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Palazzo Amati, cronaca di uno scempio

E’ la cronaca di uno scempio. Dietro lo stato pietoso in cui oggi versa Palazzo Amati c’è un mix di furti e abbandono. A commentare la storia che si ripete, con i raid al palazzo del borgo antico e il patrimonio dimenticato, è Ileana Giunta,  dell’associazione Le Sciaje, nonchè ex studentessa in quella sede trovata completamente cambiata. In peggio.

“Mettere piede dopo due anni a Palazzo Amati mi ha lasciata senza fiato. Fino all’aprile dello scorso anno era sede del corso di laurea in scienze della maricoltura, acquacoltura ed igiene dei prodotti ittici, oggi è solo l’ennesimo Palazzo incustodito. Un tempo, entrando, si avvertiva subito l’odore del mare e la barca in legno con le “zoche” di cozze, posizionata all’entrata, ti ricordava la vocazione tarantina”. Immagini e sensazioni che, ormai, appartengono al passato.

Sabato scorso lo scenario era completamente stravolto. “L’odore di muffa, la barca rotta, il pavimento ricoperto da terra e frammenti di conchiglie appartenenti alla collezione presente a piano terra. Tutto rivoltato, rubato, distrutto. Un’intera collezione di reperti marini catalogati ed esposti, utilizzati un tempo da noi studenti di Maricoltura per fare orientamento a giovani diplomandi e invogliarli a scegliere come percorso universitario quello di maricoltura, oggi è stata sfigurata e lasciata lì incustodita”.

Il tour continua, con risultati deludenti. “Salendo ai piani superiori, dove erano le nostre aule studio e laboratori, lo scenario non cambia: ringhiere e porte degli ascensori mancanti, bagni rotti, libri, fogli e documenti ovunque, ancora reperti marini rubati e sfregiati, laboratori messi sottosopra, tutto distrutto anche qui. Come si può non custodire un Palazzo che contiene così tanto valore? Perché a distanza di mesi dai furti non è cambiato niente? Anche il grosso buco nella parete è ancora aperto”.

Una storia di sbagli che si ripetono nel tempo. “Chiudere il corso di laurea in scienze della maricoltura, in una città di mare come Taranto, è stata una mossa già di per sè sbagliata, ma prevedibile, visto che nei miei anni di frequenza ci veniva negato ogni diritto: i laboratori attrezzati non potevano essere utilizzati per mancanza di personale tecnico per la supervisione; per un periodo non ci veniva fornita neanche più la carta per fotocopie; gli ascensori presenti non funzionavano; la sala informatica, inaugurata nel 2006, è stata chiusa dopo un anno e mai più riaperta, a causa del mancato rinnovo del contratto per la connessione da parte dell’Università di Bari. Inoltre a rendere più beffardo il tutto, l’unica possibilità di magistrale, a conseguimento della triennale, è a Valenzano tra l’altro neanche inerente ai nostri studi”.

“La questione ora è l’urgente necessità di recuperare il recuperabile, soprattutto la collezione di reperti marini e attrezzi della pesca per renderla fruibile. L’università di Bari e il Comune di Taranto non possono restare fermi davanti ad uno scandalo del genere. La città dei due mari, paradossalmente, non ha un museo del mare, che invece rappresenterebbe un forte richiamo per il turista e produrrebbe lavoro”.

Un progetto fattibile unendo ciò che resta del museo di maricoltura alla collezione di reperti marini  del prof. Pietro Parenzan, un tempo visitabile presso il Talassografico di via Roma: potrebbe così essere allestita una parte del Palazzo. E si restituirebbe dignità al palazzo costruito nella seconda metà del Settecento dal barone Giacomo Amati.