccini e i farmaci, con maggiore equità nei nostri sistemi sanitari, collaborazioni internazionali più aperte su scienza e salute, e conoscenze sui meccanismi alla base dell’evoluzione. L’UE è tornata al livello pepandemici di attività economica e occupazione, entro il 2023 si prevede che possa tornare a quella via di produzione costante che l’economia avrebbe dovuto seguire prima della pandemia, imboccando un percorso espansivo. È il merito innegabile della risposta politica forte e ben coordinata che è stata messa in atto dai governi nazionali europei e dalle istituzioni dell’UE La prevedibile fase fortemente espansiva che ci si prospetta è tuttavia gravata da persistenti incertezze e nuove sfide. I prezzi dell’energia hanno avuto un forte rimbalzo e negli ultimi mesi sono aumentati ben al di sopra dei livelli prepandemia. I prezzi globali del gas naturale negli ultimi mesi hanno registrato aumenti senza precedenti. In Europa il prezzo all’ingrosso del gas è aumentato in misura ancora superiore rispetto ad altri hub regionali, a causa della riduzione delle scorte, della scarsa offerta dalla Russia e della straordinaria debolezza della produzione eolica e idroelettrica.

Le scarse forniture di Gnl spendibile in un contesto di crescita della domanda da parte dell’Asia hanno esacerbato le pressioni sui prezzi. Si tratta di un vero e proprio terremoto energetico che si sta scatenando sotto i nostri piedi e che potrebbe avere conseguenze imprese italiane. Siccome dipendiamo ancora in gran parte dal gas, e sarà così per almeno altri 10-15 anni, se vogliamo essere ottimisti sperando che la transizione energetica avvenga rapidamente, questa situazione dovrebbe creare un comune stato d’ansia. Poiché l’energia è, alla base di tutto, un costo sia per le famiglie che per le aziende, si deve immaginare che il caro-energia si riverserà direttamente o indirettamente un po’ su tutte le merci. Se continuasse così solo per altri tre o sei mesi è comunque una quantità di denaro enorme che va ad impoverire l’economia italiana, e che rischia anche di non essere così breve. Come molti avvertono arriveremo a fine inverno con stoccaggi di gas talmente vuoti, che ci costringeranno comunque a continuare la corsa all’acquisto di gas. Si creerebbe quindi una spirale negativa, in cui la situazione delle scorte, invece di migliorare, si incancrenisce, con la possibilità che perduri non per tre mesi, ma per oltre un anno. La spirale negativa potrebbe riguardare anche le fonti rinnovabili. Il rincaro delle materie prime potrebbe infatti far aumentare i costi capitali anche delle energie verdi.

Continuare a stanziare fondi per ridurre le bollette in chiave congiunturale è giusto, dare una mano alle famiglie e alle imprese va benissimo, però non è una soluzione sostenibile a lungo termine perché sono risorse a debito o sottratte ad altri impieghi, e non si potrà andare avanti all’infinito con questo approccio. La soluzione strutturale vera è sempre la stessa, anche se siamo in ritardo di anni, e cioè spingere più velocemente sulle energie rinnovabili e lo sviluppo veloce degli stoccaggi. Riuscire a utilizzare maggiormente le risorse nazionali di gas che come sappiamo costa infinitamente meno di quello che importiamo dall’estero. Ovviamente le rinnovabili sono in linea con le politiche di decarbonizzazione, mentre il gas non cambia niente dal punto di vista della decarbonizzazione, perché sia che consumi un gas comprato in Russia o quello estratto in Adriatico, le emissioni sono sempre quelle. Purtroppo, installare decine di GW rinnovabili e sistemi di accumulo non è una cosa che si fa in pochi mesi. Il fatto che oggi dobbiamo spendere tutti questi miliardi per fronteggiare questo tipo di caroenergia deriva anche dall’inerzia dei primi anni di questa legislatura distinta da improvvisazione e incapacità.

Viviamo in un mondo che nutre grandi aspirazioni e che ambisce a un’economia alimentata unicamente con energia pulita. Nel frattempo, molte economie industrializzate in Asia, e non solo, continuano a prediligere l’energia elettrica generata dal carbone, giacché può essere ottenuto più facilmente e risulta meno costoso di molte altre fonti alternative. Il rischio è che il carbone rimanga il combustibile principe in questi settori perché economico e relativamente stabile e, spesso, prodotto internamente. Il nodo centrale, in questo ritorno al carbone, è da ritrovarsi nel suo costo di mercato. relativamente basso. per chi acquista energia.

Le voci non contabilizzate includono i costi sanitari ed economici associati alle emissioni di gas a effetto serra, anidride solforosa e ossidi di azoto, idrocarburi e polveri sospese. Includendo tali costi sociali nei prezzi di mercato, si concorrerebbe a risolvere il disallineamento tra i bassi prezzi di mercato per il carbone e i nostri obiettivi in materia di energia pulita. Se si impedisce di eliminare i sussidi e di introdurre tasse sul suo utilizzo, si manterranno in essere gli incentivi ad acquistare a buon mercato e a trasferire i costi a terzi, rallentando così il processo. Non si può più consentire di essere competitivi sul mercato a discapito del clima e della salute. Tanto vale anche per la siderurgia italiana e per lo stabilimento siderurgico di Taranto, per il quale riproporre il rifacimento di un nuovo altoforno a ciclo integrale implicherebbe nuove insostenibili tensioni sociali. Questi problemi complicano la transizione verso un mix energetico più pulito, ma possono essere gestiti nel medio termine. Potenziando i sistemi di alimentazione con infrastrutture del XXI secolo e dotandoli di una capacità di stoccaggio, le rinnovabili finiranno col diventare una fonte di approvvigionamento più stabile e affidabile. Occorrerà finalmente riconoscere e ammettere i vantaggi offerti da un mix energetico diversificato e composto da più fonti che consentirà di gestire la ricerca di opzioni a basso costo in un momento di cambiamento per la tecnologia e per i mercati.

Mezzogiorno Federato

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