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Il Csm contro l’ex giudice di pace Nicola Russo

Nicola Russo

Il Consiglio superiore della magistratura si costituisce in giudizio contro il giudice di pace di Taranto Nicola Russo. Martedì scorso 7 dicembre il plenum, dopo aver esaminato la questione del giudice rimosso poco più di un anno fa, ha deliberato di invitare l’Avvocatura generale dello Stato a procedere alla costituzione davanti al giudice amministrativo per chiedere la conferma della sua espulsione. Proprio in seguito alla decisione del Csm, ad agosto del 2020, il Ministero della giustizia ha emesso un decreto col quale ha revocato le funzioni di giudice di pace esercitate da Russo a Taranto dal 2003. Peraltro le motivazioni all’origine della decisione sono balzate anche agli onori delle cronache nazionali, anche perché legate alla violazione delle norme emanate nel periodo iniziale della pandemia per contrastare il contagio, quindi quando ancora non solo non c’erano i vaccini ma si trovavano a malapena le mascherine.

Sotto la lente di ingrandimento del Consiglio superiore della magistratura, infatti, sono finite sia alcune decisioni emesse da Russo come giudice di pace sia alcune esternazioni sul suo profilo personale Facebook, sulle massime istituzioni, in particolare sul Parlamento e sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ricopre anche la carica di presidente del Csm. Stando alle contestazioni, malgrado i decreti del Governo, a cominciare da quello in cui veniva dichiarato lo stato di emergenza, del 31 gennaio 2020, Russo avrebbe negato lo stato di emergenza e il pericolo di contagio in provincia di Taranto, ritenendolo insussistente. Sulla base di tali convinzioni personali, definite “singolari” dal Csm, in violazione delle disposizioni del presidente del Tribunale di Taranto, aveva anche fissato la trattazione di 15 procedimenti con udienze a porte chiuse. Tutto ciò in barba al lockdown e allo stop imposto all’attività giudiziaria in tutte le aule di giustizia italiane. Malgrado la diffida del presidente del Tribunale di Taranto, Russo ha emesso un decreto in cui contestava la decisione dello stesso presidente, accusandolo di interferire nell’attività dell’ufficio del giudice pace. A quel punto il presidente del Tribunale ha segnalato l’accaduto al Consiglio giudiziario di Lecce ed è scattato il procedimento concluso col decreto del Ministero della Giustizia che lo ha rimosso da giudice di pace. Il provvedimento di espulsione è scaturito anche da alcuni post sul profilo Facebook di Russo.

Post riguardanti i decreti emessi dal Governo in piena emergenza Covid, in cui, in riferimento all’attuazione di tali decisioni, il capo dello Stato veniva definito “organo incompetente e privo di poteri, eletto da parlamentari nominati illegittimamente e privi di capacità giuridica”. Nel corso del procedimento, da quanto si legge nelle carte del Csm (reperibili sul sito istituzionale), Russo avrebbe affermato di non essere l’unico ad aver utilizzato il computer per l’accesso a Facebook e che non era lui l’autore di quelle affermazioni. Ma la sua versione dei fatti non sembra aver convinto gli organi giudiziari che hanno esaminato la sua vicenda. Russo, ovviamente, non ha gradito il provvedimento e lo ha impugnato davanti al Tar del Lazio e poi davanti al Consiglio di Stato, chiedendone l’annullamento. Ha dato battaglia su tutti i fronti, presentando anche un ricorso con motivi aggiuntivi e chiedendo al Tar Lazio la riassunzione del ricorso. Una rivendicazione avanzata chiedendo la disapplicazione delle norme italiane ritenute in contrasto con quelle europee e l’applicazione di disposizioni europee che indica nel ricorso. Oltre a contestare l’espulsione, Russo ha chiesto anche il riconoscimento di un rapporto di dipendenza dalla pubblica amministrazione, a partire dal 2003, ossia da quando ha iniziato a svolgere il ruolo di giudice di pace dopo aver svolto dal 1988 al 2000 quello di giudice conciliatore.

Secondo la tesi di Russo, come giudice di pace ha lavorato alle dipendenze dello Stato in maniera continuativa ed esclusiva, amministrando la giustizia. Inoltre, è sempre la sua tesi, la figura del giudice di pace non può essere equiparata a quella di un giudice onorario, in quanto l’immissione nel ruolo avviene attraverso un concorso come avviene per i dipendenti. Infine, quanto dipendente pubblico a tutti gli effetti ritiene di aver diritto “a tutte le prerogative del pubblico impiegato del settore” comprese, quindi, le procedure relative alle sanzioni disciplinari, di revoca, decadenza o rimozione. Dopo aver decretato la sua espulsione dai giudici di pace poco più di un anno fa, il Consiglio superiore della magistratura ha chiesto ovviamente il rigetto di entrambi i ricorsi di Russo, sia di quello originario sia di quello aggiuntivo e la conferma dei provvedimenti che hanno portato alla sua rimozione. Dopo la sentenza non definitiva del Consiglio di Stato, di circa tre mesi fa, la vicenda è tornata di nuovo davanti ai giudici di primo grado, nel caso di specie davanti Tar del Lazio. La “partita” è ancora aperta.