x

x

Ex Ilva, a Taranto in 2.500 in cassa integrazione

Operai ex Ilva

Duemilacinquecento lavoratori a Taranto e 500 negli altri siti aziendali: è questa la richiesta di cassa integrazione straordinaria che Acciaierie d’Italia ha consegnato, nella giornata di ieri, ai sindacati. La cassa straordinaria è legata al piano industriale per ristrutturazione. L’azienda specifica che la richiesta di cigs vale dal 28 marzo 2022 al 27 marzo 2023 ma che la società dell’acciaio ha bisogno che l’intervento prosegua sino al 2024-2025.

“Continua lenta e incessante la distruzione dell’ex Ilva sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini. Dopo due anni e mezzo di cassa integrazione unilaterale, prima ordinaria e poi Covid, rinnovata ogni tredici settimane per migliaia di lavoratori, Acciaierie d’Italia ha avviato la procedura di cassa integrazione straordinaria per tremila persone, al momento per un anno, senza nemmeno la presentazione di un piano industriale. Tutto questo avviene nell’indifferenza del Governo, socio tramite Invitalia di Acciaierie d’Italia, e in un contesto di mercato che fa registrare record per la produzione di acciaio”. Sono parole durissime, quelle utilizzate da Rocco Palombella, segretario generale Uilm. “Che fine hanno fatto tutti gli impegni assunti in questi anni dal Governo per rilanciare la siderurgia italiana, per gli investimenti legati alla decarbonizzazione e alla produzione dell’acciaio green a Taranto?” domanda il leader Uilm.

“Che fine hanno fatto tutti i progetti di reindustrializzazione che prevedevano migliaia di posti di lavoro nell’area ionica?” continua Palombella. “Esortiamo ancora una volta tutti i soggetti coinvolti ad assumersi le proprie responsabilità e a dichiarare apertamente quale destino vogliono assicurare all’ex Ilva e alle migliaia di lavoratori diretti, indiretti e dell’Amministrazione straordinaria” aggiunge. “Noi non vogliamo essere complici di un progetto che prefigura un disastro ambientale, sociale e industriale – conclude – non firmeremo alcun accordo di cassa integrazione straordinaria che sarà la causa di migliaia di licenziamenti”. Fim, Fiom e Uilm nazionali hanno diffuso una nota: “L’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, che vogliamo anche qui fermamente condannare, ha drammaticamente riproposto i temi della dipendenza energetica del nostro Paese da forniture estere e dell’assenza di una politica energetica comune in Europa. In particolare, in Italia, nel settore siderurgico, si sono acuite difficoltà e dipendenze preesistenti al conflitto sia in termini di approvvigionamento di materia prime che elevati costi energetici, sia in termini di fornitura di ghisa e DRI su tutta la filiera: la siderurgia italiana importa circa 2 milioni di tonnellate l’anno dalla Russia e 2,5 milioni di tonnellate di semilavorati dall’Ucraina. E’ evidente che il conflitto in atto può seriamente compromettere le prospettive del settore e già alcune imprese hanno annunciato il ricorso agli ammortizzatori sociali.

Non si può pensare di scaricare, dopo quella della pandemia, il peso della crisi sui lavoratori e sulle loro famiglie che già ne pagano le conseguenze in termini di inflazione e caro bollette. Fim Fiom Uilm chiedono che le misure del Governo, in discussione in queste ore, non si limitino un pur indispensabile intervento sui costi energetici. Occorre definire il più volte annunciato piano strategico per la siderurgia italiana con interventi strutturali, che acceleri la soluzione delle vertenze nei grandi Gruppi (a partire dall’ex Ilva, ex Lucchini Piombino, ex Alcoa), che intrecci e diversifichi le fonti di approvvigionamento energetico, che assuma la dimensione europea come orizzonte imprescindibile. Chiederemo, anche attraverso IndustriAll, che il Parlamento europeo assuma, nelle prossime settimane, decisioni sulla legislazione dell’Ue sul clima, in particolare per quanto riguarda il sistema di scambio di quote di emissioni (Ets) e sul meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam) in grado di tutelare il settore. Queste scelte avranno un impatto significativo sulla tenuta dell’intero settore che in Italia, secondo produttore in Europa, occupa oltre 30.000 addetti diretti (2% dell’occupazione manufatturiera nazionale) ed oltre 33 miliardi di fatturato, e sulle prospettive di salvaguardia generale del settore.

Occorre quindi garantire le condizioni per un percorso di decarbonizzazione sostenibile e una transizione giusta anche attraverso un apposito fondo. Non si può correre il rischio che le esigenze e gli obiettivi di decarbonizzazione si traducano in una ulteriore deindustrializzazione dell’Europa e dell’Italia con chiusure di impianti e licenziamenti. Occorre fermare la guerra e sostenere i negoziati in corso, riaprire un confronto, con il coinvolgimento delle parti sociali, in grado di dare all’Europa una politica energetica comune e un futuro sostenibile alle sue produzioni”.