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Ambiente svenduto, slittano gli interrogatori

Falsa partenza, stamattina in tribunale, per gli interrogatori degli indagati (in tutto una ventina, su 50 persone fisiche) dell’inchiesta Ambiente Svenduto.

A parlare avrebbe dovuto essere don Marco Gerardo, ex segretario di mons. Benigno Papa, vescovo di Taranto prima dell’arrivo di Filippo Santoro. Ma – vista l’enorme mole degli atti dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dell’Ilva – il legale di Gerardo, l’avvocato Antonio Raffo, ha chiesto un differimento, cioè un rinvio, o la presentazione di una memoria difensiva.


Stesso discorso per un altro indagato, Roberto Primerano, anch’egli assistito dall’avvocato Raffo, il cui interrogatorio era stato fissato per oggi.  Il 30 ottobre scorso agli inquisiti è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e il direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, saranno ascoltati dalla Procura il 23 dicembre prossimo; il 17 dicembre sarà sentito invece l’ex direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Luigi Capogrosso. Non hanno chiesto di essere sentiti i Riva. Gli interrogatori ai quali è stata delegata la Guardia di Finanza, invece, si concluderanno il 18 dicembre. Gli indagati hanno anche la possibilità di rinunciare all’ ultimo momento all’interrogatorio consegnando una memoria difensiva.

Il presidente della Regione è accusato di concussione aggravata perchè, secondo la procura, avrebbe esercitato pressioni sul dg di Arpa Puglia Assennato per “ammorbidire” una relazione sugli effetti inquinanti della produzione dell’Ilva. Per don Marco Gerardo invece la contestazione è quella di favoreggiamento nei confronti di Girolamo Archinà, ex pierre dell’Ilva. Intanto, rimangono ai domiciliari i tre fiduciari dell’Ilva – Alfredo Ceriani, Agostino Pastorino e Giovanni Rebaioli – in custodia cautelare dallo scorso 6 settembre con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro.

Lo ha deciso la Sesta sezione penale della Cassazione che ha respinto i ricorsi con i quali gli indagati chiedevano di essere rimessi in libertà.