La guerra, il ruolo di Taranto e il Mediterraneo

Putin la notte scorsa ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. La posizione dell’Ucraina tra Unione Europea e Russia fa sì che il conflitto abbia valenze che vanno ben oltre all’aggravarsi delle divisioni interne del paese. E’ un punto di passaggio cruciale per la fornitura di gas dalla Russia. L’Italia è il paese europeo che più fa ricorso al gas naturale: una quota del 42,5% del mix energetico nostrano. Quasi quanto la somma delle rispettive quote in Germania (26%) e Francia (17%) che oltralpe possono contare sul nucleare per soddisfare quasi i due terzi del fabbisogno elettrico francese.

Mentre la Germania è sì più virtuosa nelle rinnovabili ma rispetto a noi fa anche molto più ricorso al carbone. Il peso del gas nei mix energetici è sicuramente uno degli elementi da tenere in considerazione. L’Italia, tra i principali Paesi europei, è di gran lunga il più dipendente dalle forniture di Mosca. La decarbonizzazione è un percorso che prevede l’abbandono delle fonti fossili, una maggiore efficienza dei consumi, il completo approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili. Queste tre missioni rappresentano il cuore della decarbonizzazione, il presupposto per lo sviluppo dell’innovazione e della riconversione industriale e produttiva del paese, declinate nei 4 settori chiave della decarbonizzazione: il mercato elettrico, i trasporti, gli usi energetici finali, i processi industriali. Non si può fare sviluppo sostenibile prescindendo dai settori energivori: acciaio, chimica, ceramica, carta, vetro, cemento e fonderie. Tutti fanno proclami ma nessuno pare occuparsi dell’execution, di politica industriale ed energetica. In Italia una sorta di pauperismo e di decrescita si rifiuta di riflette su quanto sta accadendo.

Mentre l’Unione Europea va predicando come un mantra la decarbonizzazione, con gli obiettivi del taglio del 55 per cento delle emissioni entro il 2030 e la carbon neutrality nel 2050, pochi si sono accorti che l’Italia, a politiche correnti, non sarebbe in grado di raggiungerli e che il 70 per cento delle leve previste, al costo corrente della Co2, è economicamente insostenibile. In particolare, per le industrie energivore, la decarbonizzazione avrebbe un costo di 8-15 miliardi nei prossimi dieci anni che significa un taglio del margine del 8-20 per cento. Ormai ci troviamo tutti dentro questa urgenza climatica ma il problema vero è la definizione di quelle misure che sono necessarie per accompagnare i settori industriali nei processi di decarbonizzazione. Sono quelli che garantiscono il primato tecnologico e commerciale sull’export, che è ciò che letteralmente tiene in piedi il paese, specie in un momento di difficoltà come l’attuale, grazie alla possibilità di produrre beni e di esportarli. Stiamo parlando della possibilità per l’Italia di continuare a essere un grande paese industriale. Posto che nessuna grande economia al mondo si permetterebbe mai di mettere all’angolo i propri settori industriali, l’errore da non compiere è quello di focalizzarsi su un’unica tecnologia.

L’Italia da 30 anni sconta una politica energetica latitante, obsoleta, perché si basta sul piano energetico del 1988, dopo l’addio al nucleare. E oggi abbiamo un’idea fortemente sbilanciata sulle rinnovabili, che per carità, sono una buona cosa, ma quando prenderemo atto che sono insufficienti. Non esiste un’unica tecnologia, bisogna invece perseguire la neutralità tecnologica e cioè un portafoglio più ampio di molteplici strumenti e soluzioni che abbracciano certamente l’elettrificazione, ma anche la carbon capture e i cosiddetti green fuels (idrogeno e biometano), come ha fatto la Germania con il suo Pnrr, per accompagnare i settori energivori verso la decarbonizzazione, aiutando le aziende a mettere in campo tecnologie e processi, ma tenendole in vita. Il problema, in Italia, è che quando si discute di questi problemi c’è chi si ostina a ritenere che “tanto quel settore lì deve morire”. Ma quale paese si può permettere di assistere, per esempio, alla morte della siderurgia. Una siderurgia italiana che è migliore di quella tedesca, perché all’80 per cento è già elettrificata e dunque decarbonizzata, mentre quella tedesca è prevalentemente ad altoforno e quindi ancora carbonizzata. L’Europa è già in emergenza energetica. Ci stiamo avvicinando al collasso del sistema elettrico, molto simile a quello del gas. Ma cron ha annunciato la costruzione di sei nuovi reattori nucleari. Noi dopo sei mesi non abbiamo la capacità di definire un sistema energetico che si adegui alle tensioni internazionali.

