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Nella chiesa di Sant’Agostino per riscoprire la santa messa in latino

Nella chiesa di Sant’Agostino per riscoprire la santa messa in latino

“Introibo ad altare Dei” “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam” “Vengo all’altare a Dio”, “A Dio che rallegra la mia giovinezza”, recita la traduzione di questa formula che introduce la messa in latino, come quella svoltasi domenica sera nella chiesa di Sant’Agostino, in Città vecchia. L’officiante è stato don Nicola Bux, teologo barese e già stretto collaboratore di Benedetto XVI, invitato dal rettore don Desirè Mpanda. Tanta gente ha assistito alla celebrazione eucaristica, con messale del 1961 approvato da Giovanni XXIII. Molti di loro sono gli habituèe di queste celebrazioni, provenienti anche dall’intera regione, avvisati col passaparola e attraverso i social.

A questi domenica sera si sono aggiunti quanti sono stati richiamati dalla curiosità e anche dal desiderio di rivivere lo spirito della celebrazione di una lontana giovinezza, facendo in verità un po’ fatica nel seguire le formule in latino, riportate nel libretto distribuito in chiesa dai volontari, aiutandosi con la traduzione posta affianco. L’atmosfera è stata molto raccolta ma senza fanatismi. Cercando spunti per la cronaca, ci siamo imbattuti nell’azzurro lacustre degli occhi di una giovane mamma che, attendendo di confessarsi, aveva il suo daffare con i tre figlioletti: non perdeva mai il sorriso, anche di fronte alle nostre insistenti richieste di chiarimenti. Era la dolcezza e la tranquillità di una fede piena, come quella del marito che, in ginocchio, confermava sorridendo le spiegazioni della moglie. Mentre si susseguivano le formule secondo il “Vetus Ordo”, risalivano alla mente ricordi lontani : il calore della mano della mamma, nel contempo ferma e rassicurante, a bloccare ogni velleità… di fuga, quel profumo che talvolta ella attingeva dalla boccettina custodita nella borsetta, la veletta banca ai capelli, come quella sul capo di diverse fedeli alla Sant’Agostino, compresa quella di una piccina che ne faceva mostra deliziosamente vezzosa.

Molle le pause osservate dal sacerdote, che raccoglievano le invocazioni di tutta la Chiesa, in una sorta di silenzio orante. Alla proclamazione del Vangelo della Prima Domenica d’Avvento ha fatto seguito un’omelia (ovviamente in italiano) incentrata sulle idolatrie del nostro tempo e in particolare su una sempre più diffusa “religione verde”, citando Greta Thumberg fra le principali promotrici, dove la creatura (la natura) prende il posto del suo Creatore. Carica di emozione e commozione la parte dedicata alla consacrazione, dove i prolungati silenzi del celebrante aiutavano a percepire maggiormente il mistero di Dio che si fa carne per la redenzione di tutti. Dopo il “Confiteor” (che nella messa in italiano si recita all’inizio), i fedeli si sono disposti a turno sull’inginocchiatoio per la Comunione, ricevuta sulle labbra anche se taluni si mostravano esitanti, data la perdurante pandemia. Quindi, niente passaggio di gel igienizzante fra i banchi, come normalmente avviene in queste circostanze. Dopo la benedizione finale, la lettura del prologo del Vangelo di San Giovanni (“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio…”) e la preghiera a San Michele Arcangelo, che in alcune chiese si continua a recitare. Al termine, la consapevolezza non solo di aver vissuto la rievocazione di un periodo importante nella storia della Chiesa ma soprattutto di essere stati aiutati, in tal modo, a comprendere e a vivere meglio le abituali celebrazioni delle nostre parrocchie.

Angelo Diofano