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Oltre 30 anni prima della Concattedrale il progetto per una grande chiesa

L’evidente espansione della città verso la zona orientale necessitava di un nuovo grande tempio in grado di soddisfare le esigenze di fede della popolazione, in continua crescita. Ne parla la “Voce del Popolo” in un articolo del 1936. Con un anticipo di oltre 30 anni sembra di risentire mons. Guglielmo Motolese che il 6 dicembre del 1970 inaugurò la maestosa concattedrale, intitolata alla Gran Madre di Dio, in viale Magna Grecia.

In tale occasione, mons. Motolese, pensando certamente al suo illustre predecessore, ricordava che ormai la Basilica di San Cataldo risultava fuori centro rispetto alle direttrici di espansione urbanistica della città e che quindi fin dal 1962, da quando era stato nominato arcivescovo di Taranto, aveva pensato alla costruzione di una concattedrale nella parte nuova e in frenetico sviluppo cittadino. L’articolo de “La Voce del Popolo” uscì nel periodo successivo al “piccone fascista” che fece piazza pulita di un intero pittaggio in Città vecchia, quello di Turripenna (caratterizzato da una popolazione appartenente al ceto operaio e dedito a mestieri del mare) dove insistevano le chiese Madonna della Pace, Mater Domini e San Marco, cui si aggiunse più tardi quella intitolata a San Giovanni Battista, con annesso grande monastero. Al posto di quest’ultima, per la cronaca, sarebbe sorta la scuola elementare “Consiglio”, permettendo così di liberare parzialmente la visuale (dalla “ringhiera”) della facciata di San Domenico Maggiore. In cambio delle demolizioni, la Curia ottenne complessivamente 1.400 metri quadri e un indennizzo di mezzo milione di lire per nuovi luoghi di culto. Di tanto racconta il prof. Vittorio De Marco nella sua opera editoriale “Taranto – La Chiesa e la Città nel Novecento”.

Ritenute sufficienti le chiese nell’Isola e del Borgo alle necessità spirituali dei residenti, mons. Ferdinando Bernardi in quegli anni auspicò un grande tempio nella zona orientale della città. La realizzazione fu affidata alle idee progettuali dell’architetto Cesare Bazzani, Accademico d’Italia, cui si devono a Taranto l’ex Banca d’Italia, l’attigua ex casa del Fascio (oggi sede del Catasto), il palazzo delle Poste e la nuova facciata del Carmine. Il luogo scelto per la edificazione era la “Batteria Chianca”, una località elevata, fronteggiante il mare (nelle vicinanze dell’attuale ospedale “SS. Annunziata”). Spiega articolista de “La Voce del Popolo” che sarebbe stato un tempio concepito «romanamente», secondo appunto l’ideologia imperante. Inoltre l’interno del tempio sarebbe stato caratterizzato da “tre grandi absidi e le tre cappelle incastonate nelle angolate, in un grandioso organismo, pure nella sobrietà dei suoi elementi decorativi, risulterà suggestivo e mistico, in una gloria di luci spioventi dall’alto”. Annesso alla struttura si pensava di far sorgere il nuovo seminario diocesano e i locali parrocchiali e per gli uffici dell’Azione cattolica. In una lettera inviata a mons. Bernardi del dicembre 1938 (racconta ancora il prof. De Marco nel suo libro) Bazzani parlava già di prima pietra da porre l’11 febbraio dell’anno successivo.

“Questa lettera scrive il prof. De Marco – ci fa anche conoscere il titolo che si voleva dare alla nuova chiesa: “Stella Maris” e quelle che erano le prime intenzioni del committente e del progettista. La facciata sarebbe stata dominata dalle statue della Fede, Speranza e Carità. Una facciata però sostanzialmente disadorna che aveva suscitato cri tiche in loco, tanto che Bazzani dovette sottoporre a Bernardi due tipologie di facciata”. “La cerimonia della posa della prima pietra – continua il prof. De Marco – fu fatta slittare perché a quella data non era stata ancora effettuata dal demanio la consegna del suolo e quindi la pratica non era completa; altri adempimenti erano stati richiesti dal Provveditorato generale dello Stato. Gli accordi troveranno quindi lenta esecuzione. Nel clima euforico dell’impero, del ruolo strategico di Taranto, del crescente ma pericoloso intreccio tra liturgia civile e religiosa, si era anche pensato ad un “Tempio della Vittoria” dedicato a Cristo Re, ma per fortuna rimase una pia idea”. Se ne riparlò nel gennaio 1940, quando fu bandito un pubblico concorso per la grande chiesa dedicata alla “Stella Maris”, scegliendo «l’area dell’ex batteria Archita, compresa tra via Crispi, la costruenda via Iapigia e il suolo dell’Ospedale civile». Avrebbe avuto la facciata rivolta verso il mare e il presbiterio verso il suolo dell’ospedale. Le opere pervenute sarebbero state oggetto di una mostra. Ma non se ne fece più nulla per l’entrata in guerra dell’Italia. “Ancora nel 1941 – scrive il prof. De Marco – mons. Bernardi ritornò sull’idea del grande tempio per il quale aveva cambiato la denominazione: da “Stella Maris” a “Santi Patroni d’Italia”. Anche l’ubicazione e la posizione erano mutate: non più una facciata verso il mare ma con prospetto su via Dante, tra le vie Gorizia e Mezzacapo e sull’asse della nuova piazza Marconi, punto nevralgico del nuovo sviluppo urbanistico della città. La Marina in questa chiesa avrebbe avuto il suo Famedio degli eroi del mare. Ma ad altro avevano da pensare le autorità civili e militari, a Taranto come a Roma.

Nello stesso anno l’idea dell’ubicazione cambiò ancora nel senso che non si ritenne più conveniente una chiesa sul suolo dell’ex batteria Archita offerto dal Comune” Se ne riparlò il 13 marzo 1944 in una lunga lettera indirizzata al sindaco Agilulfo Caramia, in cui mons. Bernardi sollecitava l’attenzione del Municipio verso il problema di nuove chiese. In particolare si parlò della realizzazione di un luogo di culto, da affidare ai gesuiti, su un suolo in piazza Bettolo, come da proposta del sindaco Ciro Drago. Sulla vicenda nuovamente calò il silenzio, durato fino a giugno 1957, con l’allora amministratore apostolico, mons. Guglielmo Motolese, che cercò di riprendere in mano la pratica di piazza Bettolo, “ma in quello stesso mese – narra il prof. De Marco – il Consiglio comunale, sindaco un democristiano (ndr, Angelo Monfredi) alla fine votò contro la cessione anche perché ormai piazza Bettolo era parte integrante e stabile – tra l’altro unica zona verde – della complessiva facies di quel quartiere che non conveniva alterare o peggio sfigurare” . Alla fine, un nuovo tempio (ma non come avrebbe voluto mons. Bernardi) sorse proprio vicino all’ex batteria Chianca: il Nuovo Tempio di Sant’Antonio. Quasi trent’anni dopo circa, il progetto cullato da mons. Bernardi trovò attuazione, seppure con altre modalità, grazie a un altrettanto indimenticato pastore di anime, mons. Guglielmo Motolese che volle la concattedrale Gran Madre di Dio (opera di Giò Ponti) di cui sono in corso le celebrazioni per il cinquantennale.

Angelo Diofano

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