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Inseguimento a Paolo VI, cade l’accusa di tentato omicidio

Una notte drammatica, quella del 27 settembre 2005. Due giorni prima un carabiniere era stato brutalmente ammazzato. Ed al Paolo VI la tensione era altissima. Quando una macchina con tre persone a bordo non si ferma al posto di blocco, scatta l’inseguimento.

Cosa sia accaduto poi, lo decideranno i giudici, con i magistrati della corte d’appello che ieri sera hanno riformato la sentenza di primo grado. Il tribunale, infatti, aveva condannato i tre imputati Michele Ciaccia, Raffaele Galliano e Giuliano Magnati a undici anni di reclusione.

I tre erano stati riconosciuti colpevoli del tentato omicidio del carabiniere che aveva intimato l’alt, del tentato omicidio dei militari con cui avrebbero avuto un conflitto a fuoco nel corso dell’inseguimento, e del porto di arma da fuoco.

Ma la ricostruzione di quanto accaduto non ha retto in secondo grado, al termine di un’aspra battaglia legale. Decisivi si sono rivelati i rilievi, e le perizie, presentati dal collegio difensivo, composto dall’avvocato Salvatore Maggio che assiste i tre, insieme all’avv. Domenico Di Terlizzi (per Magnati) e Alfredo Gaito (per Galliano).

Troppo vecchia ad esempio l’arma con la quale gli imputati, secondo l’accusa, avrebbero avviato il conflitto a fuoco. Così a cadere è stata l’accusa più pesante, il doppio tentato omicidio.

Resta la resistenza a pubblico ufficiale, che è costata una condanna a sei anni e sei mesi per Giuliano Magnati e a sei anni e due mesi per Giuliano Magnati. Completamente assolto invece Michele Ciaccia, che si è visto annullare la pena a undici anni. L’avv. Maggio ha dimostrato come fosse seduto dietro. Un dettaglio fondamentale, che ha sancito l’estraneità di Ciaccia, curriculum criminale ‘importante’, all’episodio.