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19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 11:52:00

foto di Sergio Mattarella
Sergio Mattarella

Vae victis è l’espressione attribuita a Brenno, capo dei Galli Senoni, che nel 390 a.C. vinse ed occupò Roma. A quel tempo i vinti erano costretti a pagare un tributo di guerra per la loro sconfitta ed a mettere sul piatto della bilancia tanto oro quanto il peso imposto dai vincitori. La leggenda racconta che a seguito di rimostranze dei romani per il peso imposto dai Galli, Brenno vi aggiunse, in segno di disprezzo, quello della sua spada esclamando “Guai ai vinti!” . Quello che è successo durante le consultazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica mi ha riportato alla mente l’imperativo di Brenno ed il peso della sconfitta che, in questo caso, è quella della Politica. Una sconfitta che saremo chiamati a riscattare perché quando perde la Politica perdiamo tutti.

Qualcuno ha tentato di dire che a perdere siano stati i partiti e non la politica, ma questa tesi appare retorica e poco convincente, soprattutto perché, anche al netto della pandemia, abbiamo la prova che la perdita di efficacia della politica sia coincidente con la sua crisi di rappresentanza e di struttura e che, certi temerari esperimenti, motivati da rabbia e reattività e privi di idee e visione, non sono altro che fallimentari e pericolosi. In virtù di un leaderismo di sola immagine si è sacrificato, per molto tempo, il ruolo fondamentale della politica come mediatrice tra gli interessi dei cittadini e lo Stato, la rappresentanza politica ha rinunciato al ruolo di guida ed esempio ed ha abdicato alla sua primaria funzione sociale di educazione alla democrazia. Abbiamo visto chiaramente e tristemente, durante i giorni di consultazione quanto, certi leaders, siano stati più interessati al mantenimento del rapporto senza intermediari e per lo più mediatico con i loro seguaci, che agli interessi di un Paese, mai così provato dal dopoguerra. E’ mancata la complessa struttura dei rapporti relazionali e delle mediazioni non solo politiche, ma anche sociali, istituzionali e culturali, che pur essendo la base di un assetto democratico-rappresentativo, è stata sacrificata al falso e suggestivo presupposto che i movimenti populisti siano interpreti dell’autentica volontà popolare. Insieme alla politica, dunque, tanti altri sconfitti. Letta e Meloni, ai quali qualcuno riconosce di avere incassato un risultato, hanno manifestato enormi debolezze esercitando furbizia speculativa attraverso una immobilità funzionale, palesemente irresponsabile ed incurante delle esigenze sanitarie e socioeconomiche del nostro Paese.

Dei 5 Stelle resta una polvere ben poco scintillante e l’immagine di una divisiva lotta interna che tradisce la subdola falsità di quelle buone intenzioni che hanno affabulato l’elettorato alle ultime politiche e che, oggi, s’infrangono su egoismi e volontà di conservazione di ruoli e potere. Salvini ha sancito la fine della coalizione di centro-destra, ha agevolato i suoi competitori, ha enfatizzato la diversità tra salvinismo e leghismo; ha palesato la poco lusinghiera disponibilità ad anteporre al rispetto delle istituzioni i propri personali interessi ed ha, di fatto, reso temporanea la sua leadership. Il Cavaliere, riposte nel cassetto le ambizioni di un suo tramonto d’oro alla Presidenza della Repubblica, non ha più i numeri, né l’età, né le forze, per candidarsi ad essere il leader carismatico della neo formazione d’ispirazione centrista, che certamente non vorrà partire con il contrassegno di un discutibile passato. Renzi, che pur ha sortito l’effetto di sventare il blitz serale architettato dal, già consumato, duetto Conte-Salvini con la proposta della Belloni -sacrificata anche lei al gossip politico senza rispetto per il suo ruolo e la sua caratura – non incassa, neanche lui, grandi risultati, atteso che, ad ogni reviviscenza c’è un limite e che la riduzione dei parlamentari giocando a suo sfavore lo costringerà a ridimensionare il suo ego politico ed il suo proverbiale protagonismo. Chi è dunque oggi il Brenno che può imporre il peso della sua spada? A vincere è un tratto caratteriale. Vince la forza tranquilla di Sergio Mattarella, quella della sua mitezza sostenuta da ferrea razionalità, alla quale buona parte dei parlamentari farebbe bene ad ispirarsi. La forza tranquilla dell’uomo che nel 1980 all’età di 39 anni annuncia la morte del fratello trucidato dalla mafia e che, della lotta alle mafie, farà la sua ragione di vita.

Quella della sua intransigenza morale e del pugno di ferro di fronte alla proposizione, da parte dell’allora nascente governo giallo verde, di un ministro dell’economia palesemente anti europeista. Quella dell’accettazione di un bis, dichiaratamente non voluto, a beneficio del prioritario interesse dell’Italia. La forza mite della semplicità di chi rifiuta il privilegio dei ruoli e si mette in fila ad attendere la somministrazione del vaccino come qualunque altro cittadino. Oggi Mattarella è il solo che può mettere sul piatto della bilancia il peso della propria spada, quello di un operato lineare, deciso e chiaro come i moniti del suo discorso al Parlamento ed ai grandi elettori, ai quali ha detto senza mezzi termini che non farà sconti, non tollererà deviazioni per la soluzione degli enormi problemi del post pandemia e di quelli conseguenti alla mancanza di equità e di equa distribuzione di diritti e risorse. Anche lui, come Brenno, ha chiesto un riscatto a questa politica così fatalmente perdente. Lo ha chiesto per ben 18 volte nel suo discorso d’insediamento. Il riscatto preteso, a nome dell’intero Paese, si chiama “dignità”. Speriamo sappiano ancora cosa significhi “dignità”…

Francesca STRATICÒ
Esecutivo Nazionale MF

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