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19 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 19 Maggio 2022 alle 06:18:58

Buonasera Sud

Un modello di assistenza che occorre meglio definire

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Sanità

Un’importante regola che dovrebbe dominare nella fase di progettazione di nuovi modelli assistenziali territoriali – radicalmente diversi o sensibilmente implementativi di quelli esistenti che fanno fatica a rendere percepibile il loro prodotto salutare – è quella di lavorare in una ragione pratica e non già meramente definitoria. Evitando il più possibile di ricorrere ad un vocabolario che faccia sembrare l’aspettativa, spesso remota, in una realtà oramai prossima.

Tante le promesse in tale senso dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale 1978 poi cadute nel vuoto, atteso che il tutto è stato semplicemente rimesso all’assistenza del medico di famiglia, scesa di qualità e di impegno nell’ultimo periodo, tanto da essere stata molto marginale, fatte le dovute attenzione, nel contrapporsi ai tristi effetti della pandemia. L’organizzazione dell’assistenza cosiddetta intermedia è sparita del tutto non garantita da un distretto, rimasto quasi ovunque ipotetico, e da strutture di medio intervento filtro al forsennato ricorso ai pronto soccorso, che ha messo in grande affanno l’esigibilità del livello di assistenza ospedaliero, anch’esso virato verso i DRG più remunerativi, con abbandono di quelle specialistiche (esempio, pneumologia e malattie infettive) che sarebbero tanto servite per contrapporsi al Covid.

IL DISTRETTO SANITARIO E LE SUE STRUTTURE EROGATIVE
Il nuovo progetto di assistenza sociosanitaria territoriale fonda le radici nel potenziamento del distretto sanitario, che necessiterebbe essere sancito intervenendo legislativamente sugli artt. 3 quater- sexies del vigente d.lgs. 502/92, fissando i neo-principi fondamentali sui quali le Regioni sarebbero chiamate ad aggiornare le loro leggi di dettaglio. Ciò dal momento che lo stesso incide segnatamente nella sua configurazione erogativa attraverso l’insediamento in esso di importanti strutture e iniziative: le case di comunità (CdC), gli ospedali di comunità (OdC) e le centrali operative territoriali (COT). Di questo importante trittico innovativo, sono da ritenersi prioritarie e fondamentali, per assicurare gli interventi centrati sulla persona umana in risposta ai problemi di salute, singoli e delle comunità di appartenenza, le COT. Iniziative, più o meno strutturali, rappresentative di un modello organizzativo di coordinamento della presa in carico della persona con i servizi e professionisti deputati alla erogazione di tutto ciò che le occorre nel contesto di vita.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dà una generosa mano a che se ne realizzino tante nel Paese. Al riguardo, sono mancate delle attente analisi, preventive e progettuali della loro ideale consistenza, sulla loro attualità ad assicurare un accesso guidato all’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) occorrenti. Ecco perché, rispetto alle altre due strutture (CdC e OdC) pronosticate nella loro attivazione per il 2025, le COT dovranno essere rese funzionanti entro il 2023. Ciò perché il suo intervento collaborativo dovrà essere reso nell’immediatezza ad una sistema della salute che risulta a valle molto carente e profondamente scoordinato.

UNA DOVEROSA ANALISI
Da qui, l’esigenza di sviluppare un approfondimento inteso ad individuare la reale motivazione esistenziale delle Centrali Operative Territoriali, consistente nel renderle funzionali ad assicurare la generazione di un primo rapporto con l’utenza stanziale allo scopo di garantire l’accessibilità integrata all’assistenza sanitaria, sociosanitaria e, perché no, a quella socioassistenziale, che viene troppo spesso dimenticata, nonostante i drammi vissuti nelle RSA. La prima impressione che offre l’ideazione di una siffatta iniziativa è quella dell’assegnazione di un ruolo suppletivo o quantomeno supplementare a quello tradizionalmente svolto dal medico di famiglia, come detto implementativo del distretto sanitario, che è da resuscitare in termini di erogazione dei Lea. Si diceva, di supplenza di quel professionista, proveniente dalla cultura mutualistica, tenuto a stressare positivamente il compito di umanizzare il rapporto con il suo assistibile che lo ha liberamente scelto e, quindi, accompagnarlo per mano nelle fasi necessariamente successive al suo intervento professionale. Assistibile perché, a differenza di come avveniva con la retribuzione a notula tipico delle cosiddette “casse mutue”, è fonte di retribuzione erogata in suo favore, attraverso la quota capitaria pro capite, prescindendo dalle prestazioni rese o meno. La COT contribuirà in tale senso a migliorare l’efficienza delle prestazioni erogate da medici di medicina generale, da pediatri di libera scelta, dai professionisti della continuità assistenziale e dagli specialisti ambulatoriali in organico nelle aziende della salute. Avrà modo di assicurare un pronto e condiviso accesso della persona bisognosa di diagnosi, di cure e di interventi riabilitativi ai servizi presenti nel catalogo dei servizi e delle prestazioni essenziali rese dai servizi sanitari regionali.

UNA PERPLESSITÀ E UN PROBLEMA DA RISOLVERE ENTRAMBI
La prima riguarda il rischio di “robottizzare” la presa in carico della persona umana, attraverso un rapporto sempre più distante dal suo medico di famiglia che è dalla medesima liberamente scelto per le sue intrinseche caratteristiche umane e professionali, tanto da consegnargli il proprio corpo, la propria psiche e la propria anamnesi e quella del proprio nucleo familiare. Dunque, un rapporto difficile da concretizzare e certamente da evitare che venga a caratterizzarsi come una specie di algoritmo, inteso nel senso di procedura sistematica distributiva dell’assistito in una ulteriore fase assistenziale, cui affidare le sue sorti più prossime e non solo. Insomma, necessita che il ruolo svolto dalle Cot non sia quello di favorire l’occasione per il medico di “fiducia” di scaricare il proprio generoso assistito, che ha riposto in lui il massimo della fiducia, così come raramente accade che lo stesso non venga più seguito nelle sue vicende di ricovero. Il problema sarà invece quello di come organizzare la interconnessione erogativa con le altre due strutture, prioritariamente con le Case di Comunità, ma soprattutto dove ubicarle e come renderle funzionanti. La loro esistenza dovrà infatti essere segnatamente discriminata, tenuto conto del patrimonio erogativo di partenza goduto dai territori interessati, tenuti comunque ad arrivare al 2023, assicurando una buona assistenza alle popolazioni di riferimento, con la loro spesso povertà strutturale, in alcune zone del Paese, fenomeno così negativo da essere causa di morti innocenti.

Ettore JORIO

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