Questo vuol dire che parte del nostro meccanismo dell’energia è fallito. Il gas impatta sull’elettricità, la Francia ha problemi con le centrali elettriche in manutenzione e il sistema elettrico francese è lo zoccolo duro d’Europa. Macron dice che sostituisce i reattori o ne realizza di nuovi. Noi pote vamo estrarre gas, quello che abbiamo sotto i nostri piedi, e invece l’abbiamo data vinta agli ambientalisti. Questi sono i veri delitti economici. Siamo tutti concentrati sulla tematica ambientalista, ma non vediamo che il problema del climate change non si può risolvere senza le imprese, a cui spetta il compito di declinare la migliore tecnologia. Senza le imprese, della lotta al cambiamento climatico restano in piedi soltanto una sorta di pauperismo e di decrescita felice che non capiscono come va il mondo. Basta dire facciamo l’idrogeno verde? Ma se per farlo ci vogliono un sacco di fonti rinnovabili e noi non siamo in grado di produrle dove vogliamo andare? Nessuno intanto si fa carico del fatto che non si riescono a fare i campi fotovoltaici o i parchi eolici perché una sovrintendenza può bloccare tutto! Si potrà far qualcosa per snellire i processi autorizzativi che consumano decenni? In questo contesto, il Mediterraneo è diventato un epicentro globale di interessi geopolitici e geoeconomici.

Una rilevanza accresciuta in virtù delle profonde trasformazioni che lo hanno attraversato e che continuano a manifestarsi sotto forme sempre fluide e mutevoli. Un Mare Nostrum in costante evoluzione, che registra un forte attivismo di attori del calibro di Egitto, Turchia, Israele, Francia, Grecia, Cipro, Russia, Emirati Arabi Uniti e Qatar, mossi dal desiderio di soddisfare sia i rispettivi interessi economici nel Mediterraneo orientale sia le proprie importanti ambizioni geopolitiche mirate a rinsaldare, e possibilmente ampliare, lo status regionale e internazionale. Un ruolo al quale aspira anche l’Italia nell’alveo delle iniziative dell’Unione Europea, proponendosi in una prospettiva concreta nella quale i diversi attori coinvolti potrebbero svolgere un ruolo attivo per sostenere un meccanismo di cooperazione multilaterale inclusivo per superare le diverse linee di faglia esistenti nel Mediterraneo. Sappiamo che Taranto e la sua base navale sono interessate da un investimento per complessivi 203 milioni di euro, diviso in due tranche: 191 milioni per ampliare la base di Chiapparo, e altri 11,6 milioni per riqualificare l’area Chiapparo.

Un finanziamento parziale di 79 milioni, presi dal Fondo Sviluppo e Coesione della programmazione 2014- 2020. Risorse che serviranno all’intervento sul primo lotto funzionale, il molo Rotundi. I 79 milioni sono suddivisi in un quinquennio. 2,82 milioni nel 2021, a seguire, 8,5 nel 2022, 20,7 nel 2023, 23,6 nel 2024 e altrettanti nel 2025. Una importante infrastruttura portuale adeguata alle necessità d’ormeggio delle nuove unità navali maggiori ed in genere ai nuovi bisogni operativi della Marina militare. Gli investimenti renderanno ancora più importante l’infrastruttura tarantina, con ricadute positive anche sull’efficienza della Nato e della Task Force di azione rapida contribuendo a consolidare il ruolo strategico della città, garantendo un sensibile miglioramento delle capacità logistiche, in risposta alle nuove esigenze operative e in piena armonia con il processo di ammodernamento della componente marittima. Taranto è destinata ad avere un ruolo fondamentale in questa visione euromediterranea. Tutti gli istituti economici più attenti guardano al mezzogiorno come piattaforma dell’Europa nel mediterraneo per lo scambio tra materie prime, semilavorati provenienti dall’oriente e prodotti finiti delle industrie UE. Taranto ha le prerogative e le potenzialità per rappresentare un Sistema di transizione energetico, ecologico e tecnologico.

Alfredo Venturini

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