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Estorsioni ad una donna con il Reddito di cittadinanza

La retata antimafia

“L’affitto del mare”, il pizzo imposto ai mitilicoltori, specialmente abusivi, perché il loro allevamento, in uno specchio acqueo di Mar Piccolo, non venisse danneggiato, non era l’unico “affitto” che, secondo gli investigatori, i vertici del clan Pascali estorcevano. Ogni mese riscuotevano quello che consideravano il canone per alcuni appartamenti, verosimilmente case popolari, che il clan “gestiva”. Ovviamente sempre in maniera illecita, è l’accusa. La vittima, in questo caso, non era un commerciante o il titolare di un esercizio pubblico ma una signora che viveva col reddito di cittadinanza. Stando alla ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, una donna che insieme a sua figlia viveva in un appartamento in via Parisi, in una zona semicentrale di Taranto, pagava ogni mese 200 euro ad Antonella Bevilacqua, moglie del presunto boss Nicola Pascali.

Lo faceva, da quanto accertato dalla Direzione distrettuale antimafia, a volte anche con un sistema alquanto singolare per il pagamento del pizzo, attraverso una carta ricaricabile intestata alla donna o a suo cognato, e fratello del presunto capo, Luca Pascali. Altre volte, invece, uno degli emissari della Bevilacqua si recava personalmente dalla vittima a riscuotere il pizzo. Le pressioni, senza ricorrere a minacce e contattando anche i familiari, secondo l’accusa, erano sufficienti a spaventare la vittima e a indurla a pagare perché a riscuotere era un clan noto a Taranto, con pregiudicati già condannati per mafia scrive il gip del Tribunale di Lecce Marcello Rizzo facendo riferimento al processo “Città nostra”. Telefonate e richieste diventavano più martellanti quando per la moglie del presunto capo si avvicinava il giorno della visita in carcere a Secondigliano. La malcapitata inquilina, evidentemente in difficoltà economiche, riusciva a recuperare i soldi, a volte chiedendo anche un prestito ai familiari, per pagare quello che riteneva fosse un canone mensile di affitto richiesto dalla donna in quanto legittima proprietaria dell’immobile. Invece, secondo l’accusa, l’immobile non era di proprietà dei Pascali ma solo nella loro disponibilità. E dalle indagini sarebbe emersa anche la “gestione” di altre case popolari da parte del clan.

Da quanto si legge nella corposa ordinanza di custodia cautelare, gli agenti della Squadra Mobile hanno interrogato come persona informata sui fatti la vittima e le hanno mostrato la ricevuta della ricarica. Lei ha confermato di aver pagato 200 euro al mese tramite ricarica di carta postepay per circa un paio d’anni, fino al 2020. Non solo. Ha aggiunto che anche una nuova inquilina versa ai Pascali la stessa somma di denaro. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Lecce, il presunto boss è da considerare il mandante dell’estorsione e sua moglie l’esecutrice materiale. Secondo il gip, invece, in questo caso il reato di estorsione non può essere contestato in quanto l’inquilina era convinta che la casa fosse di proprietà della Bevilacqua e quindi fosse corretto pagare ogni mese l’affitto. Per questo, scrive il giudice, il reato configurabile sarebbe quello di truffa per il quale però manca la condizione di procedibilità, perché la vittima non ha presentato una denuncia. Quindi i coniugi Pascali non possono essere indagati per aver spillato soldi, per circa due anni, ad una donna che per sbarcare il lunario percepiva il reddito di cittadinanza. Invece per le altre imputazioni di estorsione, il conto presentato dal giudice è già molto salato considerando i 38 arresti del 2 febbraio scorso.