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Per l’Ilva scocca l’ora della verità

Si fa sul serio. Perchè la situazione è terribilmente seria. A Palazzo Chigi si parla di Ilva, oggi: mentre si attende la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del piano ambientale dopo il via libera dalla Corte dei Conti, Bondi e Ronchi incontrano il governo. A rappresentare l’esecutivo, nell’ultimo rendez vous, il 29 aprile, furono il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Del Rio, il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e tecnici del ministero dell’Ambiente.

Nel vertice romano si parla di come e dove trovare quei 4 miliardi di euro necessari per finanziare, nell’arco di 3-5 anni, gli interventi ambientali e quelli tecnologici e per la sicurezza. Nei 30 giorni successivi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, Bondi deve rendere noto il piano industriale e sciogliere il nodo delle risorse: secondo indiscrezioni 1,8 miliardi dovrebbero riguardare i lavori previsti dall’Autorizzazione integrata ambientale, 1,5 adeguamento degli impianti, innovazione e manutenzione, e 700 milioni interventi per la sicurezza. Il nodo è l’aumento di capitale, da chiedere alla famiglia Riva ‘orfana’ del patriarca Emilio, e con una ‘linea di successione’ incerta, o provare la strada del passaggio di mano, magari ai francesi di AccelorMittal. Due strade strettissime. Bondi – che ha già incontrato le banche – potrebbe chiedere alla magistratura lo sblocco di 1,9 miliardi sequestrati ai Riva per reati non ambientali. Ma qui si aprirebbe una battaglia legale aspra e dell’esito più che incerto. Un ginepraio, insomma. In cui si inserisce la crisi di mercato che sta colpendo lo stabilimento. Si allarga da novemila circa a 10.240 unità la platea dei lavoratori potenzialmente coinvolti nei contratti di solidarietà, mentre si abbassa di 128 unità (da 3.535 a 3.407) il tetto giornaliero raggiungibile dall’azienda.

Sono circa 200, invece, i lavoratori individuati, grazie all’anzianità di servizio, per una possibile ‘mobilità volontaria’, che l’azienda potrebbe favorire con un ‘bonus’ economico in busta paga. Ieri sera i sindacati si sono spaccati, con il sì di Fim e Uilm ed il no di Fiom e Usb. Da venerdì andranno in mobilità i 57 vigilanti, alle dirette dipendenze dell’Ilva, dopo che l’azienda ha avviato la procedura con l’intenzione di affidare il servizio ad una società esterna.