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19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 06:24:05

foto di Referendum
Referendum

Il 12 Settembre 1947 Vincenzo La Rocca (PCI) intervenendo nella discussione generale del progetto di Costituzione, precisò come il referendum dovesse essere inteso in qualità di strumento “ad aprir la via a una manifestazione diretta della sovranità popolare” che garantisse al “popolo di funzionare nel sistema quale ultima istanza”. Il referendum, così come all’articolo 75 della Costituzione, fu concepito come un mezzo di “autodifesa” attraverso cui i cittadini avrebbero potuto abrogare leggi approvate dal Parlamento non corrispondenti alla volontà maggioritaria degli elettori.

Il merito del Partito Radicale è stato quello di intendere lo strumento come il mezzo attraverso cui ispirare il dibattito, sollecitando dunque la risposta del Parlamento a quelle istanze che si riteneva maggioritarie nel paese ma che erano di fatto silenziate all’interno delle istituzioni rappresentative. Ancora oggi molte di quelle istanze restano attuali e largamente condivise da gran parte della popolazione, e tuttavia non trovano rappresentanza, se non marginalmente, all’interno delle istituzioni democratiche. Particolarmente emblematico in tal senso il caso dell’eutanasia legale e della legalizzazione delle così dette “droghe leggere”. I pericoli derivanti dalla capacità di operare all’interno degli strumenti di democrazia diretta previsti dall’Ordinamento, sono stati oggetto di preoccupazione da parte dell’ordine costituito sin dai dibattiti della Costituente. Questa preoccupazione fu ad esempio espressa da Calogero Di Gloria (PSI), il quale sostenne nel suo intervento che “il potere di iniziativa legislativa popolare può essere un’arma pericolosa, se si tiene conto della scarsa maturità politica del nostro popolo e della scarsissima tradizione costituzionale del medesimo”.

Nel corso degli anni la giurisprudenza costituzionale è poi intervenuta affiancando ai limiti testuali, espressamente previsti dal comma 2 dell’art. 75 della Costituzione, una serie di limiti impliciti all’esercizio della facoltà di ricorso allo strumento referendario. Tali limiti intervengono attribuendo alla Corte un certo ambito di discrezionalità nel giudizio di ammissibilità. «Esistono valori di ordine costituzionale, riferibili alle strutture oppure ai temi delle richieste referendarie, da tutelare escludendo i relativi referendum». In particolare, con la sentenza n. 16/1978, la Corte Costituzionale ha introdotto i limiti di omogeneità del quesito e la libertà del voto, e i requisiti di “semplicità, chiarezza, non contraddittorietà e completezza” (o coerenza) del quesito. «Occorre che i quesiti posti agli elettori siano tali da esaltare e non da coartare le loro possibilità di scelta; mentre è manifesto che un voto bloccato su molteplici complessi di questioni, insuscettibili di essere ricondotti ad unità, contraddice il principio democratico, incidendo di fatto sulla libertà del voto stesso (in violazione degli artt. 1 e 48 Cost.)». Ed ancora: «La possibilità di scelta… viene meno, quando la libertà di voto dell’elettore venga coartata. Ed essa è coartata, […] nei casi di formulazione, né semplice, né chiara».

Tutto giusto, almeno sulla carta, se solo non fosse che l’applicazione di questi principi limita fortemente le possibilità di avvalersi dello strumento referendario e conferisce di fatto alla Corte, la cui composizione, non dimentichiamolo, è per un terzo di nomina parlamentare, un potere di giudizio che rischia di coltivare vizio di pregiudizio “politico”. Ad alcuni di questi limiti ha fatto appello il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato per giustificare la decisione della Corte in merito all’inammissibilità dei tre referendum popolari sulla responsabilità dei magistrati, sull’omicidio del consenziente, e sul testo unico sugli stupefacenti. A prescindere dal merito del giudizio, e dagli aspetti formali che l’hanno giustificato, e che saranno realmente noti solo quando sarà depositata la sentenza, il quadro politico che ne esce appare fortemente compromesso. E’ un dato di fatto infatti che la decisione della Corte impedirà ai cittadini di esprimersi sugli unici referendum realmente di iniziativa popolare promossi nell’ultimo decennio. E’ un dato di fatto, sondaggi alla mano, che l’impossibilità da parte dei cittadini di esprimersi su quei quesiti “popolari”, mina seriamente le possibilità che per gli altri quesiti, quelli ammessi, si riesca a varcare la soglia del quorum prevista da legge. La volontà popolare, comunque la si pensi, ne esce svilita. Lo sforzo di cittadini che hanno lavorato senza sosta per mesi affinché fosse concesso il diritto di voce agli elettori, resta vano. La nostra democrazia resta nei fatti incompiuta.

La politica ha il dovere quindi di chiedersi se ancora oggi ritenga lo strumento referendario uno strumento valido ad arricchire la nostra democrazia. Abbiamo il dovere di interrogarci su quali strumenti alternativi, in caso contrario, fornire agli elettori per esprimere il proprio punto di vista. Resta da domandarsi insomma, se la nostra democrazia avrà il coraggio e la maturità, in un futuro spero non troppo lontano, di rendere realmente effettivo il diritto alla partecipazione, intervenendo su un quadro che oggi di fatto limita fortemente la possibilità dei cittadini di esprimersi liberamente.

Mirko VENTURINI

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