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Nell’inferno dei viventi che abitiamo tutti i giorni

Leggendo dei raccapriccianti fatti di sangue registrati dalla cronaca di questi giorni, come in un flash si è intravista la dimensione infernale in cui le vittime devono aver vissuto sino al momento della loro morte, e in cui gli assassini ancora vivano perché l’accaduto fosse immaginabile, poi possibile, per diventare alla fine realtà.

Una realtà con cui ormai conviviamo, non prestando più attenzione a ciò che conta veramente, e che in qualche misura contribuiamo a determinare, con gesti minimi ma quotidiani, lasciando che in maniera sempre più incontrastata si affermino le logiche della malafede, della prevaricazione, dell’arroganza, della violenza morale che apre la strada a quella fisica.

Non dico necessariamente che facciamo qualcosa per favorire sentimenti e comportamenti distruttivi come quelli che hanno condotto alla strage di Palagiano, ma il non fare nulla per contrastare la violenza sottile della manipolazione e della sopraffazione, astenendoci dall’esercitare consapevolezza per parte nostra e dal sollecitarla in chi è in relazione con noi è il modo più sicuro per alimentare la convinzione generalizzata che non ci sia alternativa al conflitto, alla rivalsa, anche spietata, ogniqualvolta qualcuno ostacoli la realizzazione delle nostre intenzioni, giuste, discutibili, pericolose o deliranti che siano.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’é uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Queste frasi che chiudono “Le Città Invisibili” di Italo Calvino apparentemente affermano poco di concreto, ma pongono sostanzialmente un interrogativo, chiamandoci a identificare che cosa “non è inferno”.

Forse i valori irrinunciabili della dignità e della salvaguardia della vita? E, se sì, cosa facciamo per far sì che durino e abbiano spazio? Siamo certi di dare sempre priorità a comportamenti corretti, rispettosi dell’altro, tali da rendere per quanto possibile concreto l’ideale di una convivenza civile che ci veda aperti a comprendere e non ci spinga invece al sospetto, all’amarezza, a dover attaccare per poterci difendere?

Qualcuno dirà che sono discorsi astratti, tirate pseudomoralistiche che lasciano il tempo che trovano, ma sono convinto che provando a fare attenzione ognuno si renderà conto di come nella quotidianità queste astrattezze possano tradursi in gesti concreti che, invece di generare sentimenti negativi in chi ci sta di fronte, sentimenti che inesorabilmente si accumulano sino a montare in costante risentimento sempre prossimo ad esplodere, possono finalmente avviare un processo di recupero della dignità nel vivere associato, un vivere cioè in cui il rispetto per sé stessi per gli altri riprenda progressivamente il posto centrale che gli spetta.

E così, accumulando risposte positive, solo attraverso un percorso lunghissimo, forse interminabile, potremo pensare di intravvedere all’orizzonte un passaggio di uscita dall’inferno che abitiamo.

Forse non avremo eliminato la violenza dalla faccia della terra, ma senonaltro avremo reso la terra intorno a noi generalmente più vivibile. Credo che in quella direzione dobbiamo muoverci. Hannah Arendt diceva: “Tutti possiamo fare qualcosa tutti i giorni”.