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Gli intrecci del boss con la camorra

Retata antimafia

Intercettazioni in cui si fa riferimento ad affiliazioni in carcere, ad un personaggio noto alle forze dell’ordine definito “il padrino”, al peso criminale del clan Pascali, ai rapporti del boss Nicola Pascali con altre organizzazioni criminali del capoluogo jonico, ad un vecchio boss scomparso la cui moglie indosserebbe la divisa della Polizia Locale. L’ordinanza, eseguita il 2 febbraio dagli agenti della Squadra Mobile, descrive scenari inquietanti. Sembra di leggere rituali e dialoghi fra vecchi mafiosi appartenenti a un’altra epoca. Invece si tratta di una realtà attuale, finita sotto la lente d’ingrandimento della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce.

Come scrive il gip del Tribunale di Lecce Marcello Rizzo, che ha emesso i mandati di arresto, le intercettazioni in carcere forniscono parecchio materiale utile per le indagini. A fornirlo sarebbero proprio il boss Nicola Pascali e sua moglie Antonella Bevilacqua, questo è quanto ritiene il giudice che in un passaggio fa riferimento alle conversazioni nella casa circondariale di Secondigliano: “I vari colloqui sostenuti in carcere da Antonella Bevilacqua con il marito hanno permesso di acquisire importantissimi elementi sulla natura ‘mafiosa’ del clan Pascali, e sul fatto che il medesimo fa parte, a pieno titolo, della Sacra Corona unita (S.C.U.)”. Il provvedimento restrittivo riporta, fra gli altri il contenuto del colloquio in carcere, risalente al 19 dicembre 2018 tra Nicola Pascali, chiamato Nico dalla moglie. “In tale occasione –si legge- Pascali Nicola chiarisce la gerarchia del suo gruppo criminale, rimarcando in mododuro e deciso il suo spessore criminale anche con riferimento agli altri ‘clan mafiosi’ presenti nella città di Taranto. Indica alla Bevilacqua a chi rivolgersi per il sostentamento della famiglia, achi richiedere il pagamento di somme di denaro a titolo estorsivo,c ome riciclare in attività lecite i capitali tramite i soci ‘prestanome’ sui quali il suo gruppo può contare”.

A conferma del suo spessore criminale, il presunto capo spiega alla moglie di essere diventato più importante, nel contesto mafioso, di anziani personaggi della mala tarantina. Quando la donna gli riferisce dei soldi ricevuti da “zio Ignazio”, identificato dagli investigatori come Ignazio Taurino capo dell’omonimo clan, reo di aver elargito solo 500 euro da dividere fra la sua famiglia e quella del fratello Giuseppe, l’uomo le dice, riferendosi a Taurino: “Io sono diventato più grosso di lui, io sono ragazzo e lo sanno tutti, sono diventato più grosso degli anziani, tutte cose, delle chiacchiere e di tutte cose e lo sannobene!”. Per questo Taurino, deceduto a maggio 2019 (il dialogo captato è dell’anno precedente) gli deve rispetto, nella logica del boss e devecontribuire al sostentamento della sua famiglia. Secondo gli inquirenti, Nicola Pascali “gode di un grado più alto dello stesso ‘zio Ignazio’ e di una verosimile attuale affiliazione alla camorra”.

Un’ipotesi, quest’ultima, scaturita da alcune affermazioni di Pascali quando istruisce la consorte su come imporre la legge del pizzo alle vittime che non rispettano le scadenze dei contributi estorsivi. Se qualcuno si rifiuta di pagare, lui sostiene di essere pronto ad inviare a Taranto i suoi amici napoletani: “…avviso i compagni miei qua e gli dico o scendete e fate a queste persone o vi faccio a voi male e comincio, che qui lo sanno”. Questa “dura affermazione – è la conclusione del gip – rimarca 1’ipotesi dell’affiliazione di Pascali Nicola a qualche clan camorristico, tanto da poter contare su uomini del napoletano da inviare per spedizioni punitive, di cui il Pascali nel passato si è fatto, tra l’altro, più volte autore”. Il presunto boss Pascali, dunque, avrebbe un doppio legame, uno la vecchia mala tarantina, della quale Taurino era esponente e del quale aveva ricevuto tutte “le meraviglie e le gioie”, come spiega alla moglie, e un altro con la camorra.

Se cosi fosse non sarebbe da escludere che Pascali abbia consolidato il suo prestigio criminale durante la detenzione nel carcere campano. Il boss spiega di aver favorito anche l’affiliazione del fratello e di aver avvisato di ciò anche Taurino. Riguardo ai riti di affiliazione, Pascali racconta alla moglie come avvengono anche in carcere. I filmati hanno captato anche questo: “…Si può fare in carcere, con altre persone attivate giuste … fai che fanno “u cos” (con la mano mima una riunione, ndr.)… però lo diciamo…”. La donna, evidentemente interessata all’argomento, considerando il ruolo di rilievo assunto col marito in cella che le indagini le attribuiscono, chiede al marito: “Quindi però… inc… chi comanda?”. Il boss spiega alla consorte qua li sono le regole che disciplinano la gerarchia all’interno dei clan affiliati alla Sacra Corona Unita: “Qui rimane sempre lui, lui, è lo zio praticamente, e come … ti devo spiegare . .. il padrino (rif. a Taurino Ignazio, nd.r.), hai capito? Praticamente …queste sono le regole… se (con le mani mima “muore”, ndr.) fino a quando che … poi rimango io, se no diciamo anche lui rimane … se sibutta, diciamo a pentito … automaticamente viene già levato, cancellato … perde l’onore va, perde l’onore”. Rispondendo sempre alle domande della moglie, l’uomo indica alcuni personaggi, precisando che “loro stavano già da prima … e io – dice Pascali – ora sono diventato piu sopra, …io in pratica li ho passati a loro … ha dato più valore a me diciamo che a loro, hai capito? Io sono diciamo l’uomo più grosso …”. La sua ascesa e quella del clan sono stati stroncati dal blitz dell’Antimafia.