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Alfonso Frassanito: “Non uccidete ancora Carmela”

La sentenza arriverà il 4 aprile, sette anni dopo la tragica morte di Carmela. Oggi, però, Alfonso Frassanito, papà della ragazzina che si suicidò al Paolo VI dopo uno stupro, torna a far sentire la sua voce. In una lettera, di cui riportiamo ampi stralci, chiede ai giudici che emetteranno il verdetto nei confronti dei tre indagati accusati di violenza, di dare giustizia alla sua bambina.

Scrive Frassanito: “Il prossimo 4 aprile presso il Tribunale di Taranto, lo stesso che per mesi è stato teatro della scatenata morbosità collettiva e mediatica sollevata dal caso Sarah Scazzi, si celebrerà l’ultima udienza del processo che vede tre imputati che non hanno avuto nessuno scrupolo nel violentare una bambina di soli 13 anni e che non hanno mai mostrato alcun tipo di pentimento. Stavolta il silenzio regna sovrano, nessuna calca di persone a prenotare il biglietto di ingresso nell’aula, nessuna mastodontica macchina mediatica a riprendere le scene da utilizzare poi per infiniti quanto inutili talk show, ci saranno solo gli avvocati, uno degli imputati che come al solito approfitterà dell’occasione per sgranchirsi le gambe vista la sua condizione di arresti domiciliari, e tutto il dolore e la rabbia della nostra famiglia da me rappresentato fisicamente in aula. Si ascolterà l’ultimo teste da ascoltare, ci sarà la discussione finale e finalmente un verdetto, una sentenza che attendiamo da sette interminabili anni. Non mi faccio alcuna illusione, a ‘vincere’ in aula comunque vada sarà la ‘verità processuale’, quella fatta di cavilli, di vizi procedurali, di mancate notifiche nell’era dell’alta elettronica dove si rintraccia un cellulare nel deserto ma non si riesce a trovare un aereo sperduto con centinaia di vittime”.

Frassanito ricorda “una grottesca messa alla prova nei confronti di due minorenni che ha di fatto addirittura estinto il reato di cui si sono macchiati, sette anni di sofferenze, umiliazioni, senso di impotenza nelle aule di un Tribunale, e quant’altro. Aspetto con ansia, quel giorno, quando comunque proverò un terremoto di emozioni ascoltando la sentenza qualsiasi essa sia, ricordo a chi è chiamato ad emetterla che non ho né sete di vendetta né soddisfazioni da togliermi, né tantomeno qualsiasi risarcimento che possa colmare una milionesima parte di quanto perso per colpa di un sistema, di uno Stato, di una giustizia e di una umanità sempre più allo sbando. Per me  non sarà un punto di arrivo, al contrario, messa da parte per un attimo la mia reazione del momento, in attesa di un prevedibile appello, sarà il punto di partenza per ricominciare ad urlare ancora più forte di prima affinchè vengano messe sotto processo le responsabilità delle istituzioni che tutte insieme scriteriatamente e senza alcuna coscienza hanno di fatto spinto la mia bambina da quel maledettissimo settimo piano”